Il Midwest e la Rust Belt alle presidenziali del 2020

Il prossimo 3 novembre i cittadini statunitensi si recheranno alle urne per le elezioni presidenziali. Mentre in alcuni Stati i sondaggi prevedono un esito elettorale scontato, in tanti altri la partita tra il ticket repubblicano e quello democratico è ancora aperta. In particolare, molti osservatori guardano con attenzione a quanto succede nel Midwest e nella Rust Belt.

Il Midwest è una regione geografica che comprende otto Stati: Illinois, Indiana, Iowa, Michigan, Minnesota, Missouri, Ohio e Wisconsin. L’espressione “Rust Belt”, invece, si riferisce a una regione economica, conosciuta per l’importanza dell’industria manifatturiera, che comprende Illinois, Indiana, Michigan, Ohio, Wisconsin e Pennsylvania. 

Nel 2016, furono proprio questi Stati a risultare decisivi per l’elezione di Trump alla Casa Bianca, ma da allora lo scenario è completamente mutato. 

L’anomalia del 2016?

Fatta eccezione per l’Illinois, nel 2016 Trump vinse in tutti gli Stati della Rust Belt, rovesciando quasi interamente l’esito del 2012, quando Obama riuscì ad affermarsi in tutti gli Stati del Midwest, Indiana a parte. L’esito più sorprendente per Trump fu quello in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, fino a quel momento considerati delle roccaforti del Partito Democratico. 

Giornalisti e accademici individuarono le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton – ampiamente favorita nei sondaggi nazionali – nel processo di disallineamento tra il Partito Democratico e la classe lavoratrice bianca. La Rust Belt corrisponde infatti al vecchio motore industriale degli USA, l’area in cui sono collocate la maggior parte delle attività manifatturiere. Floride fino agli anni Settanta, queste hanno perso la loro centralità nello sviluppo del Paese quando le attività economiche hanno trovato nuovi sbocchi nella Sun Belt, la “cintura” composta dagli Stati del Sud, in cui si è concentrato lo sviluppo dell’economia della conoscenza, dei servizi e, in generale, quella a più alta vocazione tecnologica. È in questo passaggio storico che si situa il declino della Steel Belt (cintura dell’acciaio) e la rapida propagazione della ruggine – rust, appunto – su questo spicchio di Nord America e sul modello di fabbrica fordista che ne aveva fatto la fortuna. 

Se le origini del declino di queste zone sono da rintracciare nel secolo scorso, il nuovo millennio non ha offerto dei segnali più confortanti. Come mostra uno studio della Federal Reserve Bank of Chicago, il tasso di occupazione negli ultimi vent’anni è stato decisamente basso: se in generale negli USA la crescita dell’occupazione è stata del 21.3%, nel solo Midwest si è limitata al 3.3%. Inoltre, la quota di lavoratori impiegati nel settore manifatturiero è scesa da più del 30% degli anni Quaranta a meno del 9%. 

Il venir meno della rilevanza economica ha prodotto effetti drammatici sulla dimensione sociale tout court: accanto alla perdita di status materiale, si è registrata una perdita di status simbolico derivante dalla sensazione, condivisa dalla classe lavoratrice bianca, di non sentirsi più al centro del progresso statunitense quanto piuttosto relegata ai margini di un sogno americano sempre più distante dalle condizioni di vita reali. In aggiunta, il collasso delle realtà produttive ha favorito quello dei corpi intermedi; nella Rust Belt, il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori si è dimezzato negli ultimi cinquant’anni. 

L’economia del Midwest e della Rust Belt

Nelle comunità locali, il legame storico tra associazioni, sindacati e partito si è eroso, e tra base e élite è aumentata la distanza. Se nel caso di Obama, essere un outsider significava rappresentare una sfida al “sistema”, con Hillary Clinton questo non fu possibile: Clinton fu percepita come la rappresentante di un establishment ostile agli interessi dei lavoratori. Avendo fatto parte di un’amministrazione che aveva implementato delle politiche di deregolamentazione economica e di mass incarceration, i lavoratori bianchi e i cittadini afroamericani -i due storici capisaldi dei DEM – le voltarono le spalle. Tra i primi, parecchi trovarono l’avversione al NAFTA e l’illusione di un ritorno alla grandezza dell’America bianca uno stimolo sufficiente, e votarono per i repubblicani. Tra i secondi, sempre meno entusiasti, furono in molti a disertare le urne. 

Una delle armi più efficaci di Trump fu la promessa di “riportare i posti di lavoro in America”. In questi anni, molte azioni governative sono andate a impattare sulla dimensione produttiva, come la rinegoziazione del trattato NAFTA e le guerre dei dazi intraprese con alcuni Paesi. Presentate come proposte in grado di invertire la marcia e dare nuova centralità soprattutto a queste zone, in realtà non sono state in grado di risollevare né il morale né il portafoglio dei lavoratori

In Michigan, ad esempio, il tasso di crescita dell’occupazione è stato notevolmente più basso durante la presidenza Trump rispetto agli precedenti, anche prima della diffusione del virus; in Ohio, a causa dei dazi su acciaio e alluminio, molte aziende che importano questi prodotti sono state fortemente penalizzate. Vi è poi un altro settore fortemente indebolito dalla politica commerciale di Trump, quello agricolo. Gli Stati del Midwest sono tra quelli maggiormente produttivi, e le tariffe protezionistiche adottate dalla Cina hanno provocato lì grosse perdite: dai quasi 20 miliardi del 2017, l’export agricolo statunitense si è dimezzato l’anno scorso. Se da una parte i produttori hanno interpretato la guerra dei dazi come funzionale al raggiungimento di un obiettivo sul lungo periodo, dall’altra essi hanno dovuto fronteggiare una serie di difficoltà, in primis i danni generati dal riscaldamento globale, e hanno finito per dipendere dai sussidi del governo federale.

La società del Midwest e della Rust Belt

Tornando a quattro anni fa, un altro tema molto sentito, in particolare dai sostenitori del GOP, era l’immigrazione. Per la maggioranza bianca, concorrevano a creare uno stato di ansietà sia elementi economici -come la paura di ritrovarsi esclusi in un mercato del lavoro al ribasso – sia elementi culturali, come il pregiudizio se non addirittura l’aperta avversione nei confronti delle minoranze. Molti autori hanno visto nelle elezioni del 2016 non solo la protesta dei dimenticati della globalizzazione, ma anche una prova di forza del suprematismo bianco in una società sempre più multirazziale e multietnica. Anche negli Stati del Midwest, il razzismo continua a essere diffuso sia in contesti urbani sia rurali.

Se le zone rurali sono abitate quasi esclusivamente da bianchi, nelle città industriali la situazione è molto diversa. Queste ultime sono state il punto di approdo delle due Grandi Migrazioni Afroamericane che, tra il 1910 e il 1970, hanno visto milioni di neri fuggire dal segregazionismo razziale del sud per cercare migliori condizioni di vita nel nord. Molte città del Midwest hanno quindi una popolazione afroamericana numerosa. Al contempo, le politiche di segregazione promosse dagli anni Trenta hanno lasciato in eredità dei contesti urbani in cui le disuguaglianze razziali continuano a manifestarsi in ambito educativo, lavorativo e nella possibilità di comprare una casa. 

Oggi il fenomeno migratorio continua a interessare le città della Rust Belt. Per trovare nuova linfa e abbandonare definitivamente la narrazione della ruggine, molte contee hanno aderito alla rete internazionale Welcoming America, un’organizzazione apartitica che promuove l’integrazione dei migranti. Oltre ad aprire opportunità per i nuovi arrivati, questo ha contribuito a un cambiamento demografico di enorme portata, che vede crescere numericamente gli under 30 di colore rispetto ai bianchi over 55. Ciò non significa che le nuove generazioni interiorizzeranno necessariamente valori più progressisti, ma, considerando la situazione politica attuale, viene da chiedersi come cambierà la base elettorale del Partito Repubblicano e verso quali valori si orienterà questo in futuro. Al momento, infatti, Il GOP è votato soprattutto da bianchi, mentre le minoranze votano in larga parte per i DEM. 

