Chi è Kamala Harris?

di Cecilia Marconi e Alberto Pedrielli

Lo scorso 11 agosto, il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, Joe Biden, ha scelto di nominare Kamala Harris come vice.
Harris, attualmente senatrice degli Stati Uniti per lo Stato della California, è la seconda donna nera candidata alla vicepresidenza nella storia degli USA – dopo Charlotta Bass, candidata per il Progressive Party nel 1952. In caso di vittoria del
ticket democratico diventerà la prima donna nera, nonché la prima asian-american, a ricoprire tale incarico: Harris ha infatti origini indiane (da parte di madre) e giamaicane (da parte di padre).

Prima di dedicarsi all’attività politica, Harris ha ricoperto la carica di procuratrice: un attento esame di questo lungo percorso come “braccio della legge” mostra un profilo pieno di contraddizioni, come numerosi osservatori hanno rilevato nel corso della campagna elettorale. Le scelte di Harris nella prima parte della sua carriera, soprattutto agli occhi degli elettori più progressisti, gettano un’ombra anche sulla sua candidatura da vicepresidente. 

Una lunga carriera e molte problematiche

Harris ha iniziato a lavorare presso gli uffici dei pubblici ministeri alla fine degli anni ’80 ed è diventata procuratrice distrettuale di San Francisco nel 2004. Nel 2011, è stata promossa a procuratrice generale della California, il massimo funzionario delle forze dell’ordine nello Stato. Ha ricoperto quella posizione fino al 2017, quando è diventata senatrice per lo Stato della California.

Da un lato, Harris si è dimostrata progressista, implementando politiche volte al miglioramento del sistema giudiziario e a un approccio più “clemente” nei confronti dei reati minori. Da questo punto di vista, la sua politica di maggior successo è stata “Back on Track” (2005) per combattere il fenomeno dell’incarcerazione di massa. Il programma è stato pensato per permettere ai condannati, spesso ragazzi giovani, di ottenere un diploma di scuola superiore e un lavoro, invece del carcere. 

Un altro esempio a suo favore è la gestione della legge dei “three strikes and you’re out” (tre strike e sei fuori) della California, in cui ha dimostrato di essere a favore di un sistema meno draconiano. Secondo la legge, applicata in California in una modalità così severa da diventare caso di studio a livello internazionale, chi avesse commesso un crimine dopo altre due condanne poteva andare in prigione con sentenze da 25 anni all’ergastolo. Harris ha richiesto che l’ufficio del procuratore distrettuale di San Francisco utilizzasse la norma solo in caso di crimine grave o violento, diminuendo drasticamente l’applicazione di condanne così severe per reati non violenti, come lo spaccio di sostanze stupefacenti. In contemporanea, ha però emanato diversi provvedimenti contro il consumo e il commercio di droghe leggere che, ancora una volta, hanno colpito in modo sproporzionato le comunità nere e latinx.

Harris si è dimostrata, in generale, piuttosto contraddittoria su diversi fronti e tematiche chiave. Per prima cosa, ha dimostrato di non avere le idee chiare sulla pena di morte, contro la quale ha sempre dichiarato di essere fortemente schierata. Un caso rimasto celebre è quello dell’omicidio di Isaac Espinoza, un giovane poliziotto ucciso da un sospettato durante un controllo. In questo caso, Harris si rifiutò di richiedere la pena di morte, voluta dalla maggioranza dell’opinione pubblica, dato che “contrastava con i suoi principi”. La stessa Harris ha però poi difeso in tribunale, anni dopo, il mantenimento della pena di morte della California e rifiutato di sostenere due iniziative elettorali che l’avrebbero vietata.

Accuse di opportunismo politico e Black Lives Matter

Per di più, in un periodo della storia statunitense così complesso, in cui continuano le proteste contro la violenza della polizia e il razzismo strutturale, la figura di Harris risulta piuttosto difficile da inquadrare. Harris ha supportato dei programmi di formazione per affrontare i pregiudizi razziali degli agenti di polizia, ma ha anche evitato di rispondere alle richieste mandate dagli attivisti al suo ufficio per indagare su alcune sparatorie. I critici affermano che, da quando è diventata procuratrice generale della California nel 2011, abbia in gran parte evitato di intervenire in casi di violenza da parte della polizia. Questo è particolarmente rilevante in California, Stato con uno dei più alti tassi di sparatorie mortali da parte della polizia.

