Il Brasile verso le elezioni presidenziali

Il 7 ottobre 2018 147,3 milioni di brasiliani saranno chiamati a scegliere il nuovo Presidente della Repubblica.

Il Brasile è una Repubblica federale presidenziale, in cui il Presidente federale viene eletto a suffragio universale ogni 4 anni con possibilità di rinnovo consecutivo. Il sistema elettorale è maggioritario: se nessun candidato raggiunge il 50%+1 dei voti al primo turno, si procede con un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati.

La prossima tornata elettorale si presenta come una delle più delicate della storia del Paese e il clima elettorale risente delle tensioni del passato recente. La serie di indagini anti-corruzione Lava Jato ha colpito tutto il sistema partitico, oltre che segnato la fine del lulismo e l’inizio del declino brasiliano. La Presidente Dilma Rousseff, erede di Lula dal gennaio 2011, ha concluso in anticipo il suo secondo mandato a causa del procedimento di impeachment per accuse di violazione delle leggi sul bilancio.

Dal 31 agosto 2016 alla guida del Paese è subentrato Temer, vice di Dilma. L’attuale Presidente si è dovuto scontrare con un clima di sfiducia dei cittadini, provati dalle degenerazioni della vita politica e da una crisi economica di portata storica, unita alle misure di austerity messe in campo per tentare di governarla. Al termine della presidenza Temer gode infatti di pochissima popolarità e fiducia da parte degli elettori, risultando il leader con meno forza persuasiva e praticamente alcuna possibilità di vittoria. Oltre che dalle manovre tecniche, la scarsa popolarità del Presidente deriva dai diversi scandali in cui è stato coinvolto e l’accusa per ostruzione alla giustizia e associazione a delinquere.

 

I candidati principali

 

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Tutti gli schieramenti sono, per motivi parzialmente differenti, in difficoltà e la scelta dei candidati non è stata delle più semplici. Le elezioni di inizio ottobre vedranno confrontarsi 13 aspiranti Presidenti, il maggior numero di candidati dalla tornata elettorale del 1989, la prima elezione diretta dopo il colpo di Stato del 1964, dove ve ne furono 22.

Nonostante l’elevato numero, tutta l’attenzione mediatica si concentra sui candidati del Partido dos trabalhadores (PT) e del Partido social liberal (PSL), agli antipodi e con alle spalle una tormentata campagna elettorale.

Il PT ha affrontato la spinosa questione giudiziaria di Luiz Inácio Lula Da Silva. La candidatura dell’ex Presidente è stata rifiutata dal TSE (Tribunale elettorale superiore) per via del coinvolgimento nell’indagine Lava Jato e l’applicazione della legge Ficha Limpa (fedina pulita). Questo rifiuto ha tolto, a poco più di un mese dalle elezioni, il miglior asso da giocare per la sinistra brasiliana. Le recenti indagini anti-corruzione hanno rappresentato un vero spartiacque per la politica del Paese, segnando la fine (più o meno volontaria) del lulismo e della belle époque brasiliana fatta di crescita economica e sociale, oltre che di fiducia dei cittadini verso il futuro.

Lula non ha abbandonato il campo facilmente: anche dal carcere ha continuato a sostenere la sua innocenza e condizionare il Partito che, d’altronde, non aveva alcuna alternativa valida al leader del povo. Lula era dato come favorito dai sondaggi, con un indice di gradimento intorno al 39%, ma si è visto rifiutare l’ufficializzazione della candidatura e il PT è stato costretto a trovare un sostituto dell’ultimo momento. L’11 settembre il segretario nazionale, Alex Lima, ha reso noto il nome di Fernando Haddad come nuovo candidato alla presidenza, in ticket con Manuela d’Avila. Haddad, docente e già Sindaco di São Paolo, era stato finora il vice-candidato di Lula. La scelta è stata fatta all’unanimità dal comitato esecutivo del Partito, in una riunione straordinaria a Curitiba, città dove dallo scorso aprile Lula sta scontando la pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio.

 

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Il PSL, invece, sembra puntare tutto su Jain Bolsonaro e il suo vice, il Generale Hamilton Martins Mourao (PRTB). Bolsonaroattualmente deputato federale al settimo mandato, è stato spesso definito il “Donald Trump brasiliano”, a causa del disprezzo del politicamente corretto e dell’arroganza e gravità delle sue dichiarazioni pubbliche. Ipotizza fusioni di Ministeri e privatizzazioni e, da ultimo, è stato denunciato lo scorso aprile al Tribunale Federale Supremo con accuse di razzismo.

Bolsonaro ha visto crescere i suoi consensi cavalcando l’onda populista e conservatrice, ed è tra i favoriti alla vittoria dopo l’esclusione di Lula dalla tornata elettorale. Lo scorso 6 settembre il leader di estrema destra in ascesa ha subito un’aggressione che lo ha allontanato dalla campagna elettorale. Durante un comizio elettorale a Juiz de Fora, nello Stato del Minas Gerais, è stato accoltellato al fegato e operato d’urgenza: secondo i medici le condizioni erano gravi, ma stabili; per questo motivo è stato trattenuto in ospedale in terapia intensiva. La candidatura non è mai stata messa a rischio, ma la campagna elettorale nel mese finale, e decisivo, è stata condotta esclusivamente sui social.

 

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Gli altri candidati

Per quanto riguarda gli altri candidati, nell’ala sinistra troviamo:
  • Ciro Gomes per il Partido democratico trabalhista (PDT – Partito democratico del lavoro). Già Ministro per l’integrazione nazionale, Governatore di Ceará, Prefetto di Fortaleza e deputato federale, dopo 7 cambi di partito, questa (oltre a quella del 1998 e del 2002) è la terza candidatura per la carica presidenziale. In campagna elettorale ha puntato molto sulla critica ai mercati finanziari e proposte di piani di sicurezza pubblica, promettendo un appoggio alla classe medio-bassa, in termini morali e di servizi pubblici.
  • Alvaro Dias per Podemos (PSC – PRP – PTC). Senatore eletto con il 77% dei voti di Paraná nelle ultime elezioni, ha fatto dell’anticorruzione il suo cavallo di battaglia.
  • Geraldo Alckmin per il Partido da social-democracia brasileira (PSDB). Ex-governatore di São Paulo, è al secondo tentativo per il Palazzo Planalto, dopo la prima candidatura nel 2006, sempre con il PSDB, che lo vide arrivare al ballottaggio e perdere contro Lula.

  • Guilherme Boulos per il Partido socialismo e liberdade (PSOL). Leader del Movimento dei lavoratori senza tetto (MTST), ha espresso molta preoccupazione per la partecipazione dei militari nella politica brasiliana e ha promesso di abrogare alcune riforme di Temer, come quella del mercato del lavoro o sul tetto massimo per la spesa pubblica.
  • Il Patriota, ex Parito ecologico nazionale, punta sul deputato Cabo Daciolo e come vice la pedagoga Suelene Balduino Nascimento. Daciolo divenne noto nel 2011, dopo aver condotto uno sciopero di pompieri a Rio de Janeiro; eletto con il PSOL nel 2014 ne è stato pero espulso nel 2015 a causa di divergenze con la dirigenza.
  • Marina Silva per Rede, partitodi cui è fondatrice. Già candidata nel 2010 e nel 2014 rispettivamente con il PSB e il PV, ex senatrice e ministra dell’ambiente.
  • Vera Lúcia per il PSTU (Partido socialista trabalhadores unidos), già candidata alla Prefettura di Aracaju nel 2012.

Nell’ala destra, meno frammentata, troviamo:

  • Henrique Meirelles con il  Movimento democratico brasileiro (MDB). Ex Governatore di Rio Grande do Sul, sostenuto anche dall’attuale Presidente Temer che lo ritiene il candidato di maggiore continuità rispetto al suo operato.
  • João Amoêdo per il Partido Novoa difesa delle privatizzazioni delle imprese pubbliche brasiliane, nonostante il rifiuto del titolo di “candidato del mercato finanziario”.
  • Il Partido patria livre presenta come candidato João Goulart Filho, figlio dell’ex Presidente omonimo deposto dal golpe del 1964.

  • José Maria Eymael, alla quinta candidatura, è il nome scelto da Democracia Cristã (DC).

Scenari futuri

A pochi giorni dal voto la situazione brasiliana è sostanzialmente caotica. Secondo i sondaggi di fine agosto l’ex presidente Lula era in testa con il 39%, seguito da Jair Bolsonaro attestato al 19%, con quasi il doppio delle intenzioni di Marina Silva, terza con circa l’8%. In teoria, quindi, il ballottaggio decisivo sarebbe stato tra loro due, con l’inconveniente che a due settimane dal voto si trovano uno in carcere e incandidabile e l’altro in ospedale.

Dopo l’esclusione dalla competizione di Lula e l’attentato a Bolsonaro, oltre che l’inizio della campagna elettorale televisiva, il panorama è profondamente cambiato.

Rispetto alla prima rilevazione di agosto, a metà settembre Bolsonaro avanza fino al 24% dei consensi, indiscutibilmente primo. La Silva (Rede) cade dal 16% all’11%, ma si gioca il secondo posto insieme a Ciro Gomes (PDT) al 13%, Alckmin (PSDB) intorno al 10% e Fernando Haddad  che sale di 5 punti, fermandosi però al 9%.

Il partito dei lavoratori è stato, comprensibilmente, quello più penalizzato pur mostrando margini di crescita senza pari.  Haddad è molto conosciuto a San Paolo, ma su scala nazionale si è dovuto costruire la sua immagine, con poco tempo e con l’ingombrante ombra di Lula. Al momento niente può assicurare al Partito dei lavoratori di colmare il vuoto lasciato dal lulismo e le ombre del Lava Jato.