Il voto nel Midwest e nella Rust Belt

Nel 2016, l’appello suprematista si rivelò decisivo per vincere in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. Ora che le proteste contro la brutalità poliziesca occupano il dibattito pubblico, la narrazione repubblicana è tornata a focalizzarsi sullo scontro razziale. Attraverso spot elettorali che mostrano le violenze e il caos delle manifestazioni, Trump sta cercando di alimentare i pregiudizi della popolazione bianca e di far passare in secondo piano la crisi sociale, che proprio nel Midwest ha trovato il suo attuale epicentro. Nella speranza che legge e ordine si dimostri uno slogan efficace nel convincere gli elettori dei sobborghi che hanno abbandonato i repubblicani negli ultimi anni a tornare sui loro passi.

Biden e Harris, al contrario, stanno cercando in tutti i modi di ricostruire il blue wall di un tempo. Negli ultimi mesi, essi hanno rivolto i loro sforzi proprio a questi territori, come testimoniano i quasi 60 milioni di dollari spesi in campagna elettorale da aprile a oggi, e i numerosi incontri organizzati sia in presenza che online. Lo scopo principale è cercare di limitare Trump nelle zone rurali, dove sono più diffusi i valori conservatori, e riuscire a beneficiare di una svolta nell’elettorato suburbano, sulla scia del 2018. Cercando di sfruttare, ora che la polarizzazione sociale e identitaria ha raggiunto un nuovo picco, il consenso di Biden tra la working class e quello di Harris tra le minoranze. I due puntano su una strategia di differenziazione rispetto all’estremismo repubblicano: promettono il ritorno a una vita dignitosa, la fine della deriva autoritaria e un piano riformista, basato su una maggiore attenzione al riscaldamento globale, un salario minimo di quindici dollari all’ora e una maggiore protezione sanitaria. Tutte proposte favorevoli al ritorno del blue wall, almeno sulla carta.

A un mese dal voto, il Midwest rispecchia tutte le contraddizioni della società statunitense. Da un lato, nel periodo di più alta diffusione del contagio, il tasso di disoccupazione è salito alle stelle e tutt’ora le fasce più deboli pagano le conseguenze di un’amministrazione totalmente irresponsabile nei confronti dei cittadini. Dall’altro, l’atto di violenza su Jacob Blake da parte delle forze dell’ordine in Wisconsin costituisce l’ennesimo epifenomeno della malattia più radicata negli USA. In questo contesto, i sondaggi più recenti prevedono una vittoria del ticket democratico nel Midwest e nella Rust Belt; ciononostante, come ha insegnato il 2016, i sondaggi non prevedono il futuro e altri fattori, come la voter suppression, potrebbero modificare gli equilibri in vista del 3 novembre. 

 

Fonti e approfondimenti

Brownstein R., The Pandemic Is Damaging The GOP Brand Everywhere, The Atlantic, 7/31/2020. 

Institute for Policy Studies, How trade policy failed US workers— and how to fix it (2020).

Internazionale, Le sofferenze degli agricoltori statunitensi, 9/25/2020

Jaffe A., Eggert D., Joe Biden looks to rebuild Democrats’ ‘blue wall’ with visits to Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, The Chicago Tribune, 9/9/2020.

Levin M. (2020), Urban Politics: Cities and Suburbs In A Global Age, Routledge.

McQuarrie M. (2017), The revolt of the Rust Belt: place and politics in the age of anger, The British Journal of Sociology.

Montellard Z., Michigan, Pennsylvania and Wisconsin decided the 2016 election. We’ll have to wait on them in 2020, Politico, 9/15/2020.

Patenaude W. (2019), Modern American Populism: Analyzing the Economics Behind the “Silent Majority,” the Tea Party, and Trumpism, The American Journal Of Economics and Sociology.

Pottie-Sherman Y.(2019), Rust and reinvention: Im/migration and urban change in the American Rust Belt, Geography Compass.

Be the first to comment on "Il Midwest e la Rust Belt alle presidenziali del 2020"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: