Messico al voto: avere sangue freddo non basta

Il prossimo 1 di luglio, il Messico sarà chiamato alle urne per le presidenziali e per eleggere numerose altre cariche minori: dai governatori fino ai sindaci locali e federali. Si tratta di un momento di portata storica per la politica interna, che il paese si trova ad affrontare drammaticamente in parallelo con i flussi migratori che lo attraversano e le delicatissime questioni di frontiera con gli USA. Sono tanti gli elementi che rendono le imminenti elezioni decisamente fuori dal comune: le modalità di voto e la personalità del probabile futuro Presidente, ma soprattutto il clima elettorale estremamente teso, segnato dai casi di corruzione e da un numero crescente di omicidi a sfondo politico.

Basta uno sguardo agli elevatissimi indici di criminalità e all’impoverimento su larga scala del territorio per giustificare l’amarezza dell’opinione pubblica messicana e la scarsa fiducia che questa ripone nelle istituzioni. Nemmeno l’ultimo governo è riuscito a portare il paese dell’America Centrale sul cammino della ripresa e a intaccare in modo significativo i problemi che da tempo opprimono i cittadini. Per questo motivo, il consenso del Presidente in carica, Enrique Peña Nieto, non ha fatto altro che diminuire da quando fu eletto nel 2011 e nell’ultimo anno ha registrato percentuali tra le più basse nella storia del paese.
Oltre a ciò, i sintomi del “malessere” della democrazia messicana si vedono nella collusione che si verifica frequentemente tra il mondo del crimine e quello del potere, nell’impunità di cui godono le autorità e nella corruzione che ha fatto da sfondo a tutta la campagna elettorale. Secondo uno studio condotto dall’Integralia Consultores e pubblicato alla fine di maggio, la spesa reale che copre la propaganda dei candidati governatori sarebbe dieci volte superiore al consentito, solo che a insabbiare i finanziamenti illegali privati ci pensa la criminalità organizzata. Nel rapporto viene denunciato un vasto sistema di frode ed evasione fiscale, responsabile di aver appoggiato la sub-contrattazione forzosa e il clientelismo.

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Il furgone di campagna elettorale della candidata senatrice Alma Mireya González Sánchez, incendiato dai narcos.

L’altra notizia sconvolgente relativa a questa campagna riguarda i numeri registrati dagli indicatori di violenza politica. Secondo il dossier aggiornato di Etellekt, a partire dallo scorso settembre, mese di inizio del processo elettorale, sono stati assassinati in 120 tra politici e candidati, la maggior parte colpiti a freddo con arma da fuoco. Anche una cinquantina di familiari degli stessi hanno perso la vita in questo periodo, per non parlare delle centinaia di casi di minaccia e aggressione. Praticamente ovunque nel paese e nei confronti dei rappresentanti di tutti i partiti, si sono verificate vere e proprie esecuzioni; anche il grado di importanza istituzionale non fa poi molta differenza. I cartelli della droga sono, nella maggior parte dei casi, i primi su cui si concentrano i sospetti, ma raramente le indagini hanno portato a degli arresti.
Allo stesso conto si dovrebbero aggiungere anche i nomi dei nove giornalisti che sono stati trovati morti dall’inizio dell’anno. In alcune circostanze è più difficile provare il legame con la sfera politica; ad ogni modo, non c’è dubbio che si sia dimostrato inefficace il sistema di protezione che il governo aveva promesso di garantire a questa professione.

Dal momento che la criminalità e la corruzione sono, insieme agli incalzanti indici di povertà, tra le preoccupazioni più gravi per il Messico, anche questi sono stati temi caldi della campagna elettorale e terreno di scontro dei tre dibattiti che si sono svolti in diretta televisiva in vista del primo luglio. L’ultimo soprattutto, che ha avuto luogo a Mérida (Yucatán) lo scorso 12 giugno, è culminato in una serie di accuse forti da parte dei quattro candidati alla presidenza, i quali si sono rinfacciati l’un l’altro gli scandali di lavado de dinero e i presunti accordi fraudolenti con Odebrecht e PEMEX (Petróleos Mexicanos), arrivando anche alle minacce di perseguire legalmente le infrazioni degli avversari. In questa occasione, è apparso evidente che i meno favoriti dai sondaggi si stavano giocando il tutto per tutto, nel tentativo di guadagnare voti utili a ridurre la distanza che li separa da Andrés Manuel López Obrador. AMLO (come viene spesso soprannominato), conta per il momento su un vantaggio a doppia cifra e ha perciò potuto permettersi di scegliere una linea meno aggressiva rispetto ai due scontri precedenti.

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López Obrador è il leader del Movimiento de Regeneración Nacional (MORENA), il quale si presenta a queste elezioni in coalizione con il Partido del Trabajo (PT) e il Partido Encuentro Social (PES). Il sessantaquattrenne candidato, dichiaratamente di sinistra, fu governatore del Distretto Federale di Città del Messico tra il 2000 e il 2006. Quella attuale è la sua terza corsa alla presidenza messicana. Già nella prima occasione era stato dato per favorito, ma aveva perso per pochi voti. I presunti brogli nel conteggio avevano innescato l’occupazione di Plaza Zócalo e i successivi mesi di proteste. Dopo l’ulteriore sconfitta del 2012, questa potrebbe essere la volta buona per AMLO, il quale, secondo le stime più accreditate, sfiora già il 50% delle preferenze.
Si fermano invece al 27% le intenzioni di voto per Ricardo Anaya Cervantes, il quale guida i partiti Acción Nacional (PAN), Revolución Democrática (PRD) e Movimiento Ciudadano (MC), riuniti sotto il nome Por México al Frente. Anaya sta poco alla volta catalizzando l’appoggio della élite degli imprenditori, i quali precedentemente pendevano più verso il candidato oficialista (vale a dire l’esponente del partito attualmente al governo, il PRI). Si tratta di José Antonio Meade, a capo della coalizione Todos por México (20,4% delle preferenze totali) che raccoglie le sigle del Revolucionario Institucional (PRI), il Verde Ecologista (PVEM) e la Nueva Alianza.

Scarsissime le chances del quarto contendente Jaime Rodríguez, soprannominato “El Bronco”, il quale si presenta come candidato indipendente e non perde occasione, neanche nell’ultimo dibattito, per scagliarsi contro l’establishment. Rodríguez è l’unico a essere arrivato alle fasi finali senza essere affiliato a un partito e, anche se non avrà un gran peso, resta il simbolo dell’importante riforma che ha riabilitato gli independientes dopo che erano stati squalificati dall’arena politica per 66 anni.
Si era candidata in maniera autonoma anche Margarita Zavala, moglie dell’ex Presidente del Messico Felipe Calderón, ma ha ritirato il suo nome lo scorso 16 maggio, travolta dalle critiche di chi sosteneva avesse falsificato parte delle firme necessarie per la candidatura.

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Il primo luglio voteranno 89 milioni di messicani, di cui moltissimi giovani.

Un’ulteriore particolarità di questo voto è che, per la prima volta dal 1933, sarà possibile la rielezione per la stessa carica (nel caso di sindaci, deputati e senatori). L’Instituto Nacional Electoral (INE) ha reso noto che il totale delle posizioni pubbliche in disputa è di 18.311: non si era mai vista una cifra così elevata in un solo processo elettorale. Senza precedenti anche il numero di cittadini messicani chiamati a esprimersi: la lista nominale è di 89 milioni. Di questi una gran fetta (12 milioni) sono “millennial” che voteranno per la prima volta e rappresentano un elemento di relativa imprevedibilità, data la coscienza politica non ben definita e la poca familiarità con le controversie riguardanti le amministrazioni passate.

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Andrés Manuel López Obrador (AMLO) è nettamente il favorito, secondo i sondaggi.

Infine, la rottura più grande con il passato e con lo schema di partiti dominante è quella che ci si aspetta dall’esito del voto. Salvo colpi di scena o gravi alterazioni nel conteggio, infatti, già si profila la vittoria di AMLO. Si direbbe che l’enfasi posta dalla sua campagna nell’agevolazione delle classi più povere e nella lotta contro la corruzione sia stata pienamente capace di convincere, al di là della vaghezza delle proposte di provvedimento.
“Se abbassare il salario di quelli che stanno in alto per aumentarlo a quelli che stanno in basso è populismo, che mi aggiungano alla lista, non mi crea nessun problema” così AMLO ha rinviato al mittente la critica più frequente. Un discorso che può sembrare radicale, ma che, a giudicare dal vasto consenso ottenuto, è indice di grande pragmatismo: il leader è riuscito a incanalare lo scontento popolare e a prospettare la fine del sistema di ingiustizie sociali. D’altra parte, i rivali lo attaccano perché “obsoleto”, oltre che populista. Nazionalismo, protezionismo, statalismo sono alcune delle etichette negative con cui Jorge Castañeda, ex Ministro degli Esteri del Messico, ha tacciato le idee di López Obrador.
Date le premesse, anche con tutto l’ottimismo, non si può negare l’esistenza del rischio che la storia si ripeta e che AMLO diventi per il suo paese l’ennesimo caso di “Messia” politico nello stile di Perón e di Chávez.

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Fonti e approfondimenti:

https://www.theguardian.com/world/2018/may/07/who-is-amlo-mexico-andres-manuel-lopez-obrador-election

https://www.theguardian.com/world/2018/may/29/mexico-elections-dirty-money-corruption-report-cash-under-table

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-43578377

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-44452569

http://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-44463774

https://elpais.com/internacional/2018/06/20/mexico/1529493769_777639.html

https://elpais.com/internacional/2018/06/20/mexico/1529515100_719249.html

https://www.nodal.am/2018/06/tres-semanas-para-impedir-que-lopez-obrador-llegue-a-la-presidencia-por-gerardo-villagran-del-corral/

https://www.nodal.am/2018/06/mexico-un-izquierdista-muy-muy-cerca-de-la-presidencia-por-gerardo-villagran-del-corral/

 

 

 

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