I sauditi e l’estremismo religioso

Nella lotta al terrorismo internazionale l’Arabia Saudita si trova in prima fila: nel 2015 infatti si è posta a capo di una coalizione composta da 34 stati a maggioranza musulmana, al fine di coordinare operazioni militari per contrastare «qualsiasi organizzazione terroristica». Se, da un lato, il regno saudita ha assunto un ruolo importante a questo riguardo, dall’altro non si può negare il peso che le sue politiche di divulgazione dell’islam di stato, il wahhabismo, hanno avuto nella formazione di ideologie estremiste diffusesi sia a livello domestico che all’estero.

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Wahhabismo

I motivi di questa duplice posizione di promozione e contrasto dell’estremismo risiedono nella fragile legittimità sulla quale si fonda il regno saudita. Durante la Prima Guerra mondiale Abdul al-Aziz, capostipite della casa regnante, iniziò l’opera di conquista della penisola, delineando gli attuali confini dell’Arabia Saudita, soprattutto grazie all’appoggio della milizia beduina degli Ikhwan. La fedeltà di questi combattenti, il cui nome significa Fratellanza (da non confondere con la Fratellanza Musulmana), si basava sul patto stipulato intorno alla metà del 1700 dal predicatore al-Wahhab e Muhammad bin Saud, di cui Abd al-Aziz era discendente.

Al-Wahhab, uno dei riformisti arabi più influenti del diciottesimo secolo, predicava il ritorno all’islam più puro opponendosi, in particolare, al culto dei santi e all’idolatria, nonché alle dottrine islamiche sviluppatesi durante il corso dei secoli, che accusava di allontanarsi dalla corretta interpretazione dei testi sacri. Nonostante egli legittimasse come uniche forme di diffusione della “vera fede” educazione, studio e confronto non violento, l’idea alla base del suo pensiero (per molti solo una distorsione del messaggio coranico) diventò il punto di partenza di un estremismo che ancora oggi echeggia nelle parole dei membri delle organizzazioni terroristiche che tutti conosciamo.

Nell’alleanza con al-Wahhab, bin Saud cercava sostegno alla sua posizione politica e legittimazione per le proprie mire espansionistiche, che intendeva perseguire però con l’uso del conflitto armato. Dopo la morte del predicatore, la dottrina wahhabita assunse connotati sempre più violenti e divenne lo strumento di indottrinamento dei combattenti beduini. Le tribù nomadi, inclini a incursioni e razzie, trovarono in questo appello religioso una sorta di legittimazione alla guerra di conquista nei confronti delle tribù considerate eretiche. Col tempo le comunità Ikhwan si stabilizzarono nella regione centrale della penisola e si allearono con Abdul al-Aziz, che diede inizio al terzo e riuscito tentativo di conquista.

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Il primo contraccolpo: la rivolta degli Ikhwan

Ma se, da un lato, si era servito degli Ikhwan per espandere il proprio dominio, Abdul al-Aziz necessitava di un sostegno esterno che legittimasse la posizione acquisita. Nel 1915 firmò quindi un primo trattato con il Regno Unito, presenza molto influente nel Golfo in quel momento storico. In cambio dell’impegno a non attaccare alleati britannici e i protettorati di Kuwait, Qatar e Stati della Tregua (poi Emirati Arabi Uniti), Londra riconobbe formalmente l’autorità del sultano sui territori conquistati.

Nonostante ciò, gli Ikhwan continuarono ad effettuare diversi raid nei territori di Iraq, Transgiordania e Kuwait, sfidando non solo l’autorità britannica ma anche, e soprattutto, quella dei Saud. Nel 1929 le truppe saudite affrontarono, infine, le milizie Ikhwan con il supporto britannico: con la battaglia di Sibilla le truppe ribelli furono sconfitte definitivamente. Le milizie beduine ritenute leali, invece, confluirono a formare la Guardia Nazionale, un’influente forza di militanza religiosa presente ancora oggi (a capo della quale dallo scorso novembre vi è il principe ereditario MbS). In seguito a questo episodio, il wahhabismo saudita abbandonò il jihad armato e prese la forma di un movimento religioso conservatore.

La Guerra Fredda

All’interno della cornice della Guerra Fredda, l’Arabia Saudita divenne un importante alleato e partner commerciale del blocco occidentale e la casa reale iniziò a promuovere alcune riforme di modernizzazione del regno. Le frange più radicali della società cominciarono ad accusare i Saud di aver assunto delle posizioni troppo favorevoli e aperte all’occidente: le frizioni interne si concretizzarono infine nel 1979 con l’assedio alla Grande Moschea della Mecca. Alcuni discendenti dei clan che avevano dato vita alle milizie beduine di inizio secolo riportarono il fantasma degli Ikhwan nel cuore del regno. Accusati di corruzione, i Saud repressero l’insurrezione con il sangue e in seguito decisero di dare una svolta più conservatrice alla società legittimando ulteriormente le autorità religiose.

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Nel frattempo, grazie ai proventi della vendita petrolio, in particolare a seguito delle crisi petrolifere degli anni ’70, il regno accumulò moltissime risorse. Queste vennero investite in progetti di sviluppo in diversi paesi e nell’apertura di numerosi centri culturali attraverso i quali si cominciò a diffondere il credo wahhabita.

Negli anni ’80, poi, con il supporto americano, i sauditi finanziarono i mujaheddin afghani nella loro lotta contro i Sovietici e aprirono diverse scuole coraniche in Pakistan. Nel tentativo di distrarre l’attenzione della propria società dai problemi interni al regno, incoraggiarono i giovani più radicali a unirsi al jihad contro l’Unione Sovietica. Ma una volta tornati in patria, questi combattenti musulmani riportarono con sé le ideologie radicalizzate sul fronte afghano: alcuni diedero vita ad un network internazionale che si riversò contro l’occidente e i Saud stessi, come dimostra l’esempio di Osama bin Laden e Al Qaeda.

Le conseguenze ultime

Le priorità dei regimi come quello saudita sono il mantenimento della stabilità del regime stesso da possibili minacce sia interne che esterne. Tuttavia, nel tentativo di affermare il proprio potere, gli effetti delle politiche saudite finirono, in un modo o nell’altro, a ripercuotersi negativamente anche sulla casa reale.

L’Arabia Saudita, infatti, non è stata risparmiata da attentati terroristici di matrice islamica ispirati anche dalle più recenti rivendicazioni dell’ISIS, che ha sempre minacciato i non Musulmani, gli eretici (come ad esempio gli sciiti, le cui comunità saudite si concentrano nelle regioni a sud, al confine con lo Yemen, e a nord-est, nelle aree ricche di petrolio), e i Saud stessi.

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Servizi di sicurezza sul luogo di un attentato a Dammam, Arabia Saudita

Non si deve trascurare comunque il fatto che dietro a fenomeni quali l’ISIS o gli attacchi di matrice fondamentalista non vi è unicamente il pensiero islamico radicalizzato: ci sono diversi fattori che si intrecciano, come gli interventi di potenze esterne nel determinare il corso egli eventi in Medio Oriente (in primis, la guerra in Iraq del 2003). Nonostante il regno continui a non garantire trasparenza nella gestione di fondi privati sauditi – fonte primaria del sostentamento di Al Qaeda – il fenomeno ISIS è cresciuto soprattutto grazie ai proventi della vendita del petrolio e alla riscossione di tasse nei territori conquistati (per più info vedi qui), dimostrando un certo distacco dai principi coranici e dalle convinzioni religiose più pure.

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Nella ricerca di legittimità, i Saud hanno storicamente contribuito a trasformare una riforma religiosa minoritaria in una convinzione fanatica pericolosa e potente. L’estremismo religioso è quindi sia parte funzionale alla propria esistenza sia, nello stesso tempo, una minaccia per l’equilibrio interno e regionale.

Anche se non si possono stabilire con certezza legami di causa-effetto, una ideologia tanto conservatrice come quella wahhabita può favorire un certo controllo sulla società, ma rischia di diventare terra fertile per lo sviluppo di radicalismi. Pare dunque legittimo chiedersi se, in mancanza di una così massiccia influenza saudita soprattutto in Medio Oriente, Asia ed Europa si sarebbero ugualmente sviluppati fenomeni così radicali.

 

 

Fonti e approfondimenti:

http://www.limesonline.com/cartaceo/il-wahhabismo-e-diventato-un-boomerang

http://www.limesonline.com/cartaceo/larabia-dei-saud

https://musliminstitute.org/freethinking/islam/wahhabism-isis-how-saudi-arabia-exported-main-source-global-terrorism

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