Allo stesso tempo, il già crescente consenso intorno al candidato populista, è stato solo alimentato dall’attentato subito. Sui social, nello specifico Twitter, la notizia dell’attentato a Bolsonaro è stata l’evento politico brasiliano più discusso dalle elezioni del 2014, collezionando 3.2 milioni di interazioni in meno di 24 ore.

I sondaggi in ascesa e le reazioni scatenate dall’aggressione hanno portato molti analisti a rivalutare la figura di Bolsonaro. Per molto tempo era stato derubricato come pericoloso candidato anti-sistema ma, proprio per le sue posizione estremiste, con poche probabilità di vittoria. Ad oggi, con la campagna elettorale bloccata e nessuna presenza televisiva ufficiale, è riuscito a sfruttare complottismo e vittimismo per attestarsi primo tra le intenzioni di voto e nessuno dubita delle sue chance. Ha guadagnato copertura mediatica e spostato sulla sicurezza, già suo cavallo di battaglia, il focus di tutti i candidati.

 

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Il Trump brasileiro di certo non si presenta come un aspirante Presidente moderato. E’ stato condannato o imputato per le sue dichiarazioni razziste, omofobe e sessiste, oltre che per apologia al reato di tortura. Promette “armi per tutti” e giustizialismo, anche contro i minori, come ricette al problema di sicurezza dello Stato. Definisce “vagabondi” gli attivisti per i diritti umani e nega l’esistenza della dittatura nel Paese tra il 1964 e 1985. Punta tutto sulle paure dei cittadini, senza presentare vere soluzioni alle fondamentali questioni sociali alla base dei problemi del gigante sudamericano.

 

Il contesto regionale

Le elezioni brasiliane, inoltre, si inseriscono in un “anno elettorale” veramente particolare per il Sud America: elezioni presidenziali in Costa Rica, Colombia, Paraguay e da ultimo il Messico, l’addio di Castro a Cuba, oltre che svariati referendum o elezioni legislative, regionali e municipali, per un totale di circa 350 milioni di persone che hanno votato o voteranno nella Regione. Sono sempre più i sudamericani che vivono sotto o vicino alla soglia di povertà e, in un contesto di generalizzata e profonda crisi economica, la crisi e l’insoddisfazione sociale sono conseguenze inevitabili. Tutto questo crea un clima fertile per i vari populismi, di destra e sinistra, che stanno monopolizzando il sub-continente e mettono a rischio i già fragili equilibri democratici degli Stati.

 

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Sconfitta morale in Venezuela: nel Paese martoriato dalla crisi e con flussi migratori (in uscita) simili a quelli del Mediterraneo, Maduro ha riconquistato la presidenza anticipando di alcuni mesi la tornata elettorale ed escludendo de facto tutti gli avversari, seppur con un’affluenza alle urne inferiore al 50%. La designazione di Miguel Díaz-Canel alla presidenza di Cuba ha posto fine all’epoca del castrismo. In Colombia le presidenziali si sono giocate sullo storico accordo con le FARC siglato dall’ex Presidente Juan Manuel Santos: il candidato vincente Ivan Duque, leader del Centro democratico (Destra),  ha vinto il ballottaggio del 17 giugno contro il candidato di sinistra radicale Gustavo Petro Urrego, grazie all’apporto determinante della promessa di riscrittura dell’accordo che i colombiani consideravano troppo concessivo per i ribelli. In Messico, dopo una campagna elettorale molto violenta e forti tensioni con gli USA, ha trionfato Andrés Manuel López Obrador, un populista nazionalista di sinistra, ex sindaco di Città del Messico e leader del Movimento di rigenerazione nazionale (MORENA).

Tornando al Brasile, considerando le circostanze eccezionali della campagna elettorale, è veramente difficile prevedere l’esito del 7 ottobre. Sicuramente queste elezioni fotografano un Paese stanco, moralmente deluso e provato dalla crisi economica e sociale: la grande frattura è, e sarà nelle urne, tra chi si rifugerà nella continuità (come fu con Lula e Dilma) del “nonostante tutto” e chi troverà riparo nella maggiore discontinuità possibile, nell’estremismo populista, pur sempre in perfetta sintonia con le dinamiche globali.

 

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Fonti e Approfondimenti:

Lula in carcere: le presidenziali del Brasile sono appese a un filo

Il Brasile verso il 2018: la crisi politica e la necessità di trasparenza.

Il Brasile di Michel Temer: un ponte per il futuro?

http://www.jb.com.br/pais/eleicoes_2018

https://politica.estadao.com.br/noticias/eleicoes,veja-quem-quer-ser-presidente-em-2018,70002054149

Il Brasile si prepara per il suo Trump, o peggio

https://politica.estadao.com.br/noticias/eleicoes,veja-quem-quer-ser-presidente-em-2018,70002054149

https://www.bbc.com/portuguese/brasil-42313908

http://datafolha.folha.uol.com.br/eleicoes/2018/presidente/indice-1.shtml

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