La Sun Belt fra presidenziali e futuro

La Sun Belt è la regione che geograficamente si estende in larghezza dal Sudest al Sudovest degli Stati Uniti. Gli Stati che ne fanno parte interamente sono l’Alabama, l’Arizona, l’Arkansas, la Florida, la Georgia, la Louisiana, il Mississippi, il New Mexico, il South Carolina e il Texas. A questi vanno aggiunti i due terzi della California (da Sacramento in giù), e in misura minore, parti del North Carolina, del Nevada e dello Utah. La grandezza e l’estensione di questa regione, già a una prima rapida analisi, lascia intuire la grande importanza che ricoprirà in vista delle presidenziali che si terranno il prossimo 3 novembre. Fra i vari Stati della regione, stando ai sondaggi, molti esiti elettorali appaiono scontati, ma in alcuni la corsa è tutt’altro che decisa.

Com’è andata nel 2016

Nel 2016 gli Stati della regione sono stati conquistati per la maggior parte da Donald Trump, il quale è riuscito a riconfermare le vittorie ottenute da Romney nel 2012 e ad aggiungere ad esse la Florida facendola passare ai repubblicani. Se la California è ormai da qualche decennio un vero e proprio fortino per i democratici, così come lo è storicamente il Texas per i repubblicani (anche se le cose stanno cambiando), la Florida è considerata come uno degli swing States per eccellenza. Nel 2016 Donald Trump riuscì a imporsi con il 48,6% delle preferenze, superando la sfidante Hillary Clinton fermatasi al 47,4%. Negli altri Stati, tranne che in California, Nevada e New Mexico, Trump ha vinto con grandi margini di distacco. Anche nell’ottica 2020, la vittoria ottenuta da Trump nel 2016 in Arizona è stata molto importante, anche perché nell’attualità, come vedremo fra poco, l’Arizona è tornata ad essere uno Stato conteso.

Lo scontro in Florida

Anche questa volta la Florida, secondo Stato con più grandi elettori della Sun Belt, ricoprirà un ruolo fondamentale per l’assegnazione del collegio elettorale. Allo stato attuale Biden, stando ai sondaggi, è in leggero vantaggio su Trump. Tuttavia, il margine non è abbastanza ampio da far pronosticare tranquillamente una vittoria del candidato democratico in quella che sarà, insieme agli Stati del Midwest, una delle corse decisive. Anche guardando ai precedenti degli ultimi vent’anni, la Florida non è mai stata vinta con un distacco mediamente più alto di 2/3 punti percentuali. Rimasto nell’immaginario collettivo è stato lo storico duello all’ultimo voto tra Al Gore e George W. Bush nel 2000, vinto da quest’ultimo con un margine molto ristretto a seguito di numerose polemiche e di una decisione della Corte Suprema.

Nell’attualità sarà molto importante il voto degli elettori più anziani e quello degli ispanici. Per quanto riguarda i primi, le persone con età superiore ai 45 anni sono più del 45% della popolazione, con un 30% formato da coloro che hanno almeno 55 anni con una forte maggioranza bianca. Tra questi elettori il supporto per Trump è ancora molto forte e radicato. Tuttavia, rispetto al 2016 il tasso di gradimento nei confronti dell’attuale inquilino della Casa Bianca sembra essere diminuito. A livello nazionale, infatti, il supporto di questa fascia dell’elettorato si posiziona all’incirca al 46%, in calo rispetto al 52% di quattro anni fa.

Anche per quanto riguarda il voto ispanico sarà molto importante la divisione interna ad esso. Infatti, se i latinx non originari di Cuba guardano con favore all’ex vice di Obama, i cubano-statunitensi propendono per il presidente Trump. Quest’ultimo gruppo, infatti, si esprime tradizionalmente votando per il ticket repubblicano e in passato ha giocato un ruolo fondamentale nel far cambiare colore allo Stato. I cubano-statunitensi approvano specialmente le politiche e la retorica aggressiva di Trump nei confronti dei regimi di Cuba e del Venezuela.

Il ruolo dell’Arizona

Molto importante sarà anche il ruolo dell’Arizona, dove Biden appare in vantaggio nei sondaggi. Nel 2016 quest’ultima venne conquistata da Trump con circa quattro punti di vantaggio. Nonostante si tratti di uno Stato storicamente repubblicano, una serie di cambiamenti demografici a lungo termine stanno modificando la situazione. Ciò è in parte dovuto agli elettori latinx, gruppo in rapida crescita in Arizona, che promette di svolgere un ruolo più importante nelle elezioni del 2020 rispetto agli anni precedenti. Ha una delle più grandi popolazioni ispaniche del Paese – il 31,7% della popolazione dello Stato fa parte di questa etnia, secondo le stime dell’American Community Survey del 2019, rispetto al 25,2% nel 2000 – e la partecipazione del gruppo alle elezioni sembra essere in crescita.

Nel 2018, anno in cui Kyrsten Sinema è stata eletta al Senato per i democratici, gli exit poll hanno mostrato che il 18% degli elettori dell’Arizona appartenevano a questa categoria demografica. Diversamente dalla Florida poi, la maggior parte dei latinx dello Stato sono di discendenza messicana, cosa che tende a farli propendere per i democratici a differenza dei cubano-americani. Inoltre, una quota maggiore di latinoamericani dell’Arizona vive in aree più urbane rispetto, ad esempio, ai latinoamericani del Texas (un altro fattore che va a favore dei democratici).

Anche gli elettori bianchi si stanno orientando verso Biden, segnando un cambiamento rispetto al 2016, quando Trump guadagnò il voto del 54% di questi in Arizona. I sondaggi attuali mostrano una distanza più ravvicinata tra Biden e Trump in questo gruppo: una recente rilevazione del Siena College, ad esempio, ha mostrato Trump in vantaggio su Biden di un solo punto percentuale con gli elettori bianchi nello Stato. Tra gli elettori bianchi laureati Biden è invece dato avanti di circa 15 punti. Il problema di Trump con gli elettori bianchi nei suburbs è ulteriormente amplificato dal fatto che in Arizona molti di quei voti si trovano nella Contea di Maricopa. Nel 2018 proprio in questa Contea, oltre ottanta distretti dove Trump aveva vinto nel 2016 votarono per la Sinema, decretando la sconfitta della candidata repubblicana Martha McSally. Lo spostamento, secondo gli analisti, sembra derivare dal fatto che gli elettori, in precedenza molto più interessati alla questione immigrazione, abbiano spostato il focus su questioni quali economia, istruzione e sanità.

Le prospettive del Nevada

Anche la corsa in Nevada sarà da tenere d’occhio. Esclusi il 1976 e il 2016, il Nevada ha sempre espresso i suoi grandi elettori a favore del vincitore delle elezioni guadagnandosi lo status di Stato trendsetter. Secondo i sondaggi, Biden è in vantaggio. I democratici, però, sono preoccupati a causa del turnout che potrebbe non essere all’altezza, in particolare i latinx e gli elettori della classe operaia che qui costituiscono una parte significativa della base del partito. Nel 2016, Hillary Clinton vinse in Nevada per soli 2,4 punti, dieci in meno del margine di Barack Obama nel 2008. Tuttavia, la pessima gestione della pandemia da parte dell’amministrazione Trump potrebbe significare molto in questo Stato.

Finora ci sono stati più di 80.000 casi di coronavirus nello Stato, con più di 1.600 morti. Quando i casinò hanno chiuso a metà marzo, l’economia interna è precipitata immediatamente. Con un terzo di tutti i posti di lavoro che dipendono dal turismo, la disoccupazione ha raggiunto il 28% ad aprile, una percentuale superiore a qualsiasi altro Stato. Il tasso di disoccupazione ora è al 14%, ancora tra i più alti della nazione, e il turismo è diminuito di circa il 70% in quest’ultimo periodo rispetto all’anno scorso.

L’importanza della Sun Belt

Questo continuo cambiamento demografico polarizza ulteriormente il riposizionamento politico del Partito repubblicano operato dal presidente. Trump ha indirizzato il suo messaggio e il suo programma maggiormente verso le priorità degli elettori bianchi più anziani e non laureati, che ancora dominano la maggior parte della Rust Belt. Questo renderà più incerto il risultato dei Dem in quegli Stati. Nel prossimo futuro, quindi, i democratici dovranno probabilmente compensare eventuali guadagni repubblicani nella Rust Belt vincendo più elezioni negli Stati della Sun Belt, i quali stanno raggiungendo una sempre più ampia diversificazione dell’elettorato.

Nel prossimo decennio e oltre, la variabile cruciale, che potrebbe inclinare l’equilibrio di potere nazionale tra i partiti, potrebbe essere data dalla capacità dei democratici di sfruttare questi vantaggi demografici nella Sun Belt. Le vittorie dei Dem del 2018 nell’area sono state da questo punto di vista sorprendenti, poiché hanno dimostrato che il partito stava migliorando in luoghi in cui prima difficilmente era competitivo. Inoltre, anche a livello di rappresentanza nelle Camere, le stime indicano che già con il nuovo censimento del 2020 ci sarà uno spostamento in termini di seggi e di rappresentanza in favore di questi Stati, a discapito di quelli della Rust Belt; un discorso che vale anche per i grandi elettori, andando a influenzare le presidenziali future. Le stime indicano che più di trenta seggi e voti del collegio elettorale saranno spostati nella Sun Belt, segnando una significativa variazione di potere politico.

Non molto tempo fa, la maggior parte degli osservatori politici avrebbe visto queste tendenze come una minaccia incondizionata per i democratici, perché il partito ha fatto molto affidamento sugli Stati del Nordest e del Midwest, specialmente nelle gare presidenziali. Questo è ancora vero sotto un aspetto: i democratici rimangono dominanti negli Stati del Nordest e, quindi, verrebbero colpiti negativamente da ciò. Ma il costante declino del Midwest ha ora conseguenze per entrambe le parti, poiché quegli Stati sono diventati parte integrante della strategia di Trump e del Partito repubblicano; strategia che ha mirato alla massimizzazione del sostegno tra gli elettori bianchi più anziani e gli operai, gruppi preponderanti nel Midwest, anche se in calo. Una tattica che ha pagato e gli ha permesso di vincere le scorse elezioni. Ma se le proiezioni demografiche si dimostreranno corrette, la scelta di Trump di guidare il GOP verso una maggiore dipendenza dalla Rust Belt, proprio mentre il peso elettorale generale della regione sta diminuendo, potrebbe diventare un boomerang.

Tuttavia, allo stato attuale i repubblicani mantengono il loro vantaggio nel Sudest e nel Sudovest, e fino a quando i democratici non riusciranno a dimostrare di poter vincere costantemente in quelle aree, il trade-off impostato da Trump sarà ancora sostenibile. Sta di fatto che ogni anno che passa l’elettorato della Sun Belt sembra spostarsi verso posizioni sempre più democratiche e la sfida del Partito democratico sarà proprio quella di saperle catalizzare e portarle dalla propria parte.

Fonti e approfondimenti

Medina Jennifer, “Nevada Built a Powerful Democratic Machine. Will It Work in a Pandemic?“, The New York Times, 15/09/2020

National President: general election Polls, FiveThirtyEight, 04/10/2020

Gutierrez Barbara, “Florida may hold the key to the 2020 presidential election“, University of Miami, 15/09/2020

Campo F. Arian & Leary Alex, “Older Voters in Florida Could Be Key to the 2020 Election“, The Wall Street Journal, 25/09/2020

Malone Clare, “Arizona Is The Democrats’ Purple Splotch In The Sunbelt“, FiveThirtyEight, 24/09/2020

Brownstein Ronald, “Democrats’ Future Is Moving Beyond the Rust Belt“, The Atlantic, 09/01/2020

Be the first to comment on "La Sun Belt fra presidenziali e futuro"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: