Il Burkina Faso prima e dopo il colpo di stato: intervista a Marco Bello

interviste
@Tookapic - Canva/Pexel - CC-0

Lo scorso 30 settembre, in Burkina Faso, si è verificato il secondo colpo di stato in otto mesi. I militari hanno preso il potere accusando Paul-Henri Sandaogo Damiba, che a sua volta aveva deposto il governo civile di Roc Marc Christian Kaboré, di non essere in grado di affrontare l’insicurezza, causata dal diffondersi dei movimenti jihadisti nel Paese. Abbiamo chiesto a Marco Bello di aiutarci ad approfondire il contesto burkinabè, guardando all’evoluzione storica e sociale degli ultimi anni e all’appartenenza a una regione strategica, il Sahel, dove l’intreccio tra povertà, risorse, jihadismo e interessi degli attori stranieri è sempre più evidente.  

Marco Bello è giornalista professionista e fotoreporter, ha lavorato e vissuto a lungo ad Haiti, in Burundi e Burkina Faso. Ha vinto il premio giornalistico Lorenzo Natali della Commissione europea su democrazia e diritti umani con un servizio su Haiti. È redattore del mensile “Missioni Consolata”. Con Enrico Casale, ha scritto Burkina Faso. Lotte, rivolte e resistenza del popolo degli uomini integri (Infinito Edizioni, 2016). 

Prima di arrivare all’attualità, ti chiedo di tracciare la storia del Burkina Faso dalla caduta del regime di Blaise Compaoré nel 2014 al colpo di stato di gennaio. 

Partiamo dall’insurrezione che c’è stata a fine ottobre 2014, perché Compaoré stava tentando di cambiare la Costituzione per farsi rieleggere. Non solo l’insurrezione è stata organizzata dalla società civile, ma ha visto un coinvolgimento di tutta la società, culminato in due manifestazioni molto partecipate il 28 ottobre 2014 e nell’assalto al Parlamento due giorni dopo. Compaoré a quel punto ha rassegnato le dimissioni. 

Molti dicono ancora che è stata la rivoluzione, come all’inizio pensavo anch’io, ma purtroppo si sono fermati lì. È stata un’insurrezione popolare che ha cambiato in quel momento il regime ma non una vera rivoluzione perché il sistema è rimasto lo stesso. Molti degli uomini che avevano lavorato con Compaoré poi si sono trovati al potere, vincendo le elezioni con un nuovo partito, nato pochi mesi prima. Allora, i militari, che erano l’unica forza organizzata che restava, hanno preso il potere e con la mediazione della CEDEAO hanno stabilito degli organi di transizione con un presidente civile. Però, sul finire della transizione, il 16 settembre 2015, con Gilbert Diendéré, uno dei generali più vicini a Compaoré, c’è stato un tentativo di ritorno del regime. Il colpo di stato è stato sventato grazie all’insurrezione popolare, ma è stato ancora più determinante l’intervento dell’esercito repubblicano, cioè l’esercito normale e non i corpi speciali del reggimento di sicurezza presidenziale che avevano organizzato il colpo di stato. 

Finita la transizione, a novembre, ci sono state le prime elezioni. Ha vinto Kaboré che era stato l’uomo di Compaoré: suo ministro, presidente del partito e dell’Assemblea nazionale. Insomma, è lo stesso sistema con qualche cambiamento ed è per questo che nessuno in Burkina parla più di rivoluzione. La rivoluzione burkinabè rimane quella dell’83 di Thomas Sankara e compagni. Appena Kaboré viene eletto, a gennaio 2016, c’è un attentato molto importante dei jihadisti a Ouagadougou. Qualcosa era cambiato: fino a quel momento, se vogliamo leggere il Burkina nel contesto regionale, era stato preservato da attacchi jihadisti, mentre il Mali, dove, a parte Boko Haram, è iniziata la crescita dei jihadisti nell’Africa dell’Ovest, ne aveva già vissuti. 

Appena cambia regime, anche in Burkina iniziano attacchi sporadici, che poi si diffondono nel resto del Paese, finché a dicembre 2016 viene alla luce un gruppo jihadista burkinabè, che nasce da un gruppo maliano. La situazione è andata in peggiorando, prima nel Nord e Nord-Ovest e poi a Est e in altre zone, fin quasi ad accerchiare la capitale. 

