Venezuela: tra contestazioni, debito e crollo del prezzo del petrolio.


Il Venezuela, promotore della formazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ed il suo presidente, Nicolás Maduro, Ministro degli esteri sotto Chávez, si sono trovati di fronte ad una duplice sfida importante, se non decisiva: il debito venezuelano e l’opposizione di destra.

 

Nelle ultime settimane la tensione nello stato sudamericano è elevatissima. Il vicepresidente Cabello aveva denunciato  il tentativo di un golpe ai danni del presidente Maduro e dopo la sospensione del referendum che – nelle intenzioni della Mesa de la Unidad Democrática (MUD), l’alleanza dei partiti reazionari – avrebbe portato alla destituzione del presidente socialista. Le manifestazioni si sono moltiplicate fino a sfociare nello sciopero generale dello scorso 28 ottobre: un climax che ha portato a numerosi scontri tra i manifestanti e le forze armate bolivariane.

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una foto degli scontri tra manifestanti e forze armate bolivariane durante lo sciopero del 28 ottobre

Dal punto di vista economico, Maduro sembra non poter dormire sonni più tranquilli. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ci si aspetta che la produzione interna del Venezuela scivoli ad un –10% rispetto all’anno precedente, con un’inflazione (innalzamento generale del livello dei prezzi) prevista oltre il 700%. Un inflazione così elevata prende il nome di iperinflazione, la quale ha effetti disastrosi sulle economie di qualsiasi paese: i prezzi perdono la loro capacità di indicatori della migliore allocazione delle risorse e il potere di acquisto (il rapporto tra reddito e livello dei prezzi) dei cittadini si riduce sensibilmente.

Per tale ragione, il recente provvedimento del presidente Maduro che aumentava il salario minimo del 40%, circa 140 dollari (il reddito medio pro capite nel 2013 era di circa 1.000 dollari secondo i dati della Banca Mondiale), sembra essere una misura limitata se confrontata con la portata dell’inflazione venezuelana. Inoltre, con il crollo del bolivar (la moneta venezuelana), le multinazionali operanti nel territorio venezuelano hanno annunciato miliardi di dollari di svalutazione delle loro quote azionarie.

Proprio in concomitanza con lo sciopero generale del 28 ottobre indetto dalla MUD, giungeva al termine una delle due scadenze per il pagamento del debito della Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), la compagnia petrolifera di cui il 70% dei profitti erano destinati allo Stato – grazie all’azione di Chavez nel 2002, alla quale seguì il golpe – che sommato al pagamento del 2 novembre scorso ammonta a 3 miliardi di dollari, andando a gravare sul peso del debito venezuelano.

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Andamento dei titoli venezuelani e titoli relativi alla PDVSA

Lo scorso settembre , per alleggerire il carico del pagamento e dilazionarlo nel tempo, la PDVSA aveva proposto ai propri creditori di scambiare i titoli in loro possesso, che sarebbero scaduti nel 2017, con nuovi titoli che verranno a scadenza nel 2020 (swap di debito).
Tale proposta, meno di due settimana fa, ha trovato l’approvazione dei creditori, permettendo al Paese sudamericano di evitare il default imminente, ma rimandando la pratica al futuro. Difatti attraverso tale strategia, il Venezuela ha guadagnato tempo per il pagamento del debito, sperando nel frattempo in un rialzo del prezzo del petrolio. Il forte calo di quest’ ultimo (nel 2014 il prezzo al barile era di 106$ mentre nel 2015, è sceso a meno della metà) ha messo in ginocchio il paese simbolo del socialismo bolivariano, che sui profitti statali dell’oro nero aveva retto la sua economia e la sua rete di scambi.

Perché i prezzi del petrolio siano calati così tanto è argomento discusso e controverso. Sicuramente il problema principale è l’eccesso di offerta della materia prima (ossia la produzione di petrolio è maggiore della domanda).

Una tesi spesso richiamata individua un singolo responsabile: l’Arabia Saudita. Quest’ultima, vedendo la sua quota di mercato diminuire a seguito degli investimenti – essenzialmente in Canada e negli Stati Uniti – dell’industria del fracking (hydraulic fracturing), ossia quell’industria che si serve di fluidi colmi di sostanze chimiche per scavare nella roccia al fine di estrarre il petrolio, aveva previsto che imponendo una quotazione di 50-60$ al barile avrebbe eliminato dal mercato i “fracker” e che tali pezzi non avrebbero comportato un onere troppo gravoso sui bilanci sauditi. Secondo la teoria saudita, una volta eliminata la concorrenza i prezzi del petrolio sarebbero potuti risalire.

Ciò che l’Arabia Saudita non aveva previsto, però, era il fatto che i produttori americani avevano capito che si potevano tagliare i costi ed aumentare la produttività e così l’offerta di shale oil – il petrolio ottenuto tramite il fracking – non è diminuita ed il prezzo del petrolio non è tornato al livello degli anni precendenti.

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bacini di shale oil negli Stati Uniti

Dunque, la sfida di Maduro è davvero rilevante: cercare di risollevare le sorti del Paese a fronte di prezzi del petrolio che non sembrano destinati a risalire. Gli scenari che si presentano davanti sono essenzialmente due: o il Venezuela rivede la sua dipendenza dal petrolio, cercando di trasformare l’assetto economico del Paese e definendo nuove materie di scambio, o è destinata a rimanere ancorata alla sua produzione, sperando in un eventuale rialzo dei prezzi che permetta la redistribuzione dei redditi tra la popolazione e una maggiore sostenibilità del debito.

Quest’ultima soluzione non è una novità. Hugo Chávez, predecessore di Maduro, aveva permesso alla popolazione venezuelana di godere dei vantaggi della redistribuzione del reddito derivante dalla vendita del petrolio. Invertendo la quota di profitti destinati allo Stato, la maggior parte degli introiti derivanti dall’estrazione di tale risorsa erano competenza del Venezuela. Dunque Chávez, in controtendenza con le grandi economie mondiali, aveva permesso al popolo venezuelano, e in particolare alle classi meno agiate, di garantirsi dei diritti all’interno della società, quali l’istruzione, una casa, le cure mediche ed altri diritti fondamentali ed inalienabili dell’uomo.

Capire quale strada verrà intrapresa dal presidente non è facile, di certo una soluzione democratica e che non sconvolga l’assetto geopolitico ed economico è quantomeno auspicabile, ma solo il tempo potrà darci una risposta concreta.

FONTI e APPROFONDIMENTI:

REUTERS/Miraflores Palace

http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21709042-devastating-spiral-continues-running-out-time

http://www.internazionale.it/notizie/2016/10/28/venezuela-sciopero-generale

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/10/24/venezuela-psuv-piano-golpista-085049

http://oilprice.com/Energy/Energy-General/Venezuela-Escapes-Bankruptcy-But-Oil-Production-Continues-To-Plunge.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/10/petrolio-perche-il-prezzo-e-crollato/2292232/

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/100-parole/Economia/I/Iperinflazione.shtml

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/07/fracking-lultima-diavoleria-dei-petrolieri-per-spremere-terra/438727/

data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.PCAP.CD?locations=XM-VE

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