“La crisi venezuelana è colpa di Chavez”: intervista a Loris Zanatta sulle elezioni in Venezuela

Il Venezuela si appresta ad affrontare le elezioni regionali di domenica 15 ottobre in una situazione di palpabile tensione. Maduro, dopo gli scontri e le morti degli ultimi mesi, parte da una posizione di svantaggio in termini  di popolarità e di sostegno internazionale. Analizziamo questo fondamentale crocevia assieme a Loris Zanatta, professore ordinario titolare della cattedra di ”Relazioni internazionali dell’America Latina” presso l’Università di Bologna. 

Partiamo dall’inizio. Maduro è stato eletto presidente del Venezuela nel 2013 dopo essere stato designato come successore da Hugo Chavez e aver sconfitto il candidato della destra Henrique Capriles. Durante il suo mandato, Maduro ha visto calare drasticamente il sostegno da parte della popolazione. Nel 2015 le opposizioni avevano ribaltato il risultato andando ad occupare la stragrande maggioranza dei seggi dell’Assemblea Nazionale. Dopo aver interdetto tre membri dell’opposizione, il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), con le sentenze 155 e 156 del 28 e 30 marzo 2017, ha esautorato il parlamento venezuelano dei suoi poteri per trasferirli direttamente a se stesso. Da questo momento è scoppiato il caos.

Come analizza la crisi venezuelana all’interno dello scenario sudamericano e dal punto di vista occidentale della democrazia, anche in relazione agli attuali fatti catalani? 

Per cercare di capire qual è la natura del regime politico e della crisi venezuelana è necessario inquadrare i fatti all’interno di un periodo più lungo che è iniziato non tanto con Maduro, ma con Hugo Chavez, che aveva già designato come suo successore l’attuale presidente venezuelano. Questi fenomeni politici, di cui il chavismo fa parte, pur con le sue peculiarità, appartengono alla grande famiglia dei populismi latinoamericani e non hanno mai condiviso i valori della liberal democrazia. Quando hanno potuto, a dire il vero, l’hanno piegata all’egemonia di un partito che si riteneva superiore agli altri in quanto incarnava non una parte della nazione, ma la nazione stessa; o per lo meno quella parte della nazione che secondo loro era l’unica legittima. Mi riferisco a casi come il castrismo, dove abbiamo l’eliminazione totale della competizione politica tra più partiti, o come il peronismo che fin dall’inizio cercò di imporre la propria egemonia.

Quello che è accaduto in Venezuela è da analizzare tenendo presente il contesto emisferico americano alla fine della guerra fredda: Chavez non aveva altra possibilità che imporsi attraverso le urne dopo aver cercato, non dimentichiamolo, di prendere il potere con la forza. L’idea di Chavez era che il suo popolo, identificato sociologicamente con i poveri e gli ultimi, fosse l’unico legittimo.

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In nome di quel popolo Chavez ha trasformato le istituzioni rendendole pedine del suo regime, ha conculcato i diritti dell’opposizione, ha ridotto poco a poco gli spazi di libera informazione arrivando a comprare, tramite amici imprenditori, tutte le fonti d’informazione del paese.

Il pluralismo è il fondamento di ogni democrazia. Una democrazia che in nome della maggioranza del popolo impone i diritti delle minoranze e, soprattutto, trasforma la competizione in una lotta impari (in spagnolo si dice jugar con cancha inclinada, giocare una partita di calcio con un campo totalmente inclinato), non è una democrazia. Nel caso del Venezuela già sotto Chavez questo era totalmente palese, anche se lui, a differenza di Maduro, aveva un  innegabile carisma e la migliore condizione economica della storia del Venezuela  (anche grazie al petrolio a centoventi dollari al barile). Quando poi, nel 2015, i chavisti presero il 30% (che, attenzione, è niente!) Maduro disse, coerente con la sua visione, ”noi continueremo a governare con il popolo e l’esercito”. È ovvio che in quel momento è esplosa la crisi, perché per mantenersi al potere il presidente venezuelano non ha potuto fare altro che ”disattivare” l’assemblea legislativa. In un immaginario liberal democratico è una cosa che non regge.

Il 15 ottobre si svolgeranno le elezioni regionali per rinnovare i Governatori. Le opposizioni, seppur con molte riserve, hanno infine deciso di partecipare alla tornata. Come valuta questa scelta? 

L’opposizione, come si muove, cade sempre male. Il regime di Maduro, che è fondamentalmente una figurita, è in realtà nelle mani dei militari. Le elezioni degli Stati del Venezuela si dovevano tenere l’anno scorso, ma il contesto era molto diverso e il regime era consapevole che se fossero andati a votare avrebbero perso drammaticamente; questo si sarebbe aggiunto alla sconfitta nelle precedenti elezioni legislative, creando il caos. Oggi il contesto, così come l’opinione pubblica internazionale, è molto diverso. È  per questo motivo che le elezioni sono state addirittura anticipate. Ed è sempre per questo che hanno liberato uno dei più famosi prigionieri politici mentre ce ne sono altre centinaia a marcire nelle carceri.  L’opposizione, al suo interno straordinariamente omogenea, è rimasta spiazzata dalla mossa politica di Mauro, finendo per dividersi sul da farsi. Da una parte c’è chi è convinto che qualsiasi spazio possibile vada occupato, mentre dall’altra ce ne sono tanti che ritengono sia inutile partecipare in quanto si tratta di una palese truffa.

C’è poi da precisare un’importante questione: stiamo parlando di elezioni per gli Stati di un paese federale; il potere al loro interno è pressoché nullo,non stiamo parlando di potere effettivo. In ogni caso abbiamo visto come, fino ad oggi, ogni qualvolta un organo istituzionale finiva nelle mani dell’opposizione, accanto a lui sorgeva un organo parallelo filo governativo. Il caso di Capriles, arrestato dopo aver preso milioni di voti, è emblematico. In realtà, quindi, si tratta di elezioni puramente simboliche in cui quello che l’opposizione cerca di dimostrare è di essere la maggioranza all’interno del paese. A parte questo non è detto che le elezioni premino l’opposizione, apparsa logora e disunita dopo mesi in piazza senza risultati e con molti morti.

Quindi se le opposizioni dovessero vincere, Maduro riconoscerebbe la sconfitta, ma questo non cambierebbe niente a livello politico? 

No,a livello politico probabilmente non cambierebbe nulla, ma non sarebbe nemmeno indifferente perché ovviamente  una dimensione simbolica c’è. La mia idea in proposito è che sia molto difficile smontare un regime di questo genere. Perché dovrebbe cadere? In fondo Maduro ha il monopolio delle risorse, controlla le forze armate e conta di guadagnare tempo con la speranza che il prezzo del petrolio torni a salire per ricominciare a intraprendere una politica di redistribuzione e privilegi per i propri sostenitori. Una vittoria dell’opposizione non sarebbe irrilevante in quanto assumerebbe un’importanza simbolica straordinaria e acuirebbe ancora di più la pressione internazionale. Dinanzi alla minaccia d’isolamento, nel paese potrebbe ampliarsi una spaccatura anche all’interno di quello che fu il chavismo; spaccatura che c’è già, ma di cui nessuno è in grado di comprendere la portata. Le elezioni, dunque, potrebbero aprire uno spiraglio affinché l’opposizione possa negoziare, probabilmente con gli stessi chavisti della prima ora che, a oggi, nutrono decisamente poca stima nei confronti di Maduro.

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A proposito delle relazioni internazionali del Venezuela e dell’isolamento che vive, che ruolo possono giocare Russia e Stati Uniti in un momenti in cui la tensione tra le due potenze è alta anche in altre zone del mondo (pensiamo alla Corea e alla Siria)? 

Innanzitutto va aggiunto un altro attore fondamentale con interessi in Venezuela: la Cina. I cinesi si stanno comprando il Venezuela pezzo per pezzo. E’ paradossale se si pensa a un governo che prende il potere grazie a una retorica nazionalista, antiamericana e anti-imperialista e che in nome della sovranità nazionale voleva creare un fronte sudamericano in grado di competere al livello internazionale. Ma non bisogna dimenticare che il Venezuela è in bancarotta e deve far fronte ad un sacco di debiti (che deve pagare), pur avendo dei crediti, inesigibili però, verso paesi dei Caraibi. Il Venezuela sta svendendo i “gioielli di famiglia”, in particolare il petrolio, a paesi come la Cina che sono in grado di disporre di una grande liquidità.

Mi sembra strano il distacco con il quale Trump affronta questa crisi.

Guardiamo il fondo e la superficie della questione. Consideriamo che stiamo parlando di un’amministrazione, quella di Trump, sulla cui razionalità possiamo discutere a lungo. Persino i più dotti analisti della politica estera USA fanno fatica a cogliere una razionalità, una politica indipendente dagli umori improvvisi del presidente. Trump vuole mettere in ginocchio il Venezuela? Gli basterebbe domani dire “non compriamo più il petrolio dal Venezuela”. Sarebbe molto più semplice che fare sanzioni come sta facendo in questo momento. Se gli USA smettessero di comprare il petrolio dal Venezuela, cosa di cui gli non hanno particolare bisogno visto che hanno avuto uno progresso nell’autosufficienza energetica impensabile dieci anni fa, lo metterebbero in ginocchio. Trump ha anche detto che potrebbe ricorrere all’opzione militare, ma questa è una cosa palesemente stupida dal momento che tutto il mondo sa che gli USA non interverrebbero mai militarmente in Venezuela nel 2017. E’ un paese enorme, che verrebbe sospinto nelle braccia del nazionalismo chavista proprio da un intervento di questo genere. Sarebbe il più grande autogoal della storia.

 

Il fatto è che se noi osserviamo attentamente, notiamo che la visione del mondo di Trump è più vicina ai chavisti che non ai loro oppositori: l’idea che la globalizzazione, il mercato e l’apertura commerciale minaccino la tradizionale identità del popolo è comune a entrambi. Non a caso quando è stato eletto Trump, in America Latina nessuno ha festeggiato. I paesi democratici latinoamericani volevano tutti la Clinton perché pensavano che ci sarebbe stata una continuità di politica di partnership con il sud del continente: apertura commerciale, trattati di libero commercio, alleanza sui temi dei diritti umani e delle libertà civili. L’idea di un mondo protetto, chiuso e nazionalista rende Trump e Maduro più simili di quanto possano apparire.

Per Putin,invece, questa è un’opportunità straordinaria. Per questo ha aumentato i finanziamenti e dato il proprio appoggio al regime. Maduro è sostenuto geopoliticamente dalla Russia e Trump se lo deve tenere come un osso in mezzo al collo dinanzi al quale non può fare nulla. Meno parla, meglio è. Da escludere, inoltre, uno stallo bellico come ci fu nel caso di Cuba, per quanto permanga lo scontro ideologico.

Un altro attore fondamentale per le dinamiche sudamericane è senza dubbio la Chiesa, che ha invitato la popolazione a recarsi in massa alle urne. Quale ruolo può giocare in questo scontro tra Maduro e opposizioni?

Anche in questo caso dobbiamo fare una lettura che si spinga un po’ sotto la superficie. In superficie vediamo una Chiesa, intesa come episcopato venezuelano, apertamente schierata contro un regime politico responsabile del dramma umanitario del paese. Due questioni sono da indagare nella fattispecie: innanzitutto perché questa posizione della chiesa venezuelana? E dopodiché, perché esiste un implicito scarto, direi anche palese, tra questa posizione così esplicita della chiesa venezuelana e quella del Pontefice che invece ha mantenuto una posizione defilata? È una cosa strana visto che Papa Francesco non suole essere defilato.

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Rispondiamo alla prima domanda per capire  l’atteggiamento della chiesa dinanzi a questo tipo di fenomeni politici che sono i populismi. Se uno guarda il governo di Chavez, come tutti i populismi latinoamericani, si presenta come un governo cristiano, come il più cristiano dei governi. L’idea era che mentre l’opposizione era un’opposizione laica, liberale, venduta all’imperialismo della potenza anglosassone, lui, viceversa, con la sua politica di priorità per i poveri, per il popolo (cristiano per definizione), incarnava i valori della cristianità. A testimonianza di ciò, in qualche modo Chavez si autorappresentava come una specie di erede di Cristo, come una specie di realizzatore secolare del messaggio evangelico della redenzione del povero. I populismi sudamericani, infatti, si possono interpretare in chiave biblica: l’idea è che il redentore prenda per mano il popolo eletto, assediato dal peccato del male sociale, e lo conduce verso la redenzione. Tant’é vero che tutti questi regimi,incluso quello chavista, dicono che la loro è una Rivoluzione; ma la rivoluzione è un concetto secolare di un’idea religiosa:la redenzione. Perché l’episcopato venezuelano si è opposto a questo regime come si è sempre opposta ai vari regimi di tipo totalitario?

Perché sono regimi di tipo religioso, usurpano il ruolo della Chiesa pretendendo di fondare una nuova religione. La chiesa viene, così, scalzata dal suo ruolo, e la politica diventa religione cosicché la religione deve necessariamente prendere posizione politica e dire no al regime. Diverso è il discorso del Papa, molto silente sulla crisi venezuelana. Perché? Il Papa innanzitutto viene da una matrice nazionalpopolare, populista. Ha sempre pensato che il Peronismo in Argentina, e in generale i movimenti nazionalpopolari, fossero quelli che incarnano il popolo cristiano. Per il Papa il chavismo è stato un tipico movimento che incarnava il popolo e che quindi sradicava il contagio del liberalismo dal Venezuela. Il Papa si trova in grandissimo imbarazzo davanti a questa situazione. Egli  non può sostenere che la crisi sia causata dalla globalizzazione liberale, dalla finanza, dalle banche e dalle grandi potenze, in quanto è consapevole che i veri responsabili sono le ricette da lui tendenzialmente predilette: dirigismo statale, nazionalismo delle imprese e ridistribuzione delle ricchezza. La fase che sta vivendo il Venezuela insegnando a tanti, perché dimostra la natura essenzialmente totalitaria dei populismi. Per certi aspetti il dramma del Venezuela fa bene alla democrazia negli altri paesi dell’America latina.

 

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