L’aborto negli USA oggi

di Gianluca Petrosillo

La questione dell’aborto negli USA è recentemente tornata alla ribalta. Diversi Stati del sud hanno infatti recentemente approvato leggi molto restrittive sul tema. Questo attacco coordinato dei conservatori alla storica sentenza pro-aborto del 1973 Roe v. Wade potrebbe causare un grosso passo indietro, in un Paese che ha una storia già molto travagliata su questo tema.

Una storia lunga come quella degli Stati Uniti

L’aborto negli USA, fino agli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, era permesso con alcune restrizioni riguardanti l’età del feto. La pratica avveniva soprattutto tramite l’utilizzo di medicinali abortivi, che, però, erano molto pericolosi, e non di rado causarono la morte delle persone che li assumevano. Fu solo nei primi anni del ‘900, in seguito a una crociata dei medici ordinari, che l’aborto divenne a tutti gli effetti un crimine punito con il carcere in ogni Stato federale.

L’abolizione dell’aborto ebbe però conseguenze disastrose. I primi decenni del XX secolo, infatti, furono segnati da un’elevata mortalità causata dalle complicazioni legate alle interruzioni di gravidanza. Secondo i dati dell’epoca, i decessi collegati agli aborti illegali furono l’11 per cento di tutte le morti causate dal parto.

La svolta si ebbe quando i medici, viste le gravi conseguenze che gli aborti illegali avevano sulle pazienti, si unirono con il movimento femminista per chiedere nuove leggi. Dagli anni ’50 infatti aveva incominciato a distinguersi nel dibattito pubblico una nuova generazione di femministe che, convinte che lo Stato non potesse esercitare il proprio controllo sul corpo delle donne, nel ventennio successivo sarebbe riuscita a promuovere importanti e sostanziali cambiamenti nella visione del ruolo della donna nella società americana del secondo dopoguerra.

Il movimento ottenne risultati storici come le sentenze della Corte Suprema Griswold v. Connecticut del 1963, con la quale si legalizzò l’utilizzo della pillola anticoncezionale per le donne sposate, e Eisenstadt v. Baird del 1972, che estese questo diritto anche alle nubili. Successivamente, fra gli anni ’60 e ’70 molti Stati federali avevano già incominciato a introdurre delle norme pro-aborto. In quattro di essi l’aborto era legale entro sei mesi dal concepimento già nel 1971, e in altri tredici lo era solo in alcuni casi (incesto, stupro, pericolo per la vita del feto o per quella della madre).

Il ruolo della Corte Suprema

Il momento decisivo fu la sentenza del 1973 Roe v. Wade. Questa stabilì che nessuno Stato americano avrebbe mai potuto proibire l’aborto entro il primo trimestre dal concepimento, soltanto in alcuni casi entro il secondo, ma mai laddove fosse esistito un pericolo per la vita del feto o per quella della gestante. Agli Stati fu lasciata libertà di legiferare sull’ultimo trimestre.

Le statistiche dimostrano che, mentre il numero di aborti effettuati in condizioni di sicurezza crebbe subito dopo la decisione della Corte, il tasso di mortalità ebbe un drastico crollo. Non solo: questa sentenza fu fondamentale anche perché codificò l’idea, promossa dal movimento femminista pro-aborto, che una donna è prima di tutto una persona, che appartiene soltanto a se stessa e che nessuno ha il diritto di impedirle di disporre del suo corpo secondo la propria volontà, neanche lo Stato.

A cambiare le cose fu un’altra importante sentenza della Corte Suprema: Planned Parenthood v. Casey (1992). Fu con questa che la Corte abrogò il principio del primo trimestre in favore di quello basato sulla viability – secondo cui l’aborto è permesso non più soltanto nel primo trimestre di gestazione, bensì fino al momento in cui il feto non è in grado di sopravvivere fuori dell’utero materno. Questo corrisponde a un periodo di circa 24 settimane dopo il concepimento. Inoltre, introdusse il concetto del “peso ingiustificato” (undue burden), per cui la legislazione statale non può né vietare l’aborto entro i limiti stabiliti da Roe, né ostacolare una donna che desideri ricorrervi.

Il diritto da tutelare meglio

Oggi, almeno sulla carta, la legge tutela la donna che voglia abortire con gli stessi diritti sanciti nel 1973 e 1992, ma nella realtà le cose sono diverse. Fin dagli anni ’70 gli Stati più reazionari iniziarono a cercare metodi per aggirare la decisione della Corte, inserendo ad esempio lunghi tempi di attesa, rendendo più difficile l’accesso ai farmaci, o con espedienti come l’Hyde Amendment, che esclude i costi dell’interruzione di gravidanza dalle spese coperte dal medicaid (assicurazione sanitaria per le fasce più povere della popolazione).

Una svolta importante è avvenuta nel 2019, quando alcuni Stati sono riusciti, anche grazie alla spinta conservatrice dell’amministrazione Trump, a far approvare una serie di nuove leggi piuttosto restrittive. Si pensi alla legge dello scorso 15 maggio in Alabama, che vieta l’aborto in tutti casi, senza eccezioni, e prevede pene fino a 99 anni di carcere per i medici che lo pratichino. Altri Stati hanno approvato leggi che, se entrassero in vigore, permetterebbero l’interruzione di gravidanza solo fino a quando non sia percepibile il battito cardiaco, ovvero a circa 6 settimane dal concepimento.