E giungiamo alla situazione di oggi. Alla vigilia del colpo di stato del 24 gennaio, questi gruppi jihadisti controllano ampi sprazzi del territorio dove i militari non riescono ad andare. I jihadisti attaccano scuole, ospedali, uccidono insegnanti, sindaci e quindi la gente scappa. È la popolazione che subisce e patisce di più questa mancanza di sicurezza e dello Stato. Anche i militari, male armati, vengono attaccati e spesso uccisi. Inoltre, c’erano già rifugiati maliani; adesso, nei campi di sfollati e nelle città, ci sono anche gli sfollati dal Nord del Burkina e poi da altre zone. C’è una crisi di sicurezza generalizzata che porta a tante altre crisi: sanitaria, perché non funzionano più i dispensari; educativa, perché 4.000 scuole sono chiuse; alimentare, perché la terra è abbandonata. 

Il governo di Kaboré viene rieletto nel 2020. Inizia il secondo mandato e un anno dopo assistiamo al colpo di stato di Damiba e del suo gruppo. Al contrario di quanto  successo con Diendéré, questo colpo di Stato viene festeggiato dalla popolazione. C’è malcontento generalizzato, dovuto a tutte queste crisi, e si ritiene che il governo democratico non sappia fare niente sul piano della sicurezza. Da quando è stato eletto Kaboré, si sono intensificati gli attacchi e la situazione sociale è peggiorata, per cui le persone hanno riposto la fiducia di un cambiamento nei militari

Però, già alcuni mesi dopo si capiva che non avrebbero fatto niente. A marzo/aprile la gente era già delusa e i jihadisti continuavano a prendere territori. La gente non ne può più. Quella delle campagne perché ci sono disparità, non può coltivare e non ci sono scuole; quella delle città perché ci sono caos e sovraffollamento. 

I primi attacchi jihadisti iniziano con la caduta di Compaoré: c’è un legame tra questi due fatti? 

C’è chi dice di sì, nel senso che Compaoré e il suo gruppo dirigente avevano contatti con gruppi jihadisti del Mali, tant’è che a volte Compaoré aveva mandato dei suoi per mediare la liberazione di ostaggi. C’è anche chi dice, ma si tratta solo di supposizioni, che quando è saltato il regime di Compaoré sono saltati accordi per non intervenire sul territorio burkinabè, il che ha portato a un attacco in grande stile a Ouagadougou e l’inizio delle varie dinamiche dei piccoli gruppi. Questo secondo me è possibile, anche se non è provato. 

Ci sono cause preesistenti alla crisi maliana che hanno facilitato la diffusione dell’instabilità in Burkina? 

Sì, chiaramente. La situazione di poche risorse e soprattutto di poche prospettive per i giovani facilita il reclutamento. Il Burkina è uno dei Paesi più poveri al mondo, con un Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite tra gli ultimi tre o quattro. È semiarido e la produzione agricola è legata al clima, alle piogge. Bisogna avere degli stock di sicurezza sennò, se non piove per un anno, rischia carestia e fame. Negli ultimi dieci anni si è sviluppata l’industria dell’oro e sono nate miniere artigianali dove la gente lavora come schiava per poco, però ci sono anche imprese straniere che sfruttano i giacimenti. Tuttavia, mancano investimenti che vadano a vantaggio del Paese. 

In questa situazione di precarietà, i giovani tentano di andare da un lato verso le città, dall’altro all’estero. Altri vengono ammaliati o anche, in alcuni casi, reclutati forzatamente dai gruppi jihadisti che hanno soldi perché rapiscono, si fanno pagare, controllano traffici di droga nell’Africa dell’Ovest, traffico d’armi, traffico di migranti. Inoltre, in Mali, c’era anche l’operazione Barkhane, che interveniva anche in Burkina e Niger. I jihadisti sono stati contrastati da forze esterne, che però non hanno riportato vittorie significative. 

