La corsa di Erdogan alle urne

Con le elezioni del prossimo 24 giugno in Turchia si deciderà il destino politico del Paese all’indomani delle profonde riforme costituzionali approvate con il referendum dello scorso anno. I cittadini turchi saranno infatti chiamati ad eleggere sia il Parlamento che il Presidente e l’inizio della prossima legislatura assegnerà, a meno di una vittoria dell’opposizione, nuovi ed estesi poteri ad Erdogan. Le elezioni, inizialmente programmate per novembre 2019, sono state anticipate e si svolgeranno sotto lo stato di emergenza in vigore dal presunto colpo di stato del 2016.

Elezioni Parlamentari

Le riforme dello scorso anno riguardano tanto il potere esecutivo quanto quello legislativo: il numero dei seggi è aumentato da 550 a 600, l’età dei parlamentari è stata portata da 18 a 25 anni e il rinnovamento del Parlamento dovrebbe avvenire ogni 5 anni invece che 4 e coincidere con l’elezione del Presidente. Inoltre a marzo è stata varata una legge che per la prima volta ha permesso la formazione di coalizioni elettorali con lo scopo di permettere anche ai partiti minori di raggiungere la soglia del 10% necessaria ad aggiudicarsi i seggi. Precedentemente, infatti, i voti dei piccoli partiti che non conquistavano la percentuale richiesta per essere eletti venivano divisi proporzionalmente tra i gruppi vincitori.

La legge è stata voluta dall’AKP per il timore che il partito nazionalista MHP, con cui è attualmente in una coalizione di governo, non riuscisse a raggiungere il 10%. Tuttavia le nuove misure hanno anche avuto l’effetto collaterale di permettere all’opposizione, spaccata da anni, di fondersi in un’unica, composita alleanza. Dunque, a competere per i seggi saranno principalmente:

  • Alleanza del Popolo, composta dall’AKP e dal partito nazionalista MHP
  • Alleanza Nazionale, che comprende lo storico partito secolare CHP, il piccolo partito di estrema destra IVY, il Partito Democratico e il Partito islamista Saadet
  • Il partito pro-curdo HDP, che nelle elezioni del 2015 era riuscito a posizionarsi bene grazie ai voti della costituente giovane e liberale, correrà da solo.

Alleanze in corsa per le parlamentari

Elezioni Presidenziali

Per le presidenziali sono in corsa 6 candidati e nel caso in cui il 24 nessuno di loro raggiunga il 50% dei voti per l’elezione diretta, si andrà al ballottaggio l’8 luglio. La riforma costituzionale eliminerebbe la figura del primo ministro e introdurrebbe quella del vice presidente, oltre a garantire all’esecutivo il potere di compilare il budget annuale, dichiarare lo stato d’emergenza ed emettere decreti presidenziali durante lo stesso. In pratica l’esecutivo sarebbe libero da qualsiasi forma di controllo da parte degli organi legislativi.

I candidati più quotati dai sondaggi sono:

  • Recep Tayyip Erdogan: Attuale Presidente della Turchia, è stato primo ministro per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014.
  • Muharrem Ince: Candidato del CHP – fortemente critico di Erdogan, ha basato la campagna elettorale sull’impegno ad emendare nuovamente la costituzione per ritornare ad un sistema parlamentare e ha sponsorizzato la costituzione di un sistema scolastico secolare e democratico.
  • Meral Aksener: Candidata del neonato partito di destra IVY. Costretta ad abbandonare il partito nazionalista MHP, per aver sfidato la leadership di Devlet Bahceli ed espresso disappunto per l’alleanza con Erdogan. Tra i propositi della campagna elettorale ci sono quelli di ristabilire un sistema parlamentare e terminare lo stato di emergenza.
  • Selahattin Demirtas: Candidato del partito curdo HDP, è attualmente in carcere per aver sostenuto pubblicamente combattenti curdi ritenuti fuorilegge, nonostante il candidato si sia dichiarato non colpevole. Demirtas appoggia il ritorno ad un sistema parlamentare.

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Possibili scenari: il rischio di una crisi di governo

Data la convergenza di elezioni presidenziali e parlamentari, gli scenari che si prospettano sono molteplici:

  • SCENARIO 1: Erdogan guadagna la Presidenza ed è appoggiato dalla maggioranza in Parlamento
  • SCENARIO 2: Uno dei candidati dell’opposizione viene eletto Presidente ed è spalleggiato da una coalizione di governo alleata
  • SCENARIO 3: Erdogan viene eletto Presidente ma la maggioranza al Parlamento è detenuta dall’opposizione o viceversa.

Lo scenario 3 è il più problematico dal momento che si incorrerebbe nell’impasse politica. In quel caso Erdogan ha reso noto che convocherebbe nuove elezioni parlamentari, anche se ciò comporterebbe il parallelo annullamento dei risultati delle presidenziali. Nell’eventualità che vedrebbe protagonista l’opposizione è possibile che il Presidente eletto cerchi di cambiare la riforma costituzionale, indica nuove elezioni o rimanga fedele agli emendamenti seguendo però una linea più moderata. Inoltre c’è sempre la possibilità che in luogo di un ballottaggio, l’elettorato si esprima per il candidato che beneficerebbe del supporto parlamentare in modo da prevenire lo stallo al governo.

Prospettive economiche: salvare la lira turca

E’ ironico che a causare lo scivolone di Erdogan al ballottaggio potrebbe essere proprio la situazione economica che aveva costituito il cuore della propaganda populista dell’AKP nello scorso decennio. All’indomani della crisi economica del 2009, infatti, l’economia del Paese aveva conosciuto una rapida crescita (+7,4% nel 2017), sostenuta dalla disponibilità di capitali a basso interesse provenienti dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Gran Bretagna. Ciò ha creato un forte dipendenza dall’estero e ha reso l’economia turca particolarmente sensibile alla ripresa economica globale e in particolare all’aumento dei tassi di interesse negli USA.  L’inversione del trend ha catalizzato l’aumento del debito privato e del deficit pubblico.

Secondo molti analisti uno dei motivi per cui Erdogan avrebbe anticipato le elezioni sarebbe stato quello di scongiurare una perdita di consensi legata al tracollo finanziario che, tuttavia, si è materializzato in piena campagna elettorale, non senza imbarazzo dell’attuale Presidente. Lo scorso mese, infatti, il valore della lira turca ha toccato i minimi storici (-5% in una giornata) costringendo la Banca Centrale ad alzare il tasso d’interesse, solo pochi giorni dopo le dichiarazioni del leader dell’AKP che aveva definito il tasso d’interesse “madre e padre di tutti i mali”, in difesa di una maggiore centralizzazione della gestione economica del Paese e di una politica monetaria espansiva basata su tassi di interesse bassi.

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La svalutazione della moneta nazionale colpirebbe proprio quelle imprese che avevano trainato la crescita economica del Paese rendendo difficile restituire i debiti contratti in valuta straniera. Inoltre l’aumento dell’inflazione (12%) ha spinto i risparmiatori e le industrie a correre ai ripari e convertire la lira. Ciò di cui il Paese avrebbe bisogno sarebbe un aumento negli investimenti dall’estero che possa rimpolpare la quota di valuta straniera ma il clima di incertezza che circonda le elezioni e la presa di posizione di Erdogan non stanno favorendo i mercati.

Le incognite in politica estera

I risultati delle elezioni influenzeranno anche la rotta del Paese in politica estera e il futuro delle alleanze della Turchia in un contesto globale in continuo mutamento. In particolare  una vittoria dell’opposizione potrebbe condurre ad una svolta positiva nei rapporti con l’Europa, resi tesi tra le altre cose dai ripetuti attacchi verbali di Erdogan a Francia, Olanda, Germania e di recente all’Austria, accusata di voler dare inizio ad una guerra religiosa per aver chiuso delle moschee ed espulso degli imam di nazionalità turca. In secondo luogo, rimane da vedere come verrebbe gestita la situazione in Siria sia a livello militare con le ultime operazioni nel nord del Paese contro la componente curda, sia a livello diplomatico per la concomitanza dei processi di Astana e Ginevra. Infine con gli Stati Uniti rimane aperta la questione della consegna anticipata dei missili russi S- 400 alla Turchia, il suo ruolo nei confronti della NATO  e una serie di controversie quali la detenzione del pastore statunitense Andrew Brunson e la richiesta di estradizione di Fetullah Gul.

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Una vittoria sicura?

I sondaggi, per quanto attendibili data la repressione della libertà di espressione in Turchia, vedrebbero le due principali coalizioni fronteggiarsi in un tete-a-tete stretto per la maggioranza parlamentare. Invece  Erdogan sarebbe il favorito nella corsa alla presidenza ma votato al ballottaggio. Questo sempre nell’ipotesi, per nulla scontata, per cui le elezioni si svolgeranno in modo giusto e trasparente.

FONTI E APPROFONDIMENTI:

https://www.aljazeera.com/indepth/interactive/2018/06/turkey-elections-june-24-polls-180611104841735.html

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-08/turchia-voto-potra-l-opposizione-battere-partito-erdogan-100406.shtml?uuid=AEu4Rk2E&refresh_ce=1

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-26/il-populismo-erdogan-si-infrange-sull-economia-lira-picco-170746.shtml?uuid=AEl7vMvE

https://www.independent.co.uk/voices/turkey-erdogan-currency-elections-interest-rate-economy-a8392096.html

https://www.theguardian.com/world/2018/may/02/turkish-opposition-parties-unite-against-erdogan-elections

https://carnegieeurope.eu/2018/06/05/three-scenarios-for-turkey-s-elections-pub-76507

https://worldview.stratfor.com/article/whats-really-stake-turkish-elections

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