Droni in mano “nemica”: e adesso?

Fonte: Pexels.com
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Nel corso degli ultimi vent’anni, gli UAV (Unmanned Aerail Vehices – velivoli a pilotaggio remoto), o più semplicemente droni, si sono rivelati essere un’arma tanto micidiale, quanto controversa. Silenziosi, precisi e capaci di monitorare un bersaglio per ore prima di colpirlo nel momento più appropriato, i droni costituiscono lo strumento perfetto per le operazioni di contro guerriglia e antiterrorismo.

Proprio per la loro efficacia, la lista dei Paesi in grado di dispiegare droni sui diversi teatri di guerra cresce ogni anno. Cina, Russia e Iran hanno ormai consolidato i loro programmi domestici per la produzione di UAVs, mentre il numero totale di attori internazionali in possesso di droni è salito ormai a novanta. Tale dato appare ancora più sconvolgente se si considera che nel 2011 solamente tre Paesi (USA, UK, Israele) erano in possesso di droni armati (ossia impiegabili come pura arma di offesa), mentre, al giorno d’oggi, gli Stati con tale capacità sono ben trentasette.

Droni nelle mani di attori non statali

Il quadro tracciato presenta un mondo in cui la tecnologia dei droni non è più una prerogativa esclusiva dei Paesi più avanzati. Gli USA sono sempre stati titubanti nell’autorizzare la vendita di tali armamenti, anche ai propri alleati più stretti, proprio per evitare che tale tecnologia potesse poi cadere nelle mani sbagliate.

Di contro, produttori come Iran e Cina non hanno avuto la stessa accortezza. In particolare, la Repubblica islamica ha fornito UAV a diversi attori non statali operativi in Medio Oriente, proprio per arginare la presenza degli USA e di Israele in tale regione. Il drone di ricognizione Misrad-1, utilizzato in diverse operazioni da Hezbollah, presenta le stesse identiche caratteristiche tecniche dei droni iraniani di tipo Abadil, suggerendo, quindi, il supporto di Tehran per lo sviluppo di questa tecnologia. Stessa osservazione può essere fatta per il Qatef-1, utilizzato dai ribelli Houthi in Yemen. Infine, anche Hamas è in possesso di diversi droni Abadil di produzione iraniana.

Non vi è dubbio sul fatto che i sistemi UAV apportino diversi vantaggi dal punto di vista tattico quando utilizzati da forze regolari. Tuttavia, occorre interrogarsi sull’effetto di tale tecnologia quando essa viene invece utilizzata da attori non statali e organizzazioni terroristiche. Di fatto, i droni potrebbero avere un impatto non trascurabile in quei contesti di guerra asimmetrica dove uno Stato si trova ad affrontare forze ribelli in possesso di tali sistemi. In questo progetto analizzeremo i diversi scenari in cui le milizie non statali hanno a disposizione sistemi UAV nei propri arsenali, soffermandoci su come tali attori utilizzino questa nuova arma per incrementare la propria efficacia in combattimento.

Tipologie di droni

In base a un report pubblicato nel 2015 dal CNAS (Center for a New American Security) i sistemi UAV possono essere suddivisi in tre tipologie principali: droni commerciali di piccole dimensioni, droni militari di taglia media e droni militari di grosse dimensioni.

Droni commerciali di piccole dimensioni

Una grande fetta dei sistemi UAV disponibili al giorno d’oggi sul mercato è rappresentata dai droni per hobbisti. Tali UAV sono ovviamente di piccola taglia, relativamente rudimentali e specificamente sviluppati per l’utilizzo amatoriale. Negli ultimi anni, tuttavia, questa categoria di UAV ha visto un ampio miglioramento dal punto di vista delle tecnologie disponibili. Tali velivoli sono ormai equipaggiati con GPS e telecamere ad alta definizione.

Pur avendo un raggio di azione limitato (non più di qualche chilometro) questa tipologia di droni rappresenta un’opzione perfetta per diverse milizie non statali e organizzazioni terroristiche. Essi sono facilmente accessibili, sia per il loro prezzo relativamente esiguo (circa 1.000/2.000 euro per unità), sia per la loro facile manovrabilità. Gli UAV commerciali sono spesso pilotabili anche tramite smartphone, permettendo quindi di ridurre al minimo il tempo necessario per l’addestramento degli operatori.

Inoltre, tali droni sono modificabili per le esigenze della guerriglia. Essi possono, per esempio, essere adattati per trasportare ordigni esplosivi improvvisati (IED – Improvised explosive devices) o granate, in modo tale da essere trasformati in vere e proprie armi di offesa.

Un altro vantaggio di tale categoria è costituito dalla piccola taglia e dall’altitudine di volo. Infatti, le dimensioni ridotte dei droni per hobbistica li rendono difficilmente identificabili dai radar, mentre la loro bassa altitudine di volo gli permette di raggirare eventuali difese antiaeree, di solito calibrate per abbattere bersagli a più alta quota.

Uno dei modelli più celebri di tale categoria di droni è il DJI Phantom di produzione cinese, il quale, come vedremo, è stato utilizzato in più occasioni dalle forze dello Stato Islamico per operazioni di ricognizione.

Droni militari di taglia media

Un’altra categoria è costituita dai droni militari di taglia media. Questi sistemi UAV, molto più sofisticati dei piccoli droni commerciali appena presentati, possiedono un raggio d’azione maggiore e una durata di volo di diverse ore. Esempi di tale tipologia sono i droni Abadil e Mohajer 4, i quali, come già accennato, sono stati (molto probabilmente) forniti da Tehran ad attori non statali come Hezbollah, Hamas e i ribelli Houthi.

Grazie al loro più esteso raggio di azione, gli attori in possesso di questa tipologia di droni acquisiscono la capacità di condurre operazioni transfrontaliere, sebbene solo per un periodo relativamente limitato di tempo.

I droni militari di taglia media, infine, sono spesso concepiti come sofisticati strumenti di ricognizione, ma come accade per i droni di piccola taglia, essi possono essere riadattati facilmente a scopi più offensivi ed essere armati con IED.

Sebbene più sofisticati rispetto ai piccoli droni commerciali, tali velivoli rimangono comunque accessibili agli attori non statali più organizzati e con ingenti risorse a disposizione, specialmente se sponsorizzati da uno Stato già in possesso di tale tecnologia (si veda il caso dell’Iran).

Droni militari di grandi dimensioni

Infine vi sono i droni militari di grandi dimensioni, strumenti bellici altamente sofisticati e armabili con missili ad alta precisione, come, ad esempio, i RQ-1 Predator e i MQ-9 Reaper statunitensi. Il prezzo di tale tipologia di UAV raggiunge diversi milioni di euro. Inoltre, per essere utilizzati, questi sistemi richiedono l’esistenza di diverse infrastrutture, mentre i loro operatori necessitano di un addestramento intenso e altamente specializzato, rendendo, quindi, questa categoria di UAV inaccessibile agli attori non statali. Di conseguenza, non verranno trattati approfonditamente nel corso di questo progetto.

Intelligence, Surveillance, Reconnaissance

Uno degli aspetti più interessanti dell’utilizzo di UAV da parte di attori non statali è la loro incrementata capacità di acquisire intelligence. Anche i droni più piccoli, se dotati di una telecamera, rendono possibile la raccolta di informazioni in tempo reale. Ciò che in gergo militare viene chiamata ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) è ormai alla portata anche delle milizie non statali, migliorando quindi le loro abilità di comando e controllo e, di conseguenza, la loro efficacia in combattimento.

Per esempio, i droni commerciali possono essere impiegati per identificare e localizzare combattenti nemici. È il caso delle forze ISIS, le quali, nel 2014, hanno utilizzato diversi UAV DJI Phantom per sorvegliare la base aerea siriana di Taqa, poi da loro successivamente occupata.

O ancora, droni di sorveglianza possono essere inviati per filmare le posizioni nemiche in seguito a un attacco missilistico, in modo tale da poter valutare il danno inflitto e correggere il fuoco di un secondo raid, o semplicemente per monitorare la reazione degli avversari. Milizie come Hezbollah e Hamas hanno a disposizione ingenti quantità di missili e altri pezzi di artiglieria e l’utilizzo di droni per raccogliere intelligence potrebbe aumentare drasticamente l’efficacia dei raid perpetrati da queste due organizzazioni.

Raggirare le difese aeree

Come già menzionato, grazie alle loro dimensioni ridotte, i droni costituiscono un ottimo modo per raggirare le difese aeree di un obiettivo militare. L’impossibilità per i radar di identificare gli UAV di piccola taglia operati da milizie insorgenti, riduce la capacità degli attori statali di negare l’accesso a determinate aree (Antiaccess/area denial – A2/AD).

Inoltre, l’impiego di UAV in sciami può rivelarsi una tattica vincente per sopraffare eventuali difese aeree, incrementando quindi l’efficacia di un raid. In questo modo, gli UAV armati di IED possono essere sfruttati per colpire e neutralizzare obiettivi sensibili o con un valore strategico non trascurabile. Ad esempio, vedremo nei prossimi capitoli come i ribelli Houthi in Yemen siano riusciti a danneggiare diversi impianti petroliferi sauditi proprio tramite l’impiego di droni.

Propaganda

Infine, va considerato il peso di tali armamenti come strumento di propaganda. Di fatto, oltre a essere dei sistemi molto efficaci, i droni permettono ai diversi attori non statali di presentarsi al mondo esterno come una forza combattiva di tutto rispetto, capace di mettere in campo armi tecnologicamente avanzate. Come vedremo, l’ISIS è l’attore non statale che ha saputo sfruttare a pieno il potenziale propagandistico dei sistemi UAV.

L’aviazione degli attori non statali

In un mondo sempre più popolato da droni, anche organizzazioni terroristiche e milizie insorgenti sono ormai entrate in possesso di questa avanzata tecnologia. Le implicazioni tattiche di questa novità non possono essere trascurate: per la prima volta, gli attori non statali hanno acquisito la facoltà di agire nello spazio aereo, incrementando notevolmente le proprie possibilità in materia di raccolta d’intelligence, ma anche le proprie capacità di offesa.  Nei prossimi capitoli di questo progetto analizzeremo come le diverse milizie in possesso di sistemi UAV utilizzano quest’arma per accrescere la propria efficacia nei vari teatri bellici, riprendendo i concetti delineati in questo primo articolo.

 

Fonti e approfondimenti

Brian A. Jackson, David R. Frelinger, Michael J. Lostumbo, Robert W. Button, Evaluating Novel Threats to the Homeland – Unmanned Aerial Vehicles and Cruise Missles, RAND, 2008

Gwen Ackerman, Selcan Hacaoglu, Mohgammed Hatem, ‘The Drone Wars Are Already HereBloomberg, 30 ottobre 2019

Game of Drones – Wargame Report‘, Centre for a New American Security, accesso effettuato il 20 settembre 2020

John Kaag and Sarah Kreps, Drone Warfare, Polity Press, 2014

Joby Warrick, ‘Use of weaponized drones by ISIS spurs terrorism fears‘, The Washington Post, 21 febbraio 2017

Kelley Sayler, ‘A World of Proliferated Drones‘, Centre for a New American Security, giugno 2015

Liran Antebi, ‘Unmanned Aerial Vehicles in Asymmetric Warfare: Maintaining the Advantage of the State Actor’, Institute for National Security Studies, 2017

Seth Franzman, ‘How did one of the world’s poorest countries build state-of-art drones?’ The Jerusalem Post, 29 settembre 2019

Yasmin Tadjdeh, ‘Islamic State Militants in Syria Now Have Drone Capabilities‘, National Defense, 28 ottobre 2014

 

 

 

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