Quindi, sì: la situazione si autoalimenta, la precarietà alimenta questi gruppi e non saperli combattere e non proporre alternative ai giovani è un po’ l’origine del problema

Arriviamo al 30 settembre, quando prende il potere Ibrahim Traoré. La popolazione ha sventolato bandiere russe, gridato slogan antifrancesi e attaccato l’ambasciata. La Francia è stata accusata di nascondere Damiba, e la nuova giunta ha detto che avrebbe cercato altri alleati contro il jihadismo. Cosa possiamo aspettarci dal Paese nel contesto del Sahel, considerando che recentemente in Mali la Francia si è ritirata e sono arrivati i mercenari Wagner

Damiba, che aveva detto che sarebbe intervenuto anche sul terreno per combattere l’insicurezza e i jihadisti, non ha fatto nulla. Sembra che ci sia stato malcontento dei militari, storicamente succede in Burkina. Alcuni militari di terreno, che erano nelle caserme e non ricevevano premi, mentre altri settori ne avevano ricevuti di grossi, si sono rivoltati. Un capitano di 34 anni, Traoré, conosciuto per aver fatto operazioni abbastanza buone, si è messo alla testa dei rivoltosi dopo che Damiba avrebbe rifiutato di riceverlo a colloquio. Ora è diventato quello che i francesi chiamano l’uomo forte del Burkina

La popolazione ha tirato fuori le bandiere russe, ma in Paesi africani che hanno avuto una grossa influenza coloniale e postcoloniale francese ci si schiera periodicamente contro la Francia. Nel momento della negoziazione, dopo il colpo di stato, quando Damiba c’era ancora, ma non si sapeva dov’era, pare che Traoré abbia detto: «È andato dai francesi, in una caserma dell’esercito francese». I francesi hanno negato. Nel frattempo, però la gente ha attaccato il centro culturale francese di Bobo-Dioulasso e l’ambasciata a Ouagadougou. Perché la cosa viene subito attizzata, come una scintilla, quando c’è qualcosa di antifrancese. In realtà, Damiba era in Togo. 

Poi c’è stata questa negoziazione e Damiba è stato escluso dai giochi di potere, sennò il rischio era un confronto a fuoco tra le due fazioni dell’esercito. Traoré probabilmente ha sostenuto che potessero avere altri partner, per poi smentire successivamente che stesse parlando della Russia. Di fatto, però è un vento che sta tirando nell’area, quindi effettivamente è possibile. Tant’è che Prigozhin, fondatore del gruppo Wagner, ha detto che sono interessati al Burkina e che sostiene Traoré. 

Sicuramente il sentimento antifrancese c’è, ma non è detto che questo porterà a un ingresso del gruppo Wagner in Burkina. Tra l’altro, c’è già un accordo militare con la Russia e l’ha fatto Damiba, è un processo che già con il primo colpo di stato era in corso. 

La Russia, secondo te, offre qualcosa di meglio della Francia? Considerando anche le ripercussioni umanitarie e i massacri attribuiti ai mercenari Wagner. 

Più che altro la Russia non si espone con un esercito regolare, ma con gruppi privati, anche se vicini al Cremlino. Si permettono di fare cose che i militari regolari francesi non fanno e quindi dal punto di vista militare ottengono risultati. L’abbiamo visto in RCA, Mali. Possono essere più capaci di fare il lavoro sporco. Però, ad esempio in Mali, ci sono stati anche massacri, realizzati dai mercenari e dall’esercito maliano e denunciati da Human Rights Watch e Radio France Internationale che per questo sono state cacciate dal Paese. 

Da un punto di vista finanziario, economico, è vero che questi Paesi devono essere più autonomi dalla Francia, però legarsi alla Russia può essere un problema. 

Se guardiamo più in generale, adesso ci sono tanti attori internazionali. Fino a vent’anni fa più o meno, i Paesi erano molto legati all’ex madrepatria. Adesso ci sono Cina, Russia, Turchia, India. Non hanno alcun interesse per i diritti umani. Piuttosto a loro interessano risorse e infrastrutture che fanno realizzare alle loro aziende. Per la popolazione, non sempre i governi fanno le scelte migliori. Ovviamente sono contro il colonialismo, ma bisogna anche fare attenzione a con chi e come fai affari. 