Quello che sta avvenendo è quindi un attacco coordinato al framework legislativo di Roe v. Wade. Ai conservatori non interessa che queste proposte entrino in vigore, ma che, portate sui tavoli della Corte Suprema (che, fra i suoi compiti, ha anche quello di verificare la costituzionalità delle norme), questa accetti la visione secondo la quale un feto sia già viable quando se ne può percepire il battito cardiaco. Questo avrebbe quindi l’effetto di ridurre di molto la finestra temporale entro cui sarebbe legale abortire.

L’effetto sarebbe una violenta spinta indietro per i diritti femminili, verso l’incertezza e i pericoli dell’America pre-Roe. L’aborto legale, tutelato della legge dello Stato, è una garanzia per tutte le donne, e non solo per quelle che, rimanendo incinte, vogliano ricorrervi. Il diritto all’aborto si traduce nella possibilità di non dovere subire le conseguenze di una gravidanza indesiderata causata, ad esempio, dal malfunzionamento dei contraccettivi, significa che una donna vittima di stupro non è costretta a partorire il figlio generato in un rapporto non consensuale, e permette alle giovani donne di avere una attiva e libera vita sessuale, esattamente come possono fare gli uomini.

Un futuro incerto

La battaglia, adesso, si combatterà durante le primarie democratiche e le elezioni presidenziali, vista l’importanza che il tema ha assunto nel dibattito politico. Ciononostante, non è da sottovalutare il ruolo che potrebbe rivestire la Corte Suprema.

Da un lato, infatti, gli Stati democratici stanno lavorando per espandere le tutele legate al diritto all’aborto. Molti candidati democratici dichiarano di voler proteggere e ampliare Roe, e personalità della sinistra americana come Ocasio-Cortez, Sanders e Warren sono attualmente fra i firmatari di una mozione contro l’Hyde amendment. Dall’altro, la recente nomina di Trump di due giudici nella Corte ha, per la prima volta da Roe v. Wade, consegnato la maggioranza nell’organo allo schieramento conservatore. Questo darebbe alla Corte il potere di ribaltare la sentenza, ma è probabile che non si tornerà del tutto indietro.

L’ipotesi più plausibile è che l’aborto non venga reso illegale in tutto il Paese, né che venga escluso dai diritti tutelati dalla costituzione, ma che venga rivisto soltanto il principio del “peso ingiustificato” (undue burden) stabilito nel 1992, dando licenza a ogni Stato federale di renderlo più o meno accessibile in base alle proprie leggi. Anche solo questo, però, basterebbe a creare molti problemi.

Aborto e condizioni socio-economiche

Gli studi recenti sono concordi nell’affermare che il trend riguardo al numero di aborti negli USA è in diminuzione da molti anni, con un nuovo minimo storico ogni anno. Questo dato, in linea con la statistica sulle nascite nel Paese, anch’essa in calo da tempo, ha però una duplice lettura. Se infatti è vero che la media degli aborti scende, questa diminuzione è ben visibile nella maggioranza benestante degli americani, con le donne bianche che sempre più spesso scelgono di aspettare molto tempo prima di avere dei figli. Tra le fasce più povere della popolazione e le minoranze nere e latine il dato rimane invece più alto.

La questione dell’aborto è legata quindi anche ad aspetti economici. Le fasce più deboli e povere della popolazione sono da sempre più sensibili a questi temi, e se da domani l’aborto tornasse a essere ostacolato sarebbero proprio queste a esserne maggiormente colpite.

I dati sull’aborto mostrano come per la porzione più povera della popolazione sia mediamente più facile incorrere in una gravidanza indesiderata, e quanto poi sia più difficile scegliere di portarla a termine per via del costo elevato del mantenimento di un figlio. Se incrociato con la classifica annuale degli Stati americani, che riporta informazioni come il livello di infrastrutture, accesso all’istruzione, qualità dell’assistenza sanitaria, poi, questo dato mette in luce che gli Stati che stanno promuovendo le limitazioni sull’aborto più stringenti sono gli stessi in cui ci sono meno opportunità di mobilità sociale e in cui la questione di genere è maggiormente radicata.

In conclusione, queste statistiche sono importanti perché ci permettono di immaginare come sarebbero gli USA senza la tutela statale sull’aborto: non necessariamente più pericolosi, ma sicuramente più impari.

 

Fonti e approfondimenti

Carlsen A., Ngu A. e Simon S., “What It Takes to Get an Abortion in the Most Restrictive U.S. State”, The New York Times, 20/07/2018.

Kliff S., “CHARTS: How Roe v. Wade changed abortion rights”, Washington Post, 22/01/2013.

Marty R., “Alabama’s Abortion Law Won’t Change Anything — But Only Because the Reality Was Already Bad”, Time, 16/05/2019.

North A., “While some states try to ban abortion, these states are expanding access”, Vox, 20/01/2019.

Pollitt K., “Abortion in American History”, The Atlantic, maggio 1997.

Pollitt K., “How the Right to Legal Abortion Changed the Arc of all Women’s Lives”, The New Yorker, 24/05/2019.

“How a Supreme Court Shaped by Trump Could Restrict Access to Abortion”, The New York Times, 14/08/2018.

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