Oggi è il giorno delle elezioni statunitensi

Copertina di Riccardo Barelli.

di Emanuele Murgolo e Alberto Pedrielli


Da quando gli USA hanno fatto il loro prepotente ingresso tra le potenze mondiali le elezioni presidenziali sono state sempre osservate con grande attenzione dall’opinione pubblica globale. Tuttavia, il voto di oggi rappresenta qualcosa di più di una “semplice” espressione di consenso popolare.

Dopo che negli scorsi mesi sono emerse tutte le contraddizioni e le ferite aperte della società statunitense, disuguaglianze economiche e razziali in testa, si è diffusa la percezione, dentro e fuori i confini nazionali, che gli States si trovino oggi di fronte a un bivio decisivo. Se per gli attivisti di Black Lives Matter e i Proud Boys le urne indicheranno l’identità che si troverà ad assumere il Paese nei prossimi anni – forse decenni -, la Russia e l’Iran interpreteranno la vittoria di un candidato come un segnale di disgelo o, viceversa, come un altro segnale acustico che, puntualmente, segue la voce della segreteria telefonica, quella della Casa Bianca.

Insomma, a poche ore dalla chiusura dei seggi, la parola che meglio riassume il momento è senza dubbio “incertezza”. Sull’esito del voto, su come questo si tradurrà nell’insieme di procedure che porteranno all’insediamento del presidente e, infine, sul futuro della potenza a stelle e strisce, gli Stati Uniti si trovano a oscillare sul vuoto, in attesa dell’annuncio. Un’attesa che però potrebbe durare poche ore, alcuni giorni o, nel peggiore dei casi, molto di più. 

Cosa dicono i sondaggi?

Secondo le ultime proiezioni di FiveThirtyEight, Biden ha un grande vantaggio su Trump. La media dei sondaggi vede l’ex vicepresidente con un margine dell’8,5%, il che dovrebbe assicurare – come prevedibile – una vittoria netta nel voto popolare. Come ci hanno insegnato il 2000 e, soprattutto, il 2016, questo però non basta per garantire la vittoria: quello che conta è il Collegio elettorale. Per questo, ci sarà una manciata di Stati da guardare perché saranno questi, più in bilico, a decidere chi sarà l’effettivo vincitore.

Come abbiamo detto in articoli precedenti, questi Stati si dividono in due gruppi principali. I primi sono quelli del Midwest, siti nel Nord industrializzato: Minnesota, Wisconsin, Pennsylvania e Michigan saranno quelli da osservare con attenzione. Tra questi Biden sembra avere un ottimo margine in Minnesota, Wisconsin e Michigan, dove parte come favorito e con vantaggi tra l’8% e il 9%. Ma è la Pennsylvania quello più interessante: qui il vantaggio di Biden è più risicato (5,2%) e la corsa è più aperta, il che è importante perché questo Stato è considerato da molti analisti quello che potrebbe determinare il tipping point elettorale, ovvero risultare decisivo per la vittoria finale.

Se Biden dovesse vincere in Pennsylvania sarebbe quasi una garanzia di successo, anche perché questo Stato è demograficamente simile agli altri menzionati prima. È facile immaginare quindi che una sua vittoria qui aprirebbe la strada allo stesso risultato negli altri Stati del Midwest, dove i sondaggi lo mostrano in vantaggio su Trump con un margine anche superiore.

Il secondo gruppo è quello degli Stati della Sun Belt, al Sud, tra cui vanno inclusi anche North Carolina e Georgia, territori storicamente repubblicani dove però Biden è in vantaggio. Oltre a questi, bisognerà osservare Florida, Arizona e Texas, con quest’ultimo però che difficilmente sarà decisivo per la vittoria finale e dove le chance di vittoria di Biden sono comunque basse.

Gli altri Stati menzionati, invece, sono tutti in bilico ma vedono Biden avanti nei sondaggi. Per il candidato democratico questo è importante, perché gli dà la possibilità di avere delle strade secondarie per arrivare alla vittoria nel caso Trump conquisti la Pennsylvania. Ai democratici infatti – immaginando un successo in tutti gli Stati dove hanno almeno un +8% nei sondaggi – basterebbe vincere North Carolina e Georgia, o la sola Arizona, o la sola Florida per assicurarsi la maggioranza nel Collegio elettorale.

In ogni caso per Trump non è detta l’ultima parola. La strada per la sua vittoria è certamente più dura di quanto non fosse nel 2016: questa volta, il presidente uscente è penalizzato da tanti fattori. Il turnout sarà più alto e di molto, gli indecisi sono molti meno, la pandemia da Covid-19 e la crisi economica hanno assestato un duro colpo alla sua narrazione e Biden ha un margine più che doppio nei sondaggi rispetto a Clinton nel 2016. Il Collegio elettorale però continua a favorirlo, la voter suppression è una variabile da non sottovalutare e, in generale, è importante ricordare che i modelli elettorali non predicono il futuro. Se FiveThirtyEight mostra un 10% di una probabilità di vittoria di Trump, è un outcome da non sottovalutare: un evento che si verifica una volta su dieci non è così improbabile.

