Il crisantemo nelle terre aride: i rapporti tra Giappone e continente africano

Nel 2014, il primo ministro Abe Shinzō inaugurò l’anno con una visita ufficiale in tre Paesi del continente africano – Mozambico, Etiopia e Costa d’Avorio. Questa decisione ha destato notevole stupore, per due motivi. In primo luogo la sua visita ha posto fine a un periodo di assenza dei leader giapponesi in carica dal territorio africano durato ben nove anni. L’ultimo viaggio era stato quello del primo ministro Koizumi nel 2005. In secondo luogo, questa scelta ha simboleggiato l’assegnazione di un ruolo prioritario al continente africano nell’agenda di politica estera giapponese, contrastando la percezione diffusa che la regione fosse troppo lontana geograficamente e culturalmente per rientrare nelle priorità del Paese del Sol levante. Andiamo quindi a ricostruire l’evoluzione delle relazioni tra Giappone e continente africano, partendo dalla Guerra fredda, per comprenderne l’evoluzione e i fattori determinanti.

Dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta

Nel corso della Guerra fredda, i rapporti tra Giappone e continente africano sono stati limitati dall’appartenenza di Tokyo al fronte occidentale del conflitto bipolare, determinata dalla volontà statunitense di rendere il Giappone un Paese “baluardo” contro la diffusione del comunismo in Asia orientale. Per i primi due decenni del conflitto, Tokyo ha agito da partner ideologico fidato dell’Occidente nel continente africano, il cui motto era consolidare lo schieramento dei Paesi africani nel blocco occidentale. I leader giapponesi avevano scarso interesse per il continente africano, percepito come “il cortile d’Europa” – una zona di influenza delle potenze coloniali europee – anche alla luce della priorità accordata alla ricostruzione fisica ed economica del Paese a seguito della sconfitta nella Seconda guerra mondiale.

I fattori di ripensamento

A partire dagli anni Settanta, due fattori hanno determinato un forte ripensamento della politica estera giapponese nel continente africano. In primis, le crisi energetiche innescate dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), a seguito della Guerra dello Yom Kippur tra Israele e Palestina (1973) e della Rivoluzione iraniana (1979). Queste hanno spinto i leader giapponesi a diversificare le fonti di provenienza delle risorse energetiche, poiché in quel periodo il Giappone importava circa il 99.8% del petrolio dal Medio Oriente. La cosiddetta “diplomazia delle risorse” gioca ancora oggi un ruolo cruciale nella definizione della politica estera giapponese, dato che la quasi totalità delle risorse energetiche utilizzate dal Giappone – circa il 93% nel 2015, secondo la Banca Mondiale (BM) – viene importata.

Oltre ai bisogni legati alle risorse energetiche, viste le responsabilità del Paese nella Seconda guerra mondiale, il Giappone voleva riabilitare la propria immagine agli occhi della comunità internazionale ottenendo un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questo desiderio necessitava l’appoggio dei Paesi del blocco afroasiatico dell’Assemblea Generale ONU per realizzarsi.

Queste considerazioni hanno spinto i leader giapponesi a percepire il continente africano non più come il “continente nero”, ma come garante della sicurezza nazionale sul lungo periodo e come alleato fondamentale nelle organizzazioni internazionali. Ciò si è tradotto in un sostanziale incremento degli “aiuti pubblici allo sviluppo” (ODA), cresciuti da una media del 2,3% (1970-1973), al 10% del totale (1980-1983), toccando un picco del 15% nel 1989, quando gli ODA bilaterali giapponesi raggiunsero il miliardo di dollari. La prima visita diplomatica ufficiale avvenne nel 1974, quando l’allora ministro degli esteri Kimura visitò Ghana, Tanzania, Zambia ed Egitto. Il sospetto che tale visita fosse parte della “diplomazia delle risorse” venne confermato dal fatto che il successore, il ministro degli esteri Sonoda, visitò Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Tanzania e Kenya nel 1979, l’anno della seconda crisi energetica innescata dai Paesi OPEC.

È interessante notare come la distribuzione degli ODA e le visite diplomatiche dei dignitari giapponesi presentassero un alto livello di selettività geografica dei Paesi africani. In linea con i due obiettivi sopra menzionati, i maggiori sforzi del Giappone erano diretti verso i cosiddetti “Paesi-chiave”, ovvero Paesi ricchi di risorse naturali o di importanza strategica a livello diplomatico, come Ghana, Kenya, Tanzania e Sud Africa.

ODA trends 1999

Trend degli ODA giapponesi per regione 1970-1998 Fonte: Ministero degli Affari Esteri Giapponese, 1999

 

Dagli anni novanta agli anni duemila

All’inizio degli anni Novanta, la politica giapponese nel continente africano aveva raggiunto traguardi significativi. Il Giappone, già diventato primo Paese donatore di ODA a livello mondiale nel 1985, nel 1989 si attestò come primo contributore di ODA in Ghana, Kenya, Nigeria e Zambia e come secondo in Comoros, Egitto, Madagascar, Mauritania, Repubblica Centrafricana, Tanzania, Seychelles e Zambia. Questo dimostrò che il Giappone era riuscito a riempire il vuoto lasciato dai Paesi occidentali a seguito delle crisi africane degli anni Settanta e il conseguente inizio dei Programmi di Aggiustamento Strutturale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (BM). Al 1991, il Giappone era riuscito a sedere al seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ben sette volte, risultato ineguagliato dagli altri Paesi membri (a quel tempo, l’Italia vi aveva seduto soltanto due volte). Indubbiamente, il successo del Giappone era stato favorito dalla mancanza di un passato coloniale nel continente africano.

La “Conferenza internazionale di Tokyo per lo sviluppo africano” (TICAD)

Nel 1993, attraverso la creazione del TICAD, una piattaforma di dialogo multilaterale ad alto livello tra Giappone, Paesi africani, Organizzazione dell’Unità Africana (in seguito, Unione Africana), BM e FMI, Tokyo affermò la propria volontà di guidare lo sviluppo del continente africano. Inizialmente riunito ogni cinque anni – diventati tre a partire dal 2016 – il TICAD è una conferenza presieduta dal Giappone in cui vengono discusse questioni legate allo sviluppo dei Paesi del continente africano e formulate idee per incoraggiarlo. Vi partecipano capi di Stato e di governo dei Paesi africani, organizzazioni internazionali, donatori pubblici e privati.

Come evidenziato precedentemente, anche per il lancio del TICAD è possibile individuare dinamiche esterne al continente che hanno contribuito a definire la politica giapponese nei confronti dei Paesi del continente africano.

In primo luogo, la volontà del Giappone di superare l’umiliazione legata alla partecipazione nella Guerra del Golfo nel 1991, quando il sostegno economico allo sforzo bellico statunitense (13 miliardi di dollari) era stato giudicato un contributo insufficiente dalla comunità internazionale. In secondo luogo, il desiderio di riforma del sistema ONU nel suo complesso, giudicato non equamente rappresentativo della realtà contemporanea poiché basato sull’assetto internazionale stabilito nel dopoguerra, per il quale ancora una volta i voti del blocco afroasiatico giocavano un ruolo fondamentale. Alla luce di questi obiettivi, una piattaforma come il TICAD, testimone dell’impegno e della collaborazione profusi per lo sviluppo del continente africano, poteva servire per rafforzare il profilo diplomatico del Giappone nella comunità internazionale.

Gli anni duemila

Su questa scia, il nuovo millennio si aprì con un evento epocale nella relazione tra Giappone e Paesi africani, ovvero la visita nel continente del primo ministro Mori nel 2001. Il livello diplomatico delle relazioni venne mantenuto alto dal primo ministro Koizumi, che visitò Etiopia e Ghana nel 2005. In entrambi i contesti, i leader giapponesi reiterarono la volontà del Giappone di risolvere i problemi del continente africano, attraverso un modello di sviluppo che andasse a costruire l’autosufficienza dei Paesi africani, in modo che non fossero più dipendenti dagli ODA dei Paesi donatori.

Verso la fine degli anni duemila, sembra che il rapporto tra Giappone e Paesi del continente africano abbia cominciato a spostarsi dall’asse degli ODA verso quello del commercio e degli investimenti. Come altri Paesi – Cina, India e Russia – il Giappone ha iniziato a interessarsi alle prospettive di crescita dei mercati africani, il cui tasso di crescita per il 2020 è stimato al 4%. Se nel 1993, il TICAD I era focalizzato sulla riduzione della povertà, già nel 2008 la Dichiarazione di Yokohama invocava la creazione di un continente africano “vibrante”, attraverso infrastrutture, commercio, investimenti, turismo e agricoltura. Tale cambiamento nelle relazioni tra Giappone e i Paesi del continente africano sarebbe diventato ancora più evidente a seguito del “triplo disastro” del 2011 – incidente alla centrale nucleare di Fukushima, terremoto del Tōhoku e tsunami – che resero di nuovo imperativo guardare al continente africano per assicurarsi le risorse energetiche necessarie a soddisfare la crescente domanda interna.

Le relazioni tra Giappone e continente africano oggi

Oggi assistiamo a un doppio fenomeno nelle relazioni tra Giappone e continente africano. La leadership del primo ministro Abe ha indubbiamente portato nuovo vigore nelle relazioni tra Tokyo e il continente africano sotto il profilo politico e diplomatico. Oltre alla storica visita del 2014, sotto la guida del primo ministro Abe, nel 2016 il TICAD si è tenuto per la prima volta nel continente africano, a Nairobi (Kenya). Nel corso del TICAD VII di Yokohama nel 2019, il continente africano ha espresso il proprio sostegno per la strategia “Indo-Pacifico Libero e Aperto”, messa a segno dal Giappone in collaborazione con l’India per contrastare la crescente assertività cinese nell’oceano circostante il Giappone. Questo appoggio rappresenta un importante successo per la strategia di politica estera del primo ministro Abe, che vede tra i suoi obiettivi il contenimento della Cina sul piano regionale asiatico e non.

Allo stesso tempo, le relazioni tra Giappone e continente africano stentano a decollare. Lo stock degli investimenti giapponesi ammonta soltanto a 9 miliardi di dollari, i rapporti commerciali si attestano sui 17 miliardi di dollari e vi sono soltanto 700 imprese giapponesi nel continente, nonostante gli sforzi del governo di Tokyo per incoraggiare l’imprenditoria nipponica nel territorio africano. Anche se i Paesi del continente africano sono nel complesso destinatari della fetta più consistente delle donazioni giapponesi – circa il 40,6 % – il totale degli ODA arriva soltanto a 1.67 miliardi di dollari.

Conclusione

Da questa analisi emergono due fattori ricorrenti e determinanti nelle relazioni tra Giappone e continente africano, ovvero la necessità da parte di Tokyo di assicurarsi risorse energetiche e  supporto nelle organizzazioni internazionali. La natura “esterna” di questi fattori rispetto al continente africano porta a pensare che i rapporti tra Tokyo e i Paesi del continente africano siano stati guidati principalmente dai grandi interessi di politica estera del Giappone, piuttosto che da un interesse strettamente bilaterale per il continente.

Nonostante ciò, si evince che il Giappone e il continente africano non sono separati da una distanza geografica e culturale incolmabile, ma che anzi l’Africa sia stata, e sia ancora oggi, un punto di riferimento importante per la politica estera giapponese.

In tal senso, la visita del primo ministro Abe nel 2014 e il crescente interesse nipponico nei confronti del continente africano sul piano economico e degli investimenti non dovrebbero essere analizzati in isolamento, ma come parte di una relazione tra Giappone e Paesi del continente africano che, con i suoi alti e bassi, ha più di cinquant’anni di storia.

Fonti e Approfondimenti

Adem, Seifudein, Japan in Africa: From Cold War diplomacy to TICAD and beyond. In T. Murithi, Handbook of Africa’s International Relations (pp. 367-376). London and New York: Routledge, 2016

Banca Mondiale, Energy imports, net (% of energy use) – Japan, n.d.

Cornelissen, Scarlett, Japan-Africa Relations. Patterns and Prospects. In I. Taylor, & P. Williams, Africa in International Politics: External Involvement on the Continent (pp. 116-135). Oxon and New York: Routledge, 2014

Davies, Martyn e Kira McDonald, K, Japan’s Shifting Geopolitical and Geo-Economic Relations in Africa. A View from Japan Inc, Hitotsubashi Business Review, 63, n. 1, giugno 2015: 24-41

JICA. Annual Report 2018, Settembre 2018

Ministry of Economy, Trade and Industry, White Paper on International Economy and Trade, 2019

Ministry of Foreign Affairs of Japan, Japan’s ODA Annual Report (Summary) Official Development Assistance (ODA), 1995

Ministry of Foreign Affairs of Japan, Japan’s ODA Annual Report, 1999

Ministry of Foreign Affairs of Japan, Yokohama Declaration – Towards a Vibrant Africa, 2008

Ministry of Foreign Affairs of Japan, Yokohama Plan of Actions, 2019

Ministry of Foreign Affairs of Japan, Speech by Prime Minister Yoshiro Mori “Africa and Japan in the New Century“, at Gallagher Estate, Midrand, Republic of South Africa, 9 gennaio 2001

Morikawa, Jun, Japan and Africa: Big Business and Diplomacy. London: C. Hurst & Co Publishers, 1997

Ochiai, Takehiko, Beyond TICAD diplomacy: Japan’s African policy and African initiatives in conflict response. African Study Monographs, 22, n. 1, 2001: 37-52

Sato, Makoto, Japanese Aid Diplomacy in Africa: An Historical Analysis. Ritsumeikan Annual Review of International Studies, 4, 2005: 67-85

In copertina Flickr, @GovernmentZA

Be the first to comment on "Il crisantemo nelle terre aride: i rapporti tra Giappone e continente africano"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: