I suburbs alle presidenziali del 2020

Copertina di Riccardo Barelli.

I suburbs (sobborghi) sono quelle aree che negli USA indicano le zone residenziali limitrofe ai maggiori centri cittadini. Dei suburbs non esiste una definizione univoca e le loro caratteristiche demografiche stanno cambiando nel corso del tempo. Tradizionalmente, infatti, sono considerate aree abitate per la grande maggioranza da famiglie bianche, istruite e benestanti, ma questo sta cambiando.

Soprattutto nelle città che hanno vissuto una grande crescita economica nell’ultimo ventennio, trainate dall’industria tecnologica, quali i centri urbani californiani e della Sun Belt, le aree suburbane hanno vissuto una fase decadente. La gentrificazione dei centri urbani ha riportato molte persone, principalmente giovani e di mezza età e benestanti, nell’inner city, dove la crescita degli affitti e dei prezzi ha invece spinto molte comunità verso gli anelli esterni delle aree metropolitane. In generale, queste aree stanno quindi diventando – per composizione socioeconomica e demografica – più diversificate.

Secondo diversi analisti, queste aree risulteranno decisive per l’elezione del prossimo presidente statunitense. Nel 2016 garantirono la presidenza a Donald Trump, mentre alle Midterm del 2018 furono fondamentali per la blue wave democratica. Il loro ruolo sarà quindi altrettanto fondamentale il prossimo 3 novembre, quando la corsa sarà certamente più serrata di quanto non fosse due anni fa.

I suburbs si spostano, lentamente, al centro

Quattro anni fa le aree suburbane, tradizionalmente repubblicane, andarono a Trump. Già allora però si intravedeva quella tendenza che dagli anni Novanta vede l’elettorato suburbano spostarsi progressivamente verso i democratici. Trump stesso ottenne un risultato decisamente peggiore rispetto a Romney nel 2012.

I sobborghi stanno diventando progressivamente più liberali, probabilmente per effetto di due trend. Il primo, già menzionato, deriva dalla loro diversificazione sociale e demografica. Il GOP, infatti, negli ultimi quarant’anni è stato il partito di riferimento dell’elettorato bianco e benestante, il che permetteva loro di dominare in aree dove questo gruppo demografico era ben radicato. Ora che i suburbs cambiano composizione, però, la geografia elettorale si modifica di conseguenza: vi si trasferiscono minoranze e classe media, più liberali e vicine ai democratici.

Inoltre, questi movimenti di popolazione diminuiscono la segregazione politico-elettorale dei votanti. Nelle aree dove democratici e repubblicani sono geograficamente separati l’elettorato tende a essere più polarizzato, quindi più ancorato ai propri valori e all’identificazione con un partito. I cambiamenti degli ultimi trent’anni hanno reso però l’elettorato di queste aree più diversificato e, quindi, flessibile: zone che erano bastioni repubblicani sono diventate più sensibili al campo liberale, spostandosi progressivamente verso il centro.

Nella direzione opposta a questa migrazione verso il centro si inserisce il secondo trend, ovvero lo spostamento verso destra dei repubblicani. Dall’orientamento neocon in politica estera agli attacchi su temi come migrazione, diritti riproduttivi e soppressione del voto, passando infine per i crescenti legami col mondo dell’estrema destra, è evidente come in questo ultimo trentennio il GOP sia diventato un partito che ha progressivamente abbracciato un progetto politico estremamente conservatore, tanto sui diritti socioeconomici quanto su quelli politici e civili.

Questa scelta ha in un certo senso pagato ottimi dividendi, considerato che la base elettorale di Trump, ad oggi, è solida e quasi inamovibile. La scelta di campo, dura e netta, ha raccolto la base fornendo forti supporti ideologici. Gli approval ratings del presidente non sono quasi mai scesi sotto il 40% in un quadriennio, mostrando una varianza minima: sintomo che la fiducia dell’elettorato repubblicano ad oggi è difficile da scalfire. Tuttavia, ottenere la cieca fiducia della base del GOP ha avuto comunque un prezzo, che si vede nel progressivo abbandono dell’elettorato moderato – per la maggior parte bianco, benestante, istruito, quindi tradizionalmente suburbano – nei confronti dei repubblicani.

