L’elasticità della Signora Brexit

L’argomento Brexit è sempre presente nelle prime pagine delle maggiori testate internazionali e lo sarà almeno per i prossimi due anni (o quattro a questo punto), periodo in cui il governo inglese porterà avanti i negoziati con l’UE per sancire i termini dell’uscita del Regno Unito. Protagonista indiscussa del post-voto è Theresa May, Primo Ministro dal 13 luglio 2016, dopo le dimissioni di David Cameron, a seguito dei risultati del referendum del 23 giugno.

Nelle righe che seguiranno cercheremo di delineare la posizione dell’attuale Primo Ministro analizzando tre discorsi sulla Brexit da lei tenuti in periodi e circostanze diverse, per poter mettere in luce cosa è rimasto e cosa, invece, è cambiato nelle sue idee riguardo l’uscita del Regno Unito dall’UE.

2 ottobre 2016, Conferenza dei conservatori

Theresa May esordisce ricordando che cento giorni prima, il popolo britannico ha deciso di abbandonare l’Unione Europea. Non mancano le lodi al paese, diffusore di liberismo, di democrazia, di pace e di prosperità, dotato di un esercito di un servizio di intelligence che lei definisce “brillanti“.

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Subito dopo il Primo Ministro pronuncia quello che, da quel momento in poi, verrà considerato il suo motto riguardo l’uscita dall’UE: “Brexit means Brexit – and we are going to make a success of it”. Theresa May prosegue annunciando che saranno tre le tematiche che verranno toccate durante il discorso. Per iniziare si parlerà delle tempistiche, poi del processo e infine della visione che il Governo ha della Gran Bretagna post-Brexit. 

Per permettere ad un Paese di lasciare l’Unione Europea è necessario che questo invochi l’art. 50 del Trattato di Lisbona che ai primi due commi recita:

  1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere l’Unione.
  2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio Europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzio­namento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

Theresa May ha subito annunciato che il Governo si sarebbe preso del tempo per preparare i termini delle trattative e che quindi non avrebbe invocato l’art. 50 almeno fino alla fine del 2016. Così è stato. Le procedure sono iniziate il 29 marzo 2017.

Il clima post referendum è stato piuttosto acceso, segnato da ripensamenti, sotterfugi e richieste di indizione di una nuova espressione popolare. Il Primo Ministro si è quindi trovata a dover spiegare le regole che permettono di richiamare l’art. 50, per fare chiarezza. Spetta al governo, da solo, invocare la procedura di uscita. L’approvazione delle Camere non è necessaria, il popolo ha già deciso. Lo stesso vale per le negoziazioni, il cui unico protagonista da parte britannica sarà, ancora una volta, il governo. La cosa che la May ritiene più importante riguardo il processo di abbandono dell’Unione è la rimozione dalla legislazione, una volta per tutte, dello European Community Act.

Ciò che l’esecutivo sogna dopo la Brexit è una Gran Bretagna Globale, che tratterà gli stati europei come amici, ma che non cederà più nemmeno una piccola parte della sua sovranità ad un’entità politica sovranazionale le cui decisioni possono scavalcare il Parlamento e le Corti. La libertà decisionale che verrà riconquistata dal Paese verrà utilizzata per gestire la questione immigrazione.

Poi, Theresa May fa una lista di ciò che vorrebbe ottenere dai negoziati, una serie di ‘io voglio’ dal tono infantile. Questi riguardano la costruzione di una relazione collaborativa e pacifica con l’UE in campi come il contro-terrorismo e il libero commercio di beni e servizi (ma non il libero movimento delle persone).

17 gennaio 2017, Londra

Il Primo Ministro inizia il discorso dicendo che, poco più di sei mesi fa, i cittadini britannici hanno votato per il cambiamento e per modificare ed ampliare i propri rapporti commerciali e politici con il mondo, così da garantire al Paese un futuro luminoso. Anche questa volta, seppur un po’ più vagamente, ricorda il tempo trascorso da quello che, apparentemente, considera il giorno X.

I punti scottanti rimangono gli stessi del discorso precedente. Per primo, il mercato unico. Theresa May sottolinea ancora che la Gran Bretagna abbandonerà definitivamente il mercato unico, in quanto uno dei tre pilastri su cui si basa è la libertà di movimento delle persone (insieme libero scambio delle merci e dei servizi).

La sua posizione rimanda direttamente al secondo punto caldo: la libera circolazione dei cittadini, appunto. Poco si è detto su come verrà regolata la situazione dei cittadini britannici in Europa e quella degli europei in Gran Bretagna; ciò che si sa è che il Primo Ministro ha intenzione di garantire lo status di coloro che sono già emigrati, ma calza sull’impossibilità di lasciare aperte le frontiere. Il numero delle persone che arrivano va tenuto sotto controllo, la Gran Bretagna sarà felice in futuro di accogliere, in particolare i professionisti, altamente istruiti e dotati.

L’abbandono del Mercato Unico è ormai un punto fermo e sta a significare che un nuovo sistema di collaborazione a livello commerciale va istituito tra lo stato uscente e il gigante economico che è l’Europa. Le esatte parole della May sono state “no deal would be better than a bad deal”: se non si riuscirà a trovare un accordo conveniente per la Gran Bretagna, allora il Paese si impegnerà a costruire nuove vie commerciali, nuovi rapporti con soggetti diversi, allentando la presa con l’Europa. La May è pienamente consapevole però, che sarebbe negativo per l’economia dell’Unione e deleterio per quella britannica. Intanto comunque, Theresa May si è preoccupata di creare il Department of International Trade, nelle mani di Liam Fox, per iniziare a lanciare nuove relazioni commerciali con Paesi di altri continenti e rafforzare quelle già esistenti.

Un’altra questione di cui si è parlato è l’operato della Corte di Giustizia Europea. Per riguadagnare sovranità la Gran Bretagna si tira fuori dal suo sistema di giudizio. In più, nessuna contribuzione annuale verrà versata nelle casse dell’Unione da parte del Paese al di là della Manica, ma solo contributi occasionali per progetti condivisi.

Va ricordato che in tutto il discorso il Primo Ministro ha chiamato gli europei “amici”, sottolineando che la Gran Bretagna sta uscendo dall’Unione, non dall’Europa e allo stesso tempo ricordando le grandi differenze esistenti tra il sistema politico e giuridico britannico e quello degli altri stati del continente. Si evince dalle sue parole, ancor più che nel primo discorso, che non sarà la fine di una collaborazione, che su molti temi il lavoro continuerà ad essere congiunto, in particolare sulle questioni riguardanti la sicurezza del continente e dei singoli stati.

22 settembre 2017, Firenze

Le chiacchiere che hanno preceduto il discorso di Firenze pronosticavano una reazione negativa del pubblico europeo; in realtà la posizione britannica si è ancora una volta alleggerita.

Tanto per cominciare, ciò che ha fatto più notizia, è stata la richiesta di un periodo di transizione di due anni, che avrebbe inizio subito dopo il 29 marzo 2019, giorno in cui termineranno i negoziati di abbandono dell’Unione e la Brexit sarà in vigore, che durerà quindi fino al 2021. La richiesta è stata avanzata con l’intento di lasciare alle imprese, alle attività commerciali e ai singoli il tempo di adeguarsi al nuovo sistema. In questo periodo la Gran Bretagna sarà ancora parte del Mercato Unico e dovrà quindi accettare anche la libera circolazione delle persone. 

Anche la posizione sui pagamenti è molto più elastica ora: la Gran Bretagna continuerà a pagare, fino al 2020, una somma di denaro tale da non far aumentare i costi per gli stati dell’UE e non far diminuire le somme che alcuni stati ricevono. La cifra si aggira intorno ai 20 miliardi di euro. Si ribadisce, che la collaborazione per lo sviluppo economico di lungo termine non terminerà dopo la Brexit, che i contributi saranno ancora versati, ma sulla base di decisioni statali, volte a finanziare i progetti condivisi. In particolare, forte collaborazione è prevista in campi come lo sviluppo scientifico, l’educazione, la cultura e la sicurezza.

Una svolta c’è stata anche riguardo la questione migrazione. Il Primo Ministro ha proposto di incorporare le leggi che riguardano i cittadini europei in Gran Bretagna e quelli britannici in Europa nel trattato di uscita, in modo che tutte le questioni possano essere risolte attraverso la consultazione dello stesso. Non solo, Theresa May aggiunge che la Corte di Giustizia Europea potrà giudicare le dispute riguardanti i diritti dei cittadini emigrati.

Un argomento su cui l’Unione Europea fa da tempo pressione è il confine tra Gran Bretagna e Irlanda. Non ci sono state nemmeno nel discorso di Firenze indicazioni chiare su come la questione verrà gestita, si è solo detto che il governo britannico non accetterà “infrastrutture fisiche” che dividono i due paesi.

Una signora sempre più docile

La posizione britannica sulla questione Brexit si è andata progressivamente ammorbidendo. Ormai siamo molto lontani dal Brexit means Brexit su cui la May faceva leva all’inizio.

L’arduo lavoro del Primo Ministro è accontentare tutti: i Remainers, per cui aveva parteggiato prima del referendum, i Leavers, tra cui ci sono quelli che auspicano una hard Brexit, e quelli che invece sperano di rimanere fuori, ma più vicino possibile all’Unione Europea. Queste spaccature esistono nella società, e all’interno del Partito Conservatore.

Le tre persone con cui ha deciso di collaborare strettamente per portare avanti le trattative per la Brexit sono David Davis, Philip Hammond e Boris Johnson.

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Se Hammond cerca di portare avanti una soft Brexit, tanto che sembra abbia inizialmente  proposto un periodo di transizione di cinque anni, Johnson è uno dei più ardi sostenitori della hard Brexit. Hammond sostiene che un’uscita graduale sia più favorevole per il Paese, in quanto i negoziati per nuovi rapporti commerciali sono lunghi e se non si offre alle aziende un’alternativa al Mercato Unici Europeo, queste se ne andranno dal Paese.

La posizione di Johnson è opposta: solo alla fine ha accettato il periodo di transizione, all’inizio era contrario; non ha nessuna intenzione di dare denaro all’Unione per poter partecipare al Mercato Unico e l’unica cosa che condivide con la May (o meglio, riguardo la quale i due non si scontrano, per ora) è la questione immigrazione. Egli prevede la creazione di un progetto che si adatti al Paese, il quale sarà felice di accogliere talenti. Al Segretario agli Esteri sono anche state avanzate accuse scomode, in quanto a ha rilasciato un’intervista all’Indipendent in cui esprime la sua posizione sulla Brexit, che contrasta in più con quella del Primo Ministro.

I toni si sono molto placati rispetto a quelli che erano stati utilizzati nelle dichiarazioni iniziali. Probabilmente ad alleggerire le posizioni di Theresa May hanno contribuito anche  i limiti posti dai negoziatori dell’Unione Europea e l’idea che una vittoria per il paese abbia più valore di un capriccio.

Fonti e Approfondimenti

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