Burkina Faso: dall’Alto Volta alla “terra degli uomini integri”

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di Stefano Avalle

Il Burkina Faso è sempre stato tra i Paesi più poveri del mondo. Secondo un articolo del Business Insider si colloca al sedicesimo posto su ventotto Paesi africani con il rapporto PIL/anno più basso. La sua storia è stata solcata dalla colonizzazione francese, da carestie, da colpi di stato militare, ma soprattutto da un’enorme rivoluzione identitaria, economica e sociale, grazie a un personaggio noto in tutto il continente africano per le sue ideologie radicali di sinistra: il capitano Thomas Sankara. 

Il protettorato francese  

Fino alla seconda metà del ‘900 ci si riferiva a questa area geografica come Alto Volta. Il nome fu scelto dal Volta Nero, Volta Rosso e Volta Bianco, i tre fiumi che nascono all’interno del Paese per poi congiungersi nel Volta, in Ghana. Originariamente l’intera zona dell’Africa occidentale era divisa in diversi regni tribali, tra cui l’impero Mossi nell’Alto Volta, formato da guerrieri di origine ghanese migrati nell’area centrale del Paese durante l’XI secolo. Oggi come all’epoca, oltre ai due principali gruppi etnici, i mossi e i fula, vivono anche lobe, gourounsi, yarse, samo, dogon, e mande.

 

Nella seconda metà dell’Ottocento, questa regione priva di sbocchi sul mare attirò l’attenzione di Germania, Gran Bretagna e Francia. Soltanto i francesi riuscirono a stabilire il proprio controllo sui diversi regnanti mossi (nabas), ottenendo, nel 1897, la firma del primo protettorato in terra mossi. Ciò costituì il preludio al totale assoggettamento francese dell’area voltaica.

Nel 1904, la Francia unificò la regione dell’Alto Volta in un’unica e vasta colonia chiamata Alto-Senegal-Niger. In tal modo, i francesi pretesero maggiori tasse dalla vendita di gomma e cotone, ma soprattutto ostacolarono il commercio britannico al confine con la Costa d’oro imponendo dei dazi commerciali. In concomitanza con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la maxi-colonia si disgregò e il 20 maggio 1919 nacque la colonia dell’Alto Volta con amministrazione a Ouagadougou, la storica capitale mossi. 

Inizialmente il programma di colonizzazione si basò sulla coltivazione forzata del cotone che però si rivelò presto un fiasco. La popolazione voltaica emigrò soprattutto in Mali, Niger, Costa d’Avorio e Sudan: un esodo di massa per riuscire a pagare le tasse imposte dal protettorato francese. I voltaici emigrati costituirono la principale manovalanza del vicinato in diversi settori tra cui la coltivazione del cacao e del cotone, l’estrazione mineraria e la costruzione di strade e reti ferroviarie. In una decina d’anni, la grande fuga di forza lavoro portò a una crisi economica e una carestia. Mentre le condizioni  di lavoro si fecero sempre più dure, nel 1932, la colonia dell’Alto Volta venne ripartita tra Costa d’Avorio, Niger e Sudan.

L’indipendenza e i primi partiti politici 

La fine della II Guerra Mondiale portò al termine dell’occupazione nazista in Francia e la Quarta Repubblica sentì il dovere di ricompensare i tirailleurs, le truppe di fanteria provenienti dalle colonie e dai territori d’oltremare che aiutarono la Francia durante la guerra. Il governo francese decise quindi, con la conferenza di Brazzaville del 1944, che le popolazioni dovessero prendere parte agli affari coloniali eleggendo delle proprie rappresentanze politiche in un’Assemblea Costituente dell’Africa occidentale francese (AOF). La regione ancora divisa dell’Alto Volta si presentò con il partito politico anticoloniale e federalista Rassemblement Démocratique Africain (RDA) fondato in Mali nel 1946 e riuscì a ottenere 3 seggi su 61 nell’Assemblea Costituente nello stesso anno. 

Dagli anni ‘40 fino al 1960 la situazione partitica voltaica si componeva principalmente del RDA e dei nazionalisti dell’Union Voltaïque (UV) creato dai capi mossi filofrancesi. Infatti, cinque anni dopo dell’indipendenza dell’Alto Volta – ottenuta il 5 agosto 1960 – il leader mossi del RDA, Maurice Yameogo, fu eletto primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta con il 99,97% dei voti. 

Cinque colpi di stato in vent’anni 

Politica economica di austerità, accentramento del potere politico del RDA, riduzione delle indennità familiari, diminuzione dei salari del 20%, divieto di riunioni sindacali e di sciopero furono tutti fattori che portarono al potere con un putsch il capo di stato maggiore di etnia samo, Sangoule Lamizana, nel 1966. Costa d’Avorio e Francia giocarono un ruolo essenziale nei suoi quindici anni di governo, concedendo prestiti per lo sviluppo economico e urbano del Paese.

Nella storia voltaica è ricordato come il generale modificò per ben due volte la costituzione: nel 1970 per far coincidere la più alta carica militare (lui stesso) con la nomina del presidente; la seconda volta nel 1977, vedendo calare vertiginosamente il consenso popolare, concesse più libertà al multipartitismo dichiarando che i tre partiti che avrebbero ottenuto più voti, avrebbero governato il Paese.

Nonostante le accuse di corruzione e nepotismo, il generale vinse le elezioni indette nel 1978, ma il nuovo mandato venne interrotto nel 1980 dal colpo di stato del colonnello e primo ministro di etnia samo Saye Zerbo.  Appena ottenuto il potere, il presidente Zerbo indicò il proprio partito, il Comité Militaire pour le Redressement et le Progrès National (CMRPN), come l’unico legittimato a governare, sospendendo la costituzione del 1977. Un’altra triste dittatura militare da aggiungere alla storia voltaica. 

Il capitano di etnia mossi-fulani Thomas Sankara fu designato come nuovo segretario di Stato per l’Informazione affinché si rinnovasse l’immagine del partito, data la popolarità delle proprie ideologie socialiste e marxiste tra i giovani e gli ufficiali dell’esercito. Il divario ideologico portò allo scontro con il governo Zerbo e gli costò l’arresto e la deportazione in Mali. Nel 1982, gli ufficiali vicini a Sankara organizzarono un altro colpo di stato che portò alla presidenza il comandante-medico di etnia mossi Jean-Baptiste Ouédraogo, il quale nominò subito dopo Sankara primo ministro.

Thomas Sankara: il “Che Guevara” africano

La debole politica interna e il mancato rinnovamento delle cariche governative da parte di Ouédraogo portarono alla sua destituzione attraverso un ennesimo colpo di stato organizzato dallo stesso Sankara e i compagni d’armi, tra i quali Blaise Compaoré. Il 4 agosto 1983, il rivoluzionario pan-africanista e anti-imperialista Thomas Sankara diventò ufficialmente il nuovo presidente della Repubblica dell’Alto Volta. 

Il vasto programma del suo governo fu il più ambizioso dell’intero continente africano. Sankara si batté per migliorare le condizioni di vita della propria gente e per emancipare il Paese dagli aiuti finanziari esterni e dal debito pubblico, sfidando apertamente il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. La sua politica economica poteva essere riassumibile in tre punti principali:

  • sostituzione delle importazioni al fine di rilanciare la produzione locale e permettere uno sviluppo autosostenuto grazie a una forte presenza statale nell’economia;
  • riequilibrio del rapporto città-campagna. Se tutti gli altri stati africani stavano favorendo lo sviluppo economico delle principali città, Sankara diede priorità ai paysans. Il settore trainante doveva essere quello agricolo, in cui l’80% della popolazione trovò occupazione grazie alla nazionalizzazione delle terre, agli investimenti infrastrutturali e alla decentralizzazione amministrativa spostando letteralmente molti funzionari pubblici nelle zone rurali;
  • rigore finanziario nella forma di riduzione delle indennità dei funzionari pubblici, blocco agli avanzamenti di carriera, abbassamento dell’età pensionabile e razionalizzazione dei costi della macchina statale.

Importanti decisioni vennero prese nel campo dei diritti civili, in particolare nell’uguaglianza di genere. Sankara era convinto che per mettere