Né il governo civile di Kaboré né quello militare di Damiba sono riusciti ad affrontare la situazione di insicurezza. Potrebbe cambiare qualcosa con la nuova giunta? 

No, non penso, perché anche questi non hanno idea di cosa sia governare un Paese con tutte le sue complessità. Non solo la sicurezza, anche se la sicurezza è fondamentale, perché è una situazione molto più complessa. 

Adesso, secondo gli accordi con la CEDEAO, dovrebbero garantire una transizione. Bisogna vedere cosa succede nei prossimi giorni. La popolazione sa che è possibile che succeda qualcosa, perché magari cambiano alcuni leader e ci sono delle faide: la situazione si deve ancora stabilizzare. Però, è chiaro che anche questo gruppo non ha esperienza e competenze per gestire un Paese in difficoltà come quello. Già prima era fragile con la struttura civile. I militari sembrano forti, ma in realtà non lo sono, quindi sono delle soluzioni molto parziali perché magari possono ottenere qualche successo sul terreno nella lotta all’integralismo islamico, ma poi non riescono a gestire altre situazioni. Secondo me, dovrebbe esserci al più presto una transizione

Il Burkina prevedeva di tenere le elezioni nel 2025. 

Bisogna organizzare delle elezioni, farle. Poi ci sono sempre i vecchi del regime e Compaoré, che era stato trattato anche troppo bene da Damiba. Compaoré, condannato all’ergastolo, è stato invitato da Damiba in Burkina e addirittura all’incontro degli ex capi di Stato. Si è trattato di un comportamento assurdo, penso che alla gente non sia piaciuto molto. Compaoré ha ancora i suoi ed è ancora forte, quindi, in realtà, può anche non tornare lui, ma il suo settore può ritornare in qualche modo. 

Adesso non riuscirei a fare una proiezione. Vediamo se questi militari riescono a individuare delle date per nominare un presidente di transizione, perché la Costituzione è sospesa, non c’è l’Assemblea nazionale, mentre devono esserci degli organi di transizione, un governo e magari un Consiglio, un’Assemblea. 

Un’ultima riflessione: in soli due anni, ci sono stati colpi di stato in Mali, Ciad, Guinea e Burkina Faso. Come vedi questa situazione a livello regionale?

La cosa preoccupante è che sembra esserci un regresso delle democrazie, perché, a partire dagli anni Novanta, avevamo visto queste democrazie instaurarsi, adottare il multipartitismo e cercare di camminare, chi più, chi meno. Alcuni diritti venivano garantiti, libertà di stampa, espressione. Adesso mi sembra che in Africa, in particolare nel Sahel, tutto stia tornando indietro, nel senso che molti Paesi hanno visto colpi di stato o sono guidati da regimi autoritari, eccetto alcuni Paesi, dove c’è un discorso un po’ più democratico. 

C’è un regresso della democrazia, in parte amplificato dalla crisi economica, legata alla crisi climatica, perché questi Paesi risentono più di altri della mancanza di piogge oppure, in alcuni casi, ci sono alluvioni e, come in Niger, inondazioni. Risentono, anche se meno del Corno d’Africa, della guerra in Ucraina che impedisce l’arrivo di cereali. Tutto concorre alla crisi e le crisi aumentano la possibilità che regimi autoritari prendano il potere. Però autoritari non vuol dire necessariamente più forti. 

In sintesi, vediamo un regresso delle democrazie e non vediamo una soluzione. Quello che mi diceva Antoine Raogo Sawadogo, sociologo, ex ministro del Burkina, è che la gente adesso non ne può più, non ha importanza che ci sia democrazia o meno, vogliono sicurezza, sicurezza alimentare, educativa, sanitaria. Quindi semplicemente, prima si lottava per le democrazie, adesso queste sono meno impellenti e si lotta per un livello più basso, più urgente. La popolazione ha esultato quando Damiba è andato al potere perché sperava di ottenere ciò, però non è detto che i regimi militari lo garantiscano. Alla fine bisogna vedere quali sono le priorità della popolazione.

 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

Be the first to comment on "Il Burkina Faso prima e dopo il colpo di stato: intervista a Marco Bello"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: