Cuba senza Castro: le elezioni del cambiamento

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A dicembre, il presidente cubano Raul Castro ha confermato la sua intenzione di terminare il proprio mandato e di non ricandidarsi alla elezioni previste per il 2018. Dopo due legislature di Raul e sessant’anni di Fidel, il capo del governo della Republica de Cuba non sarà un membro della famiglia Castro. Anche gli ultimi combattenti rimasti in vita dalla rivoluzione del 1959, ormai ottuagenari ingranaggi del sistema monolitico cubano, saranno costretti a farsi da parte. Forse non a causa di una coscienza democratica ben sviluppata, ma costretti dal naturale corso della biologia umana, i ranghi della “generazione del centenario” dovranno aprirsi a nuovi leader e ad un cambiamento epocale nella storia di Cuba.

Ma cos’è stato il “castrismo”? La letteratura più critica lo identifica come un principio ideologico che ha condannato l’isola caraibica a decenni di dittatura e arretratezza. Ma un’analisi del genere, certo condivisa dall’attuale presidenza USA, non coglie, nella sua superficialità, i virtuosi lasciti di questo ideale rivoluzionario. Il modello politico sorto più di mezzo secolo fa a Cuba è comunista e si collega alla storia universale del comunismo. Nella sua declinazione di comunismo latinoamericano presenta, inoltre, i tratti del populismo tipico di questa regione.

Un populismo pienamente realizzato, nella sua necessità di legittimazione popolare e unanimità di scelta, nella sua distinzione tra “noi” cubani e “loro” americani e non-più-cubani emigrati o espulsi dal Paese. Il popolo di Castro è una comunità unita nella storia e nel destino. Un popolo dove l’insieme trascende la somma delle parti e la cui omogeneità trova fondamento nell’assenza di una divisione classista. La potenza di questo immaginario collettivo, dove la “giustizia sociale” che il regime è convinto di aver raggiunto è sufficiente per conciliare autoritarismo e democrazia, è diventato il perno di unità e coesione su cui si è fondata la stabilità e la longevità del progetto castrista.

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Né figlio della guerra fredda, né dissolto dal crollo del comunismo novecentesco, il sistema cubano è riuscito a portare a termine un obiettivo considerevole disatteso nella gran parte delle simili esperienze latinoamericane: un compiuto e solido processo di state building, capace di esercitare effettivamente l’autorità, di imporre ordine e legge e di far valere il monopolio della violenza legale. Un fattore di massima considerazione, soprattutto in una regione dove l’assenza di Stato o la sua endemica fragilità sono all’ordine del giorno e portano all’esclusione sociale di ampi strati della popolazione. Lo Stato cubano è forte e in grado di garantire servizi di base in modo capillare e organizzato.

Ad esempio, secondo dati Unesco e della Banca Mondiale, Cuba ha il più alto tasso di alfabetizzazione e scolarizzazione dell’America Latina e il più alto tasso di investimento mondiale nell’educazione. La struttura autoritaria e dipendente dalla famiglia Castro, però, ha soppresso un pensiero pluralista e dissidente, vitale per lo sviluppo degli “enzimi democratici” necessari al raggiungimento di un livello adeguato di libertà. La censura della stampa non allineata e il modello a partito unico non hanno garantito mutamenti sostanziali nella struttura di governo, per cui lo Stato è rimasto governato pressoché dalle stesse persone per gli ultimi 70 anni.

Il sistema elettorale non consente ai partiti di presentare candidati, né questi possono presentare programmi politici (per non minare l’uniformità ideologica statale), ma vengono scelti in base alla pubblicazione di loro brevi biografie. Il popolo è chiamato a eleggere i 612 membri dell’Asamblea Nacional del Poder Popular, il parlamento cubano, che poi sceglieranno e voteranno le principali cariche del governo del Paese, tra le quali il presidente e il vicepresidente di Cuba. I candidati al parlamento vengono selezionati per il 50% da assemblee generali a livello di quartiere e per il restante 50% sono scelti tra i delegati municipali e provinciali (eletti in precedenza) e i candidati proposti dalle organizzazioni sociali (federazione degli studenti, delle donne ecc).

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Le elezioni, previste inizialmente per il 24 febbraio, sono slittate ad aprile per volontà dell’Assemblea Nazionale, a causa della situazione di crisi in cui si trova l’isola caraibica, dopo gli enormi danni causati dall’uragano Irma lo scorso settembre. All’opposto, gli osservatori cubani descrivono il clima elettorale come piatto e disinteressato; parlano di “noia” e di “indifferenza in crescita tra gli abitanti”. Una situazione comprensibile, nella quale un popolo abituato ad una dinastia familiare al governo, si trova improvvisamente “libero” dai propri simboli e dalla propria “normalità”. Inoltre, il divieto di propaganda elettorale trasforma queste elezioni in un rito opaco, quasi funereo, a seguito delle quali un’epoca sarà tumulata e conclusa per sempre.

Rispetto alla leadership monistica e irruenta del fratello, la presidenza di Raul è sembrata in qualche modo un’apertura alla condivisione del processo decisionale (avendo convocato più consigli dei ministri e congressi del partito nei suoi dieci anni di governo che nei precedenti cinquanta), ma, nonostante questo, non si  è avuta notizia di sostanziali riforme all’insegna del pluralismo. Ciò che accadrà ad aprile sarà “come imparare a camminare”, risponde un cittadino de La Havana intervistato per commentare le elezioni.

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Il possibile “volto nuovo” di Cuba è l’attuale vice-presidente, ex ministro dell’educazione, Miguel Díaz-Canel. Il primo cubano a non aver combattuto nella rivoluzione ad aver ricoperto un incarico così importante nella struttura governativa. Diaz-Canel viene descritto come un tecnocrate frutto del laboratorio politico del Partito comunista, probabile marionetta di quest’ultimo, ma anche come un sostenitore del cambiamento culturale, aperto alle influenze “imperialistiche” e sostenitore dei diritti LGBT. Questo ci porta ad un’altra novità storica, per la prima volta il segretario generale del PCC e il Presidente di Cuba non saranno la stessa persona. Castro infatti ha rinunciato al mandato presidenziale, ma non al suo ruolo di segretario. Tale “coabitazione” potrebbe portare ad un’insolita divisione dell’autorità tra questo e il futuro premier.

Se eletto, il nuovo presidente dovrà affrontare tre problemi fondamentali: la crisi energetica, la doppia valuta e il presidente Trump. La crisi in Venezuela ha infatti contribuito ai problemi energetici di Cuba, che contava sul suo storico alleato per gran parte della propria fornitura di petrolio dopo il crollo dell’URSS. Inoltre, nel Paese circolano due monete dal 1994. Una è il peso cubano (Cup), con cui vengono pagati i salari statali, l’altra è il peso convertibile, equiparato all’euro, il cui cambio è 25 volte superiore a quello del Cup. È con il peso convertibile che si possono acquistare i beni in vendita a La Havana. Il doppio sistema monetario ha creato due società parallele e rappresenta la distorsione più marcata del governo rivoluzionario. Infine Donald Trump, che sul cammino verso l’apertura tracciato da Barack Obama ha deciso di costruire un muro, ha annullato l’accordo turistico firmato dal suo predecessore e rafforzato l’embargo.

Da questo 2018 ricco di elezioni, la democrazia potrebbe uscirne rafforzata, riuscendo a svicolare le trappole populiste e conservatrici. E per i cubani, per quanto distanti o impauriti da questi enormi cambiamenti, si apre sicuramente una nuova era, il cui futuro, come detto da Obama nel suo discorso a La Havana nel 2016: “è nelle vostre mani”.

 

Fonti e Approfondimenti:

Gabriella Crepaldi “Il sitema di diritto amministrativo cubano”

The Departure Of Raúl Castro, The End Of An Era

https://en.unesco.org/countries/cuba

http://documents.worldbank.org/curated/en/509231468770694282/Report-on-Cuba

https://data.worldbank.org/country/Cuba

http://www.granma.cu/elecciones-en-cuba-2017-2018/2017-12-28/cuba-continua-en-elecciones-28-12-2017-00-12-37

https://www.telesurtv.net/news/Avanza-nueva-etapa-de-proceso-electoral-en-Cuba-20171228-0033.html

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