Libia: chi combatte chi? Milizie e tribalismo

Nonostante le super potenze regionali e mondiali occupino un ruolo fondamentale nel conflitto civile libico, non è da sottovalutare il ruolo degli attori locali. Delle milizie nello specifico. Si tratta delle formazioni militari, di diversa grandezza e importanza, sulle quali sia Haftar sia Serraj fanno affidamento come forze armate. Tuttavia, il forte senso di appartenenza a particolari minoranze etniche o tribù, unito a interessi economici e sociali, ha reso queste milizie altamente imprevedibili.

Le milizie tribali ed etniche libiche hanno radici antiche tanto quanto il Paese. Per avere un quadro dettagliato del conflitto e delle sue dinamiche locali, è quindi importante conoscerne la storia e i risvolti militari degli ultimi anni.

Evoluzione storica della “Qabaliyya“: berberi, arabi, Islam e milizie

La struttura tribale della Libia si è sviluppata di pari passo con la storia del Paese.  Infatti, lo stesso nome della nazione deriva da “Libu”, millenaria tribù berbera che popolava la costa durante l’ottavo secolo a.C.. Fu la dominazione araba, però, a portare in Libia quelle che ancora oggi sono le confederazioni tribali più importanti: i Beni Salim, in Cirenaica e i Beni Hilal, in Tripolitania.

Nel tempo queste due confederazioni di tribù arabe hanno imposto ai nativi la loro organizzazione sociale e l’Islam, influenzando in maniera radicale la società libica. L’influenza della cultura araba-beduina ha contribuito alla formazione dell’attuale sistema organizzativo tribale libico. Chiamato qabaliyya (da “qabila“, tribù in arabo), è un sistema basato su un ordine gerarchico di più famiglie che fanno capo a un celebre antenato. In questo tipo di struttura, ogni membro della tribù, tramite le sue azioni, può portare onore o vergogna a tutti gli altri membri. La reputazione della tribù, quindi, influenza la vita sociale ed economica di ogni suo componente.

Infine, è importante considerare la dimensione militare di queste tribù. Nel corso dei secoli, infatti, le varie tribù arabo-berbere si sono dotate di forze armate per far valere i propri interessi. Trattandosi principalmente di tribù nomadi dedite alla pastorizia in territori aridi o desertici, l’uso della forza è sempre stato fondamentale per difendere il bestiame o controllare le oasi. Queste forze armate sono state spesso usate come mezzo d’integrazione delle tribù arabe. Ad esempio, ai fini di preservare il proprio ruolo sociale e il proprio stile di vita, i capi tribù hanno più volte giurato fedeltà a sovrani stranieri. In questo modo le milizie tribali sono state usate come forza di polizia per riscuotere le tasse e pattugliare i confini.

Le tribù libiche nella Jamahiriya di Gheddafi

L’avvento dell’età contemporanea ha sicuramente cambiato la Libia dal punto di vista sociale e demografico. Il passaggio da una società rurale a una urbana, in particolare, ha avuto enormi effetti sulla popolosità del Paese. Nonostante ciò, la logica tribale non è scomparsa: è stata semplicemente trapiantata nella nuova realtà cittadina. Il 90% dei libici, specialmente se arabi, ancora oggi si definisce come parte di una tribù, anche se vive in città.

Dal 1969, anno del colpo di Stato, Gheddafi cercò di estendere la propria influenza su tutto il Paese. Da un lato, egli adottò la tattica del divide et impera per dominare l’apparato tribale del Paese: limitò il potere di alcune tribù e promosse quello di altre. Durante tutti gli anni ’70, il raìs effettuò delle vere e proprie purghe all’interno dell’establishment libico e sostituì i membri delle tribù più potenti con gente a lui fedele. In particolare, cariche militari e istituzionali vennero assegnate a membri della tribù Qadhadhfa (dalla quale proveniva Gheddafi) o di altri clan minori, marginalizzando le potenti tribù della costa.

Dall’altro lato, mantenne il ruolo di mediatore sociale e giuridico delle tribù, integrando le norme tribali con quelle dello Stato. Gheddafi procedette spesso con il reclutamento in massa di giovani adulti appartenenti alla stessa tribù. L’integrazione delle milizie locali in un apparato di sicurezza nazionale gli permise infatti di consolidare il controllo sulla popolazione. La stabilità del regime si reggeva su un complicato sistema clientelare. Ossia, un network composto da uomini che godevano di una certa autorità a livello locale e in cambio della fedeltà al raìs, avevano accesso a una serie di benefici.

Inoltre, Gheddafi utilizzò più volte milizie di minoranze etniche per condurre azioni militari oltre i confini libici. E’ il caso, ad esempio, delle milizie Tebu, etnia sahariana di ceppo etiopide, coinvolte nel conflitto contro il Ciad nel 1978. Con la promessa di concedere la cittadinanza ai membri della tribù, convinse i capi Tebu a effettuare incursioni nella striscia di Aouzou, sul confine tra Ciad e Libia. Anche durante le fasi finali della guerra civile del 2011, le truppe rimaste vicine a Gheddafi fino alla fine sono state le milizie tribali a lui fedeli: arabi provenienti dal sud della Libia o da Sirte, città natale del raìs.

In seguito alla morte di Gheddafi, gli equilibri di potere tra le milizie sono cambiati. Rappresaglie e vendette hanno duramente colpito le truppe fedeli a Gheddafi e lo svuotamento degli arsenali del regime ha permesso il rafforzamento di milizie minori. Il vuoto di potere post-rivoluzionario ha permesso alle varie milizie di assumere il controllo del territorio. Milizie e tribù dipendono economicamente soprattutto dall’estrazione e trasporto del greggio e da attività illegali come la tratta dei migranti attraverso il deserto o il contrabbando di armi e altre merci.

La difesa di Tripoli nelle mani delle milizie di Zintan e di Misurata

Sede del Governo di Autorità Nazionale (GNA) di Serraj, Tripoli è dall’aprile del 2019 sotto assedio. Dal 2016 Serraj ha affidato la difesa della città alla milizia di Zintan. Guidata da Usam al-Juwaili,  la milizia Zintan è tra le più importanti della Libia occidentale ed è stata tra le prime a sollevarsi contro Gheddafi. Storicamente considerata una tribù araba minore, ha ingrossato le sue fila nel periodo post 2011, salvo poi dividersi in sostenitori di Serraj e sostenitori di Haftar nel 2014.

Una volta giunta a Tripoli, la milizia Zintan ha effettuato diverse azioni contro tribù rivali e lealisti del regime, attirandosi l’ira di altre milizie locali e dei cittadini. Di fatto, le truppe fedeli a Serraj, sono composte da decine di piccole milizie, precedentemente in rivalità tra loro ma accomunate dal bisogno di respingere Haftar. Ad esempio, le milizie Tuareg e Tebu schierate in difesa della periferia della città, hanno combattuto più volte contro alcune milizie arabe con le quali ora condividono il fronte, tra cui quella Kikli a difesa dell’aeroporto di Tripoli.

La milizia di Misurata è la più numerosa tra quelle a supporto di Serraj, si è formata nel 2016, con lo scopo di affrontare l’Isis a Sirte. Impegnata su tutto il fronte di Tripoli,  si occupa anche della sicurezza personale di Serraj. L’affidamento che Serraj fa su questa milizia deriva anche dall’orientamento politico del gruppo armato: profondamente anti-Gheddafiano e anti-islamista è ideologicamente avverso a gran parte delle forze di Haftar.

La spina dorsale dell’armata di Haftar: le milizie dell’Est e della Cirenaica

Contrariamente alle truppe di Serraj, le truppe di Haftar provengono principalmente dall’est del Paese e dalla Cirenaica. Le fila di Haftar riuniscono sia rivoluzionari che nostalgici del regime di Gheddafi. Molte milizie fedeli a Haftar si sono formate dopo lo scioglimento dell’esercito lealista. Provenienti da tribù stigmatizzate e perseguitate dopo il 2011 in quanto lealiste, sono state inquadrate nelle forze della Cirenaica dietro compenso e la possibilità di vendicarsi contro le milizie della Libia occidentale, particolarmente quelle berbere. Molto spesso, infatti, la convivenza tra milizie arabe e berbere è stata caratterizzata da scontri armati per le risorse e il controllo del territorio. Tuttavia, anche all’interno dell’esercito di Haftar le rivalità esistono. Ad esempio, diverse milizie dell’est non vedono di buon occhio i nostalgici del regime di Gheddafi, esattamente come molte altre si sono scontrate più volte con le milizie salafite di Kinyat.

Nonostante ciò, il cuore dell’esercito di Haftar risulta particolarmente fedele. Queste unità militari, quasi tutte dalla Cirenaica, sono capeggiate da persone vicine al Generale. Ad esempio, la Brigata 106 è guidata dal figlio di Haftar, Khaled. In questo modo, il controllo di Haftar sulle sue milizie è più diretto e stabile. Il fronte di Haftar, quindi, appare sicuramente più coeso di quello del GNA, merito anche dei fondi e degli armamenti ricevuti da alleati come Francia e Russia. Dotati di armamenti migliori e di una paga (i guerriglieri di Serraj sono perlopiù volontari), le truppe di Haftar sono superiori per morale e numero a quelle di Serraj.

Conclusioni

La questione delle milizie e della violenza tribale in Libia è tra le priorità della comunità internazionale. Nello stesso testo finale della Conferenza di Berlino che si è tenuta lo scorso gennaio, si enfatizza l’urgenza di rimpatriare i combattenti stranieri e reintegrare le milizie tribale in una forza armata nazionale. Tuttavia, uno dei tanti ostacoli alla realizzazione di questo obiettivo sarà trovare un compromesso tra le rivendicazioni delle diverse tribù coinvolte nel conflitto e risolvere annose questioni inter-tribali, come la distribuzione di risorse e il ridisegnamento dei confini.

 

Fonti e approfondimenti

Al-Shadeedi, Al-Hamzeh, Ezzeddine N., “Libyan Tribes in the Shadows of War and Peace“, Clingendael Institute, 2019

Baxley R., Shifting Loyalties: Libya’s Dynamic Tribalism”, Harvard International Review, vol. 33, no. 2, 2011, pp. 6–7.

Ben Lamma M., The tribal structure in Libya: factor for fragmentation or cohesion?, Observatorie du monde arabo-musulman et du Sahel, settembre 2017.

Lacher W., “Who is fighting whom in Tripoli? How the 2019 war is transforming Libya’s Military landscape”, Security Assessment in North Africa & Small Arms Survey, agosto 2019.

Pack J., “Kingdom of Militias: Libya’s Second War of post-Qadhafi succession”, ISPI, 31 maggio 2019.

Varvelli A. & Villa M., “Libya between militias and migrants: rethinking the role of militias”, ISPI, 1 agosto 2018.

 

 

 

 

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