Lula in carcere: le presidenziali del Brasile sono appese a un filo

È dalla fine di marzo che i media internazionali danno risonanza al caso giudiziario e (soprattutto) politico che ruota intorno all’incriminazione e all’arresto di Luis Inácio Lula da Silva. Persino in un continente come l’America Latina, nel quale le accuse di corruzione e gli scandali elettorali sono all’ordine del giorno, la detenzione dell’ex Presidente e candidato alle prossime elezioni del Brasile rappresenta una tra le vicende più clamorose degli ultimi anni. Lula, d’altronde, ha abituato gli occhi del mondo ai colpi di scena, a partire dallo storico discorso del dicembre 2002 con il quale accettò la carica: la voce spezzata dall’emozione mentre ricordava il suo passato da operaio al tornio, l’umiltà con cui ammise che quell’insegna di Presidente era il primo “diploma” che riceveva nella vita.

L’ultimo colpo di scena, il più eclatante, è stata proprio la decisione di conformarsi alla sentenza del Tribunale Supremo Federale. Formulata dal magistrato Sérgio Moro, questa prevede per Lula dodici anni di reclusione, con l’accusa di corruzione e di riciclaggio di denaro. Il processo è inquadrato in una più vasta inchiesta denominata Lava Jato (letteralmente, “autolavaggio”); in particolare l’ex Presidente è citato in giudizio perché, secondo la magistratura, avrebbe accettato in regalo dal proprietario della ditta di costruzione OAS un attico a Guaruja e ricambiato il favore con la concessione di cospicui appalti pubblici a vantaggio del colosso energetico nazionale Petrobras. Lula si è costituito la sera del 7 aprile, lasciando dietro di sé una folla divisa: tra coloro che considerano tradita la loro fiducia, gli oppositori storici della destra e i molti che non hanno mai smesso di appoggiarlo.

Infatti, il ricordo di quel discorso d’inizio mandato è ancora fresco nella memoria di tanti brasiliani: è l’emblema di un riscatto personale che, nel giro di pochi anni, si trasformò in rivincita per l’intero Paese. Tra il 2003 e il 2011, in virtù della promettente stabilità finanziaria, il Brasile si affermò come una delle nuove potenze mondiali e il suo ruolo spiccò in numerosi accordi internazionali. Pur puntando alla crescita economica, l’amministrazione Lula non lasciò indietro le classi sociali più svantaggiate (fu implementata, per esempio, la redistribuzione del reddito). Sarebbe però riduttivo attribuirne la popolarità solo a questo tipo di riforme. La verità è che, durante il suo governo, la classe lavoratrice si sentì davvero rappresentata dal guerreiro do povo brasileiro e che la gente tende a simpatizzare con il Presidente-sindacalista per come arrivò al governo: appellandosi alla meritocrazia e al consenso popolare.

Se all’inizio di questa parabola politica abbiamo visto il leader simbolo della sinistra brasiliana acclamato dalla folla, l’arresto è stato altrettanto plateale: tre giorni di resistenza nel sindacato dei metallurgici di Sao Paulo, durante i quali Lula ha sempre respinto fermamente le accuse, insieme a migliaia di manifestanti del Partito dei Lavoratori da lui fondato (Partido dos Trabalhadores, PT), accorsi per sostenerlo e ostacolarne l’arresto. 
Poche ore prima di consegnarsi, Lula aveva tenuto un lungo e appassionato discorso a Sao Bernardo do Campo (TeleSUR: testo completo), nel quale aveva ribadito di essere estraneo ai fatti e aveva criticato come falsificazioni le basi del giudizio del pubblico ministero. Quanto all’ideale di politica espresso dalle parole dell’ex sindacalista, non c’è traccia di esitazione:

“Ho commesso questo crimine e loro non vogliono che lo faccia di nuovo. Per questo ci sono già decine di processi contro di me, a causa di questi crimini: mandare i poveri all’università, i neri all’università, che i poveri mangino carne, comprino auto, viaggino in aereo, avviino piccole aziende agricole, diventino micro-imprenditori, abbiano una casa propria. Se questo è il crimine che ho commesso, voglio dire che continuerò a essere un criminale, perché farò molto di più. Farò molto di più.”

Aldilà dello scandalo, la detenzione di Lula rappresenta una svolta clamorosa in vista delle elezioni presidenziali che si terranno questo autunno in Brasile. L’attuale Presidente Michel Temer, centrista leader del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB) non si ricandiderà, ma anche se lo facesse, potrebbe contare su uno scarsissimo consenso da parte degli elettori. Le sue politiche basate sull’austerità e sulle privatizzazioni non sono riuscite ad arginare la recessione economica che ha colpito il Paese a partire dal 2014, proprio in corrispondenza con lo scoppio del caso Lava Jato. La stampa italiana lo presentò come una sorta di “Mani Pulite” in versione latinoamericana, ma il paragone è decisamente riduttivo, considerando che qui parliamo di 778 milioni di dollari in tangenti che il gigante Odebrecht (edilizia e infrastrutture) avrebbe passato ai funzionari governativi di dodici paesi dell’America Latina e dell’Africa. Parliamo di illegalità negli appalti per la costruzione di stadi in Brasile per le Olimpiadi e per i Mondiali, di autostrade e metropolitane in tutto il Sud America e di una centrale idroelettrica in Angola. Parliamo del coinvolgimento del settore petrolifero (Petrobras), ma soprattutto di una valanga giudiziaria che travolse la classe politica brasiliana e che culminò, nell’agosto del 2016, con la destituzione della Presidente Dilma Rousseff. Oggi, la sinistra brasiliana sostiene che Lula abbia subito un destino analogo a quello di Dilma (esponente dello stesso Partito dei Lavoratori e continuatrice delle sue politiche) e cioè quello di un golpe istituzionale mascherato da inchiesta anti-corruzione. La responsabilità di Lula sarebbe quella di aver imbastito con il suo governo un sistema di licitazioni poco trasparenti e di aver creato un terreno favorevole alla diffusione su larga scala del traffico di tangenti. Nell’ottobre del 2014, l’influente settimanale brasiliano Veja firmò un reportage di denuncia più che mai esplicita, sostenendo che Lula e Rousseff fossero al corrente di tutto: “Eles sabiam de tudo”.

In questo contesto di controversie e di diffusa sfiducia politica, all’inizio dell’anno era proprio Lula il trionfatore dei sondaggi elettorali. Mentre ora, con il carcere, scatta l’ineleggibilità per l’ex Presidente. Difficile prevederne le conseguenze: se eventuali ricorsi in giudizio serviranno a qualcosa, se emergeranno nuovi protagonisti o se aumenteranno le chances per il candidato anti-establishment Jair Bolsonaro. Ma, per il momento, cresce il sospetto che l’attico di Guaruja sia poco più che un pretesto, elaborato per mettere fuori gioco il candidato più popolare.
Non è solo l’inconsistenza del reato che sorprende, ma anche le modalità con cui si è svolto il processo: secondo gli avvocati di Lula, l’azione della magistratura rappresenterebbe un abuso della conduçao coercitiva (fermo di polizia), aggravato dal fatto che il Tribunale Federale ha respinto la richiesta di habeas corpus e ha proceduto all’arresto in secondo grado (contravvenendo alla stessa Costituzione brasiliana). Inoltre, la condanna è stata decisa dalla Corte di Curitiba, a dispetto delle leggi di competenza, e con una maggioranza risicata di sei giudici contro cinque; ma soprattutto, come ha ammesso lo stesso giudice Sérgio Moro, non ci sono prove, “solo convinzione”.

Questa mancanza di elementi probatori giustifica la presa di posizione di altri due giovani candidati alla presidenza, Guilherme Boulos e Manuela D’Ávila, i quali non usano mezzi termini: secondo la loro dichiarazione congiunta, si tratta del “più grave attacco alla democrazia dalla fine della dittatura militare”. A far loro eco c’è un comunicato dei fronti Brasil Popular e Povo Sem Medo, in cui si esortano i sostenitori del PT a non smettere di manifestare: “L’offensiva conservatrice che fu a capo dell’impeachment contro la Presidente Dilma e che provocò l’assassinio di Marielle Franco si manifesta anche nella prigionia del Presidente Lula. Lula è un detenuto politico, la sua incarcerazione inaugura un nuovo ciclo di golpes”.
Per quanto riguarda la reazione internazionale, si è concretizzata in solidarietà immediata nel caso dei presidenti di Bolivia, Ecuador e Venezuela: “Il voto senza Lula è una frode. Il carcere senza un giudizio giusto e senza prove è un delitto”, ha twittato Morales, “Tutto un popolo si solleva per sostenere Lula” (post di Correa), mentre Maduro ha citato Neruda: “Vinceremo noi, i più umili”. Anche dall’Italia arriva un appello che “esprime grande preoccupazione e vero e proprio allarme” e chiede di garantire la legalità delle elezioni in Brasile permettendo la candidatura di Lula. È stato firmato da numerosi esponenti (politici e non) della sinistra, tra cui Romano Prodi, Massimo D’Alema e Susanna Camusso.
Davanti a questo coro di sostegno mondiale, non si possono dare tutti i torti a chi intravede una certa tendenza faziosa e opportunista (un esempio è l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere, intitolato “I diritti degli amici”); ma d’altronde era logico aspettarsi che fossero i portavoce della sinistra i primi a gridare al complotto e a schierarsi con Lula senza pensarci due volte. Quello che è più difficile da immaginare è la piega che prenderà ora la corsa alla Presidenza del Brasile.

 

Fonti e approfondimenti:

“Il caso di corruzione più grande della storia”: 778 milioni di tangenti dal Brasile all’Africa e America Latina

https://www.telesurtv.net/news/lula-da-silva-detencion-curitiba-contexto-social-elecciones-20180407-0017.html

https://www.telesurtv.net/english/news/Two-Brazil-Presidential-Hopefuls-We-Wont-Leave-the-Streets-Until-Lula-is-Free-20180408-0007.html

https://www.telesurtv.net/news/lideres-politicos-detencion-lula-golpe-democracia-brasil-20180408-0012.html

 

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