Fine di un’era o ritorno al nucleare? La sicurezza energetica del Giappone dopo Fukushima

Definire il concetto di sicurezza energetica in maniera univoca non è né semplice né scontato: le definizioni sono, infatti, molteplici e riflettono spesso gli approcci dei periodi storici in cui sono state elaborate. Tutte, ad ogni modo, hanno un comune denominatore: la consapevolezza che la disponibilità di energia è alla base dello sviluppo economico di un paese. La definizione che sembra più adatta è quella fornita dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, secondo cui la sicurezza energetica si configura come “ininterrotta disponibilità di energia, ad un prezzo congruo e nel rispetto delle preoccupazioni ambientali”.

La sicurezza energetica è, come ovvio, una delle tematiche più rilevanti con cui i governi mondiali si confrontano. Il Giappone, dunque, in quanto importante potenza economica a livello globale, non si sottrae alla discussione della propria indipendenza energetica, oggi ancora fortemente influenzata dagli episodi del 2011 di Fukushima.

Procedendo con ordine, il 1969 è l’anno in cui la Terra del Sol levante intraprende la produzione elettronucleare presso la centrale Tsuruga. A partire da quell’anno, il numero dei reattori inseriti nella rete energetica è salito fino al 1980, con ben 23 in funzione per una copertura di fabbisogno pari al 14.5% del totale. L’apice di produzione nucleare viene raggiunta nel 1997 con 51 reattori operativi e, mantenuto sino al 2002, crolla solo in concomitanza con lo scandalo nella cattiva gestione del reattore Hamaoka1.

Il terremoto del Tohoku del 2011 ha innescato una considerevole quantità di incidenti, in cui sono state coinvolte diverse centrali nucleari, tra cui quella di Fukushima Dai-ichi e Fukushima Dai-ni. Le ripercussioni più importanti sono state la fuga di materiale radioattivo e la contaminazione di aree circostanti con la conseguente necessità di limitarne l’accesso per un lungo periodo di tempo. Nel 2013, infatti, le concentrazioni di radioattività continuavano a salire e a destare preoccupazione soprattutto per l’inquinamento delle falde acquifere sfocianti in mare. Come immaginabile, già all’indomani dell’incidente, il premier giapponese Naoto Kan richiese la verifica, per il tramite di stress test, di tutte le centrali nucleari, ordinando, inoltre, la chiusura di quella di Hamaoka a sud di Tokyo. La condizione energetica dell’area metropolitana di Tokyo era nel più completo caos, con una serie di black-out programmati ed obblighi stringenti di risparmio energetico, attentamente studiati dall’Istituto dell’economia energetica giapponese. Ciò ha fortemente contribuito alla diffusione di imbarazzo e timore per la gestione dell’emergenza tra l’opinione pubblica, sotto la cui pressione, la condizione delle centrali nucleari nel febbraio 2012 è così mutata:

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Solo due delle 54 unità, in pratica, risultavano completamente funzionanti; la maggior parte erano ufficialmente sotto periodica ispezione, ma di fatto chiuse nel timore di nuove problematiche, e 17 spente per prevenire danni a seguito del probabile tsunami o perché le strutture non avevano superato gli stress test imposti dal governo. L’apice fu raggiunto il 5 maggio del 2012, quando nessun reattore, dopo quasi un cinquantennio, risultava funzionante. Graficamente, la produzione di energia nucleare si è distribuita così:

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Una graduale normalizzazione della produzione nucleare si sarebbe, poi, raggiunta solo nel 2013, con il riavvio di 50 reattori nucleari. Tuttavia, già all’inizio del 2014, ben 11 risultavano in spegnimento definitivo.

Nell’arco di poco più di un anno, il Giappone, dunque, da terzo paese produttore di energia nucleare, è diventato strettamente dipendente da forme energetiche alternative. Falliva, conseguentemente, anche l’obiettivo di portare il nucleare al 50% entro il 2020.

A seguito degli eventi di Fukushima, la combinazione energetica del Giappone è notevolmente mutata, incorporando maggiori quantità di gas naturale, petrolio ed energie rinnovabili per sopperire alla mancanza di energia nucleare. Pertanto, il petrolio si è imposto come prima risorsa, seguito dal carbone e dal gas, benchè quest’ultimo stia rivestendo un ruolo gradatamente più rilevante. Il Japan Atomic Industrial Forum ha dichiarato in particolare che nel 2013 le importazioni di carburante sono costate al Giappone quasi 26 milioni di euro. Il livello di dipendenza dalle importazioni energetiche è giunto al 93%, destando non poche preoccupazione da parte dei governi che hanno, dunque, provveduto a rivalutare l’impiego del nucleare. Principalmente, il governo di Tokyo ha fatto fronte all’emergenza importando petrolio dal Medio Oriente e gas naturale liquefatto da Australia, Indonesia e Malesia.

Avendo rapidamente compreso di non poter contare a lungo termine su una regione così instabile del pianeta (quale il Medio Oriente) per il soddisfacimento del bisogno energetico interno, il Giappone si è rivolto alla Russia e ha rafforzato i legami con gli altri paesi dell’Asia centrale, già inseriti nell’apposita strategia di sviluppo energetico nel 2006. Tokyo, in pratica, si rendeva disponibile a finanziare la costruzione di reti stradali e gasdotti per il trasporto di petrolio anche attraverso l’Oceano Indiano. In quell’anno il premier Junichiro Koizumi intraprese un viaggio di stato in Kazakistan e Uzbekistan per sostituire i già precari rapporti con il Medio Oriente con più stabili relazioni in Asia, tentando, per altro, di affiancarsi alla Cina nel livello di influenza nell’area. Il risultato, piuttosto scadente, non preoccupò l’allora governo, forte di una produzione energetica ancora fortemente radicata sul nucleare.

Nell’ottobre 2015, Shinzo Abe si è nuovamente recato nella regione, ampliando il raggio dei Paesi visitati ed includendo Turkmenistan, Mongolia e Tagikistan. Il premier era scortato da una cospicua delegazione di imprenditori giapponesi che hanno consentito al Giappone di impegnarsi ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nel Turkmenistan. Al momento, il gas turkmeno giunge in Giappone attraverso petroliere, con un dispendio in termini di tempo e denaro più consistente dell’impiego degli oleogasdotti. Indiscrezioni sono circolate relativamente all’accordo secondo cui il Giappone potrebbe vendere il gas estratto in Turkmenistan alla russa Gazprom, la quale dovrebbe poi impegnarsi a corrispondere un volume identico con le petroliere. Ciò, per altro, favorirebbe il ripristino delle relazioni tra Russia e Turkmenistan sotto gli auspici giapponesi.

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In un contesto ancora fortemente incerto, ed in presenza di impianti nucleari che, benchè datati, sembrano ancora in grado di fornire in maniera più o meno sicura una certa quantità di energia, il Governo giapponese, negli ultimi due anni, ha investito molto sull’introduzione della tecnologia dei neutrini veloci. Il Giappone, in breve, ha dovuto accettare la durissima verità di non poter fare a meno, almeno per il momento, di energia nucleare. Pertanto, sin dalla metà del 2016, si è discusso di riavviare il reattore autofertilizzante di Joyo, ancora in riparazione dal 2007. In tal modo, il Governo perseguirebbe il duplice obiettivo di liberarsi dell’eccesso di plutonio di cui dispone a seguito dello spegnimento di molte centrali all’indomani di Fukushima. Ciò ha acceso le preoccupazioni della Cina, in considerazione del possibile reimpiego di tale plutonio per la realizzazione di armi nucleari. Condividendo le inquietudini della Cina, gli Stati Uniti hanno ottenuto che il Giappone, a fine 2014, restituisse tutto il plutonio acquistato da Washington nel corso degli anni ’70. Tale richiesta è stata soddisfatta a fine 2016, ma non ha del tutto ridotto l’ingente quantità di plutonio giacente in Giappone.

A partire dal 2012, il Consiglio per l’energia e l’ambiente del governo giapponese ha proposto un apposito documento sui possibili scenari di mix energetico da realizzare entro il 2030, basati su criteri di sistemi di generazione di potenza, costi, sicurezza nell’approvvigionamento di risorse e impatto ambientale.

Il primo scenario, in particolare, prevede l’eliminazione totale dell’energia nucleare entro il 2030, favorendo dunque l’installazione di sistemi fotovoltaici in 12 milioni di case. Il secondo prevede il mantenimento dell’energia nucleare al 15%, una percentuale facilmente raggiungibile e che consentirebbe lo spegnimento degli impianti più a rischio e più datati. Non viene, tuttavia, concessa la costruzione di ulteriori centrali nucleari, incentivando, invece, l’aumento fino al 30% di risorse rinnovabili. La terza opzione prevede l’impiego del 20-25% di energia nucleare, autorizzando, dunque, la costruzione di nuove strutture atomiche al passo con le richieste di sicurezza e con un occhio particolare all’opinione pubblica piuttosto contrariata.

Come molti esponenti del mondo accademico hanno sottolineato, al momento il Giappone si trova seriamente dinnanzi ad un bivio, in cui bisogna attentamente calcolare da un lato la capacità della Terra del Sol levante di produrre un cambiamento sostenibile in termini di sicurezza energetica e dall’altro di far fronte alle esigenze di vita quotidiana, che non consentirebbero un abbandono immediato del nucleare.

Per altro, le capacità diplomatiche e di contrattazione dei futuri governi giapponesi rappresenteranno il discrimine per il futuro energetico ed economico di un Paese che, dopo un cinquantennio, deve sapersi reinventare e garantire certezze nel lungo termine.

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