Lo spostamento non va comunque sovrastimato: il movimento verso i democratici è lento, soprattutto perché la polarizzazione, su diversi livelli – geografico, ideologico e quindi elettorale – continua a essere alta.

Verso il 3 novembre

Alle presidenziali il voto suburbano sarà importante soprattutto alla luce dello urban-rural divide, ovvero la polarizzazione del voto tra aree urbane e rurali. I centri cittadini, infatti, rimangono zone liberali dove i democratici vincono spesso con grande margine, mentre le aree rurali rappresentano il grosso della base del GOP e di Trump. Mentre in queste aree ribaltare la situazione è quasi impossibile, nei suburbs la situazione sarà più equilibrata e combattuta.

Per ora, Biden sembra aver ribaltato la situazione del 2016, che vide Clinton sconfitta da Trump per quattro punti percentuali nelle aree suburbane. Ciò include margini ampi nei sobborghi di Stati quali Nevada, Minnesota e Wisconsin, che saranno terreno di scontro e potenzialmente decisivi per la vittoria finale.

In generale, i sondaggi mostrano Biden con vantaggi abbondantemente in doppia cifra in queste zone. Rispetto a Clinton, infatti, Biden sta riuscendo a guadagnare molti più consensi tra l’elettorato bianco – tradizionalmente conservatore e repubblicano – il che si riflette nel trend che lo vede con un margine di sicurezza su Trump nei suburbs. Come detto, questa tendenza si era già palesata durante le Midterm del 2018 e una sua conferma sarà fondamentale per rendere Biden più competitivo negli swing States, dove poche decine di migliaia di voti possono fare la differenza.

Per ora la strategia di Trump per riprendersi queste aree non sta quindi andando come sperato dal presidente. Trump sta facendo appello da un lato all’immagine tradizionale dei suburbs come luoghi che sono la culla della cultura e società statunitensi, e dall’altro alla retorica del law & order (legge e ordine), provando a mostrarsi come l’unico candidato che tiene alla sicurezza delle città. Demonizzando le proteste del movimento Black Lives Matter come violente, schierandosi invece con i corpi di polizia e a favore dell’uso della forza, Trump sta provando a dipingere quello democratico come un partito pericoloso per la sicurezza degli statunitensi. La sua retorica però sta cadendo nel vuoto e apparentemente non sta muovendo le coscienze dell’elettorato. D’altronde, Biden si è spesso distanziato dal movimento per il taglio dei finanziamenti alla polizia mentre la sua vice, Harris, ha un passato da prosecutor vicina alle istanze delle forze dell’ordine.

Per i democratici, quindi, il successo alle presidenziali passerà anche, ma non solo, attraverso una vittoria netta in queste aree. I sondaggi mostrano come questa sia un’eventualità probabile e l’inefficacia della retorica trumpiana dà ulteriore sicurezza alle speranze di Biden. Nel lungo periodo, però, il partito dovrà fare i conti con una coalizione elettorale che sta inglobando al suo interno elettori sempre più moderati, mentre l’ala di sinistra, in crescita anche questa, spinge per riforme più progressiste.

 

Fonti e approfondimenti

Alemany, Jacqueline, “Power Up: In the battle for the suburbs, polling shows Trump’s law-and-order rhetoric falling flat, The Washington Post, 14/09/2020

Hopkins, David A., The Suburbanization of the Democratic Party, 1992–2018, 29/08/2019

Montgomery, David, “How to Tell If You Live in the Suburbs, Bloomberg City Lab, 07/07/2020

Rakich, Nathalien, “How Urban Or Rural Is Your State? And What Does That Mean For The 2020 Election?, FiveThirtyEight, 14/04/2020

Skelley, Geoffrey, “The Suburbs — All Kinds Of Suburbs — Delivered The House To Democrats, FiveThirtyEight, 08/11/2018

Stanton, Zack, ‘The Whole Concept of “Blue Wall” States Is Kind of Over’, Politico Magazine, 28/08/2020

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