Dopo che il movimento Black Lives Matter ha preso piede, ha introdotto e ampliato quello che il suo ufficio ha descritto come “una formazione unica nel suo genere” per affrontare i pregiudizi razziali e la giustizia procedurale, ha reso il Dipartimento di Giustizia della California la prima agenzia in tutto lo Stato a richiedere bodycams per gli agenti in servizio. Allo stesso tempo ha lanciato OpenJustice, una piattaforma che dovrebbe consentire al pubblico di monitorare le procedure giudiziarie per i crimini commessi da agenti di polizia.

I critici sostengono però che queste iniziative, in concreto, abbiano ottenuto ben poco, e che siano state solo di facciata – sollevando accuse di opportunismo politico. “Top-cop Harris” (così chiamata proprio per il suo passato da prosecutor agguerrita) non avrebbe fatto abbastanza per affrontare davvero il problema della brutalità della polizia mentre era procuratrice generale. Harris si è rifiutata di indagare sulle sparatorie contro due afroamericani nel 2014 e nel 2015 e non ha sostenuto un disegno di legge del 2015 per nominare un procuratore specializzato nell’uso della forza da parte della polizia. Inoltre, avrebbe permesso ai suoi collaboratori di prendere decisioni controverse, da cui avrebbe successivamente cercato di prendere le distanze. Tra queste, il suo ufficio avrebbe cercato di ostacolare il rilascio di prigionieri dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il sovraffollamento nelle carceri della California fosse così grave da essere disumano e incostituzionale.

La zona grigia del progresso

Nel 2016 Kamala Harris è stata eletta al Senato degli Stati Uniti e si è subito contraddistinta per il suo stile e per le sue proposte. Da un lato, le sue performance negli interrogatori svolti come senatrice, come per esempio quello del procuratore generale Jeff Sessions in merito al coinvolgimento della Russia nelle elezioni presidenziali, sono diventate virali. Dall’altro, se le posizioni assunte nella prima fase della sua carriera hanno spesso registrato numerose critiche provenienti da attivisti e associazioni progressiste, da quando è stata eletta al Senato la Harris ha occupato in maniera stabile la parte sinistra dello spettro politico. GovTrack, un’organizzazione apartitica che tiene traccia dei progetti di legge al Congresso, ha infatti classificato Harris come “la più liberal dei senatori”. Data la grande esperienza maturata nel suo ruolo di procuratrice, non sorprende che la riforma del sistema giudiziario sia stata una delle issue su cui la senatrice californiana ha costruito la propria identità politica.

Nel corso del 2017 ha presentato un progetto di riforma della cauzione; come documentato da numerosi studi, attualmente negli Stati Uniti centinaia di migliaia di persone sono detenute in via preventiva perché non hanno a disposizione le risorse per pagare la somma necessaria per il proprio rilascio. Il sistema si configura come doppiamente discriminatorio, in quanto nella maggior parte dei casi, a trovarsi in una situazione di difficoltà economica sono le minoranze afroamericana e latinx.  La proposta di riforma, il cui iter si è bloccato dopo la prima approvazione al Senato, era stata presentata assieme al senatore repubblicano Rand Paul, a ulteriore testimonianza della capacità di Harris nel trovare soluzioni bipartisan.

Recentemente Harris ha contribuito alla stesura di un disegno di legge sulla riforma della polizia, denominato Justice in Policing Act, che è stato approvato alla Camera nel mese di giugno, durante l’ondata di proteste contro il razzismo sistemico e la brutalità poliziesca che si è sollevata in seguito all’omicidio di George Floyd, e che continua a infiammare tutto il Paese. Nella proposta sono contenute importanti disposizioni che andrebbero a incentivare un maggiore controllo sulle azioni delle forze dell’ordine, sia tramite l’utilizzo obbligatorio di telecamere durante le operazioni di polizia, sia tramite la creazione di un registro federale ad hoc in cui tenere traccia dei reclami per cattiva condotta e di tutti gli elementi relativi al profilo disciplinare. Particolarmente significativa risulta inoltre l’ultima sezione del disegno di legge, curata con il compagno di partito Cory Booker, che prevede l’introduzione del linciaggio tra i reati federali. 

Oltre all’impegno per la riforma del diritto penale, Harris ha puntato molto, fin dalle origini della sua carriera politica, sulla battaglia per la riduzione del divario salariale di genere, che sarebbe poi diventato uno dei punti più importanti nel suo programma per le primarie democratiche. In queste, sebbene inizialmente fosse indicata come una delle favorite per la vittoria, la campagna si è risolta in un sostanziale fallimento. La politica californiana si è trovata spesso in quell’”in-between space” compreso tra la proposta più radicale di Sanders e Warren e la linea più moderata interpretata da Biden e Buttigieg. Uno dei campi in cui si è resa più evidente questa incertezza sul posizionamento di Harris è stato senza dubbio il “Medicare for all”. Dopo avere sostenuto in un primo momento la proposta di Bernie Sanders, favorevole a un sistema di sanità pubblica e universale, la senatrice ha deciso di fare un passo indietro, orientandosi verso una soluzione che avrebbe mantenuto un ruolo significativo per le compagnie di assicurazione private. 

Tuttavia, su altre issues ha dimostrato di sapere cogliere lo spirito più progressista del Partito Democratico e della società. Come avvenuto per la legalizzazione della cannabis, su cui la Harris ha espresso un’opinione favorevole dopo che in passato si era trovata sullo schieramento opposto, la tematica ecologista ha assunto un’importanza crescente nella sua piattaforma programmatica, sotto la spinta della società civile e, nello specifico, dei movimenti per il clima come il Sunrise Movement. Nel mese di agosto, ha presentato insieme alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez un piano per legare le politiche pubbliche a dei parametri di sostenibilità ambientale, in particolare per quanto riguarda i provvedimenti che insistono sulle comunità maggiormente colpite dai cambiamenti climatici. Harris è stata una delle prime sostenitrici del Green New Deal, e il suo lavoro contro il cosiddetto environmental racism è stato molto apprezzato dagli attivisti. 

L’era della ragione?

Molti commentatori si sono domandati se la senatrice sia essenzialmente una pragmatica della politica, che cambia idea su certe tematiche a seconda di quale linea di pensiero sia più diffusa in quel momento, o se l’assumere un ruolo diverso le permetta di esprimere la sua linea di pensiero più autentica. In realtà, Harris sembrerebbe stare semplicemente “al passo con i tempi”. D’altro canto, gli stessi Democratici sono evoluti verso posizioni più progressiste nel corso del tempo. 

I suoi sostenitori ritengono che, come procuratrice distrettuale prima, e procuratrice generale poi, Harris si sia trovata a oscillare costantemente tra due poli, cercando da un lato di essere un’efficace rappresentante delle istituzioni, in un’era in cui la politica “dura con il crimine” era popolare al di là delle linee di partito e, dall’altro, di essere una procuratrice riformista, animata dalla sincera volontà di cambiare il sistema dall’interno, senza inimicarsi le forze di polizia e i rappresentanti del sistema giudiziario. Allo stesso tempo, per i suoi detrattori, la linea politica promossa nel suo operato da senatrice non sarebbe sufficiente a qualificarla come una candidata progressista. 

In un momento in cui la police brutality e la diffusione del Covid-19 hanno fatto emergere tutte le contraddizioni della società statunitense (col virus che colpisce in maniera molto più forte le minoranze, in particolare quella afroamericana), il ticket Biden-Harris promette una via d’uscita dalla profonda crisi che sta vivendo il Paese a causa del presidente, Donald Trump. La “battaglia per l’anima della nazione”, come l’ha descritta Biden nello spot che ha di fatto lanciato la sua candidatura alla presidenza, si giocherà su più livelli: dall’emergenza sanitaria alla necessità di far crescere l’economia, dalla giustizia sociale alle politiche ambientali. Per la campagna più importante della sua vita, l’ex vicepresidente ha deciso di fare affidamento all’esperienza di Harris: resta da vedere quale parte della carriera di quest’ultima le sue azioni come procuratrice o le sue proposte politiche al Senato – si rifletterà maggiormente in un’eventuale amministrazione democratica. 

 

Fonti e approfondimenti

Robert L. Borosage, Progressives, Get Ready To Push Them Left, The Nation, 17 agosto 2020. 

Nicholas Fandos, Joe Biden’s Role in ’90s Crime Law Could Haunt Any Presidential Bid, The New York Times, 21 agosto 2015. 

Conor Fiedersdorf, When Kamala Was A Top-Cop, The Atlantic, 25 agosto 2019.

German Lopez, Kamala Harris’s controversial record on criminal justice, explained, Vox, 12 agosto 2020. 

Francesco Manfredi, La guerra contro i recidivi: ‘three strikes and you’re out’, 2015, L’altro diritto

Branko Marcetic, The Two Faces Of Kamala Harris, Jacobin, 8 ottobre 2010.

Keeanga-Yamahtta Taylor, Joe Biden, Kamala Harris, and the Limits of Representantion, The New Yorker, 24 agosto 2020. 

 

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