Il fattore temporale

Con più di novanta milioni di cittadini e cittadine statunitensi che hanno già avuto modo di votare, grazie alla possibilità di esprimere in anticipo la propria preferenza, sia recandosi ai seggi che garantiscono questo servizio sia spedendo la scheda per posta, le elezioni del 2020 vedranno quasi sicuramente una delle affluenze più alte da un secolo a questa parte.

Negli ultimi mesi della campagna elettorale, il voto anticipato è stato uno dei bersagli preferiti della retorica di Trump, il quale ha affermato in più occasioni come le modalità sopra citate si prestino più facilmente a brogli e frodi, nonostante non vi siano evidenze empiriche in questo senso. Quello messo in atto dal presidente è stato un tentativo di delegittimazione volto a una futura contestazione dei conteggi. Convinto che la maggioranza della sua base elettorale si recherà alle urne di persona, il presidente e i repubblicani hanno cercato in tutti i modi di intralciare le operazioni di voto, definanziando il servizio postale e intraprendendo diverse iniziative di soppressione del voto per ostacolare l’accesso ai seggi tra le comunità e le minoranze tra cui è più forte il sostegno ai Dem. Questo nella speranza di aumentare le possibilità di giungere a un testa a testa nella serata decisiva. Se l’elezione risultasse contestata, potrebbe diventare decisiva la Corte Suprema – a solida maggioranza conservatrice dopo la conferma di Amy Coney Barrett – che potrebbe decretare una vittoria per Trump che, in ogni caso, sarebbe duramente contestata.

In questo contesto appare chiaro come l’impianto democratico degli Stati Uniti, spesso ammirato all’estero per la sua stabilità, si trovi oggi sospeso in un equilibrio che descrivere fragile è persino riduttivo. Ne è testimone il fatto che a scoprirsi determinante per l’esito finale è quello che potrebbe essere definito il fattore temporale del conteggio; a seconda che le procedure a livello distrettuale o statuale prevedano, rispetto ai voti espressi oggi, uno spoglio anticipato o posticipato degli early votes, gli scenari per il Collegio elettorale potrebbero mutare enormemente. Se fosse attendibile la tendenza rilevata qualche tempo fa anche dal Pew Research Center, ci potremmo aspettare un primo vantaggio per il ticket democratico negli Stati in cui vengono considerati in un primo momento i voti anticipati, e viceversa. 

Quando avremo un risultato?

In realtà le cose sono molto più complicate. I risultati elettorali saranno divulgati con tempistiche molto diverse da Stato a Stato, e a meno di divari particolarmente ampi negli Stati chiave – visto il consenso popolare decisamente a favore dei democratici, è molto più probabile che a trovarsi in una situazione di vantaggio, nel caso, sia Biden – la partita rimarrebbe in bilico a lungo. 

Gli occhi sono puntati sugli Stati del Midwest e della Rust Belt, come Ohio, Michigan e Pennsylvania, che quattro anni fa furono decisivi, anche se i primi turning point potrebbero essere l’Arizona e la Florida, dove le operazioni di lettura procederanno più velocemente. Qui vengono eletti complessivamente 40 grandi elettori (11+29); se Trump dovesse prendere molti voti in meno rispetto all’avversario, a quel punto anche la complicità degli apparati di potere repubblicani potrebbe dimostrarsi insufficiente per la sua conferma. 

Un risultato definitivo potrebbe quindi arrivare già durante la mattinata italiana in caso di vittoria strabordante di Biden, ma è ugualmente possibile che lo scrutinio vada avanti per giorni. Ricapitolando, questo dipenderà molto dalla velocità degli Stati nel conteggio dei voti arrivati via posta, che in alcuni casi potrebbe richiedere diverse giornate, e da quanto ridotta sarà la distanza. Se molti degli Stati menzionati fossero parecchio combattuti i tempi si prolungheranno ancora di più.

Questo potrebbe giocare a favore di Trump, che ha dichiarato di non volere accettare, in caso di sconfitta, il risultato elettorale e che, secondo alcuni report, è intenzionato a dichiarare vittoria già a inizio serata nel caso i primi scrutini lo mostrassero in vantaggio. È possibile, infatti, che all’inizio dello spoglio il presidente uscente appaia, in Stati come la Pennsylvania, con un margine a doppia cifra su Biden, che invece dovrà aspettare il risultato dell’early voting – che qui viene contato alla fine – per recuperare e, possibilmente, vincere.

In sostanza, più l’elezione sarà vicina, più sarà facile per Trump contestarne il risultato. Non è detto però che ci riesca, soprattutto se Biden dovesse prendere la testa della corsa già dall’inizio. A poche ore dalle elezioni più importanti nella storia recente degli States, l’unica cosa di cui possiamo essere sicuri è che, nell’incertezza, sarebbe il presidente a fare la prima mossa. 

 

Fonti e approfondimenti

Election Forecast, FiveThirtyEight

Bronner Laura e Rakich Nathaniel, “Exit Polls Can Be Misleading — Especially This Year”, FiveThirtyEight, 02/11/2020

Gellman Barton, “The Election That Could Break America”, The Atlantic, novembre 2020

 

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