Lunga vita ad Erdogan: l’opposizione aveva davvero una chance?

La Turchia è sempre stata in qualche modo al crocevia tra democrazia ed autoritarismo, e le ultime elezioni hanno confermato questa natura ibrida. Nonostante la crescente repressione delle libertà individuali, gli arresti politici e il graduale accentramento del potere nelle mani del Presidente, l’affluenza alle urne è stata dell’87%: le elezioni si sono svolte per lo più senza grosse interferenze, ed il partito filo-curdo e liberale HDP ha raggiunto un inaspettato 12% che gli ha garantito un secondo mandato in Parlamento, a testimoniare che il sentimento democratico tra la popolazione non si è estinto. D’altra parte, la vittoria di Erdogan ha disatteso le speranze che la coalizione d’opposizione potesse avere una chance di allontanare il Paese dalla deriva autoritaria degli ultimi anni, e bloccare la messa in atto di una riforma costituzionale che istituzionalizza un sistema presidenziale praticamente senza freni. Stando così le cose, rimane da chiedersi: cos’è andato storto per l’opposizione?

Sicuramente, la campagna elettorale degli scorsi mesi è stata combattuta ad armi impari nel clima di deterrenza dello stato d’emergenza, con un candidato in carcere e uno spazio mediatico dominato dal leader dell’AKP. In particolare, l’impossibilità per gli altri candidati di avere accesso ai canali televisivi ha alienato loro una consistente parte dell’opinione pubblica. Inoltre, la strategia del voto anticipato per evitare la cattiva pubblicità del tracollo economico e sfruttare la disorganizzazione dei rivali, alla fine ha dato risultati positivi. Tuttavia, senza voler sminuire l’importanza di questi fattori, ad influenzare il voto in maniera decisiva è stata ancora una volta la popolarità di ‘Superdogan’: a dispetto delle previsioni che lo vedevano affondare sotto i colpi dell’inflazione e della svalutazione della lira turca, il leader è riuscito a mobilitare l’elettorato che non ha percepito un’alternativa credibile, né in Ince (nonostante la buona performance in campagna elettorale) nè tantomeno in Arksener.

L’appassionato discorso che il ri-eletto Presidente ha pronunciato ad Ankara, davanti ad una folla di sostenitori in visibilio, contiene le coordinate del suo ininterrotto successo alle urne: un mix di populismo e nazionalismo che, come in Italia ed altrove nel mondo, ha attirato quanti non si sentono più rappresentati dalle istituzioni della democrazia liberale.

Il vincitore è la nostra democrazia. Il vincitore sono le politiche basate sui servizi. Il vincitore è la superiorità della volontà nazionale. Il vincitore è la Turchia. Il vincitore è la nazione turca. I vincitori sono tutti gli oppressi nella nostra regione. I vincitori sono tutti gli oppressi nel mondo.

Misure come i generosi sussidi su elettricità e carburante, e gli ingenti investimenti in infrastrutture e grandi progetti edilizi (non ultima, l’iniziativa di costruire un canale che colleghi il Mar Nero al Mar di Marmara) saranno sconsiderati dal punto di vista economico, ma per molti in Turchia rimangono la prova tangibile dell’impegno del leader a garantire forme di social welfare, e della sua dedizione nel rendere la Turchia prospera. Il fatto che l’AKP si sia posto negli anni a capo di un’ampia rete di servizi, dall’educazione alla sanità, ha fatto sì che per una fascia di cittadini (soprattutto musulmani marginalizzati dalla precedente classe politica) la possibilità di beneficiare di questi servizi coincida con il mantenere Erdogan al potere. D’altronde, nella memoria collettiva rimane vivo il ricordo del ‘miracolo economico’ operato da Erdogan tra il 2002 e il 2006, quando il PIL turco è cresciuto ad una velocità da capogiro, di cui ora il Paese sta pagando le conseguenze.

Anche sul fronte estero, Erdogan ha saputo capitalizzare il successo delle operazioni in Siria (dall’Euphrates Shield contro l’amministrazione dei Rojava e l’ISIL, all’Olive Branch, tutt’ora in corso, contro i curdi nel nord del Paese), e presentarle come i tasselli di una politica che mira a restituire alla Turchia un ruolo di spicco tra le potenze mondiali, in una linea d’azione indipendente dall’asse occidentale. A riprova del successo del discorso nazionalista tra l’elettorato è arrivato anche l’inaspettato risultato del MHP, la cui entrata in Parlamento era data tutt’altro che per scontata: c’è da aspettarsi che Bahçeli spingerà molto, nei prossimi mesi, per rimpatriare le migliaia di rifugiati siriani presenti sul suolo turco.

29jan_Afrin_area_Syria_War_Map-1024x598

Pertanto, fermo restando che Erdogan rimarrà a capo dello Stato fino al 2023 e continuerà quindi a portare avanti lo stile di governo e le politiche degli ultimi anni, l’opposizione dovrebbe cercare di non frammentarsi nuovamente e lavorare su una migliore organizzazione interna e, nei limiti del possibile, sulla comunicazione di un messaggio chiaro e credibile a supporto di una visione del Paese più giusta e inclusiva. Inoltre, bisognerà avere la prontezza di sfruttare ogni punto debole nell’apparato dell’AKP, dalla corruzione del partito (che l’ha penalizzato molto alle urne) all’incombente crisi economica che il Presidente Erdogan non potrà ignorare ancora a lungo.

 

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://www.middleeasteye.net/columns/turkey-election-erdogan-wins-akp-chp-opposition-crashes-dont-write-off-hdp-776290051

http://www.al-monitor.com/pulse/afp/2018/06/turkey-vote-erdogan.html#ixzz5JWIVUrrS

https://mobile.reuters.com/article/amp/idUSKBN1JL2SN?__twitter_impression=true

Erdogan Has Mastered Democracy

https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/01436597.2018.1447371?needAccess=true

 

Share this post

Rispondi