La crisi migratoria in America centrale: banco di prova per AMLO

L’amministrazione Trump e l’inasprimento della politica migratoria degli Stati Uniti hanno aggravato di molto le criticità relative ai flussi migratori in Centroamerica. In realtà, secondo le stime degli ultimi dieci anni, si è registrato un calo dell’immigrazione verso gli USA proveniente dal Messico. A crescere, invece, è stato il numero dei migranti originari degli Stati dell’America centrale, in particolare di quello che viene chiamato “il triangolo Nord”: Guatemala, El Salvador, Honduras. Le notizie hanno riportato con sempre più frequenza il fenomeno delle carovane e i suoi risvolti drammatici, catturati in immagini.

Il Messico continua in ogni caso a rivestire il ruolo centrale nella politica di gestione dei flussi, in quanto è naturalmente il Paese “di transito”. Allo stesso modo, il presidente messicano López Obrador (AMLO) – in carica dalla fine del 2018 – rimane il primo destinatario delle prove di forza del suo omologo statunitense.

L’inizio di giugno ha visto una escalation di frizioni tra USA e Messico, legate proprio alla questione migratoria. Le minacce trumpiane di aumentare progressivamente i dazi sulle merci provenienti dal Messico hanno messo quest’ultimo sulla difensiva e hanno sortito l’effetto di un accordo, mirato a rinforzare le misure contro l’immigrazione irregolare. Quali sono i punti che compongono questo accordo e come si inserisce nel quadro di “bilancio” dei primi mesi di governo AMLO?

“We want action, not talk!”

“Vogliamo fatti, non parole!” Così scriveva Donald Trump su Twitter il 2 giugno scorso, dopo aver congedato bruscamente il ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard e la sua delegazione, in visita per i negoziati. “Il problema è che, per 25 anni, hanno saputo solo parlare”.

“O fermano l’invasione del nostro Paese da parte di narcotrafficanti, cartelli della droga, trafficanti di persone e migranti irregolari (…) o ci riprenderemo attraverso la tassazione le compagnie e i posti di lavoro che sono stati ottusamente autorizzati a trasferirsi a sud della frontiera. Gli Stati Uniti ne hanno avuto abbastanza!” aveva twittato poco prima.

A fargli eco, il capo di gabinetto USA Michael Mulvaney, il quale aveva specificato le condizioni cui il Messico avrebbe dovuto agire per evitare l’imposizione dei dazi: 5% a partire dal 10 giugno su tutte le importazioni messicane dirette verso gli Stati Uniti, cui sarebbe seguito un incremento mensile, fino a toccare quota 25%.

La prospettiva di una guerra commerciale tra i due Stati ha non solo messo in allarme il governo messicano, ma soprattutto fatto temere una crisi diplomatica.
L’azione ricattatoria di Trump è stata ampiamente criticata da rappresentanti politici statunitensi, sia democratici che repubblicani, preoccupati dalla prospettiva di ingente danno economico per entrambi i Paesi e per la compromissione del nuovo trattato di libero scambio tra Canada, USA e Messico (USMCA). Comprensibile, dato che gli USA importano dal Messico beni per circa 350 miliardi di dollari all’anno. In seguito allo scossone del mercato finanziario (il peso ha immediatamente perso il 3% del valore di acquisto rispetto al dollaro), anche numerose aziende e associazioni commerciali hanno preso posizione contro l’offensiva di Trump.

L’accordo in quattro punti

Dopo giorni di tensione e trattative, il presidente USA ha iniziato a usare toni più pacati nei suoi tweet.
Le misure tariffarie minacciate sono state sospese, come conseguenza dell’accordo che si è concluso tra il 7 e l’8 giugno. Il testo integrale doveva restare segreto, ma nell’arco di alcuni giorni è emerso il contenuto dei quattro punti principali. Ecco in cosa consistono:

1.  Il Messico si impegnerà a incrementare significativamente l’applicazione della legge, con la finalità di ridurre il flusso migratorio. La prima misura è l’impiego accelerato della Guardia Nazionale (6 mila agenti): la priorità è stata assegnata a undici municipi della frontiera sud, che saranno i primi interessati dallo spiegamento di questo corpo militare.

2.  Sarà ampliato il programma “Remain in Mexico” e applicato a tutto il territorio di frontiera. Il punto centrale di questa policy è che i richiedenti asilo negli Stati Uniti vengano respinti in Messico e attendano lì la risoluzione delle pratiche burocratiche relative alla loro richiesta. Tuttavia, l’accordo non fissa quote specifiche per i respingimenti.

3.  È stato fissato un termine di 45 giorni: nel caso in cui le misure non risultino sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati (anche qui, mancano termini precisi), entrambi i Paesi sono vincolati a continuare i negoziati e a valutare ulteriori interventi.

4.  Washington ha reiterato l’impegno a stimolare lo sviluppo economico regionale. Lo scorso anno la CEPAL (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) aveva lanciato un piano da 5,8 miliardi di dollari, finalizzati ad aiuti e investimenti in Centroamerica e nel sud del Messico. Dare nuovo impulso a questo programma inciderebbe a monte sulle cause delle migrazioni.

Un punto critico su cui Trump aveva molto insistito, ma che poi non è stato incluso nell’accordo, è l’imposizione dello status di “Paese terzo sicuro” per il Messico. Questa misura agirebbe come un deterrente sul flusso verso gli USA perché permetterebbe ai migranti di avanzare la richiesta di asilo anche nei confronti del Messico e di essere accolti da quest’ultimo.

Dazi e pretesti (per fare campagna)

Nell’ambito di questa vicenda, il Messico ha agito in modo decisamente più calibrato e ragionevole rispetto al vicino nordamericano. Anziché rispondere alle provocazioni e innescare ritorsioni economiche – è già successo lo scorso anno e non è da escludere come mossa futura – la delegazione messicana e lo stesso presidente AMLO hanno smorzato le tensioni, continuando a fare leva sullo strumento del dialogo. Questa scelta è stata interpretata sia come indice di pragmatismo che di eccessiva remissività.

Anche l’approccio di Trump rivela chiaramente una seconda lettura. La modalità del “ricatto” era solo apparentemente di carattere economico: i dazi sono stati usati come un’arma, per fare sfoggio di prepotenza nei confronti del Messico (mentre sarebbe saggio trattarlo da alleato). Allo stesso modo, l’accordo raggiunto ha tutte le caratteristiche di una vittoria “da sventolare”, più che di un vero trattato composto da step realizzabili. Certamente, il presidente USA in carica non mancherà di sfruttarne il clamore in vista della campagna elettorale 2020, ormai alle porte.

Resta il fatto che mettere a repentaglio le policy di integrazione economica sulle quali i due Paesi hanno lavorato duramente è una mossa decisamente poco lungimirante. In quanto ad affidabilità, ne esce pesantemente danneggiata l’immagine stessa degli Stati Uniti; il tutto in nome della sicurezza nazionale che è pilastro della narrativa trumpiana.
L’esternalizzazione dei controlli alle frontiere è esattamente ciò che gli elettori di Trump vogliono sentirsi promettere. Quando si tratta di propaganda, Trump non si fa certo scrupoli; ma la questione migratoria è talmente cruciale che, dall’altro lato, l’amministrazione AMLO non può continuare ad agire con condiscendenza. La stessa vaghezza degli obiettivi proposti nell’accordo fa pensare che, con ogni probabilità, i due governi presto si ritroveranno di nuovo ai ferri corti.

Le responsabilità di AMLO

La crisi dei migranti è prima di tutto una crisi umanitaria e il continente americano mostra ogni giorno la sua mancanza di preparazione nell’affrontarla.
È da tener presente che le ormai note carovane sono composte principalmente da famiglie con bambini e non da migranti economici solo in cerca di lavoro. Aderire alla visione della “sicurezza militarizzata” e schierare la Guardia Nacional, per contro, è già sfociato in eccessi di violenza. Insieme all’esternalizzazione delle frontiere, non fa che aggravare la condizione di vulnerabilità e invisibilità dei migranti.

Il presidente AMLO ha ribadito che investigherà a fondo i casi in cui le forze armate messicane hanno abusato della loro autorità. “Ammetto che si possano essere verificati eccessi di violenza, tuttavia la direttiva che tutti hanno ricevuto è rispettare i diritti umani, e questo sarà portato avanti”.
Ora, il vero banco di prova per AMLO consiste nel dimostrare polso e rispettare le promesse, come d’altronde è sempre stato, dall’inizio della sua campagna estremamente ambiziosa e di stampo populista.

Oltre alle promesse, serve una revisione profonda del modello economico, che favorisca il popolo senza escludere la componente migrante. Dopotutto, il primo governo di sinistra del Messico si è sempre pronunciato in difesa dei cittadini più vulnerabili. Resistere alle pressioni USA sarà l’unico modo per dimostrare coerenza.

Fonti e approfondimenti:

Betrò Francesco: “Il personaggio dell’anno America Latina: Andrés Manuel López Obrador”, Lo Spiegone, 23/12/2018

Fazio Carlos: “AMLO y la Doctrina Monroe 2.0”, Nodal, 27/06/2019

Modonesi Massimo: “México: las izquierdas negadas por la «cuarta transformación»”, Nueva Sociedad, 05/2019

Noyola Rodríguez Ulises: “Centroamérica queda desamparada frente a crisis migratoria”, Nodal, 25/06/2019

Pedrielli Alberto: “La politica sull’immigrazione di Trump”, Lo Spiegone, 15/12/2018

Rongaroli Francesca: “Messico al voto: avere sangue freddo non basta”, Lo Spiegone, 27/06/2018

Sarukhan Arturo: “Mexico is a prop in President Trump’s political narrative”, Brookings, 20/06/2019

Valsania Marco: “Usa-Messico, accordo in extremis. E Trump ritira la decisione sui dazi”, Il Sole 24 Ore, 08/06/2019

Villagrán del Corral Gerardo: “Acuerdo migratorio suspende la embestida arancelaria de Trump contra México”, Nodal, 12/06/2019

 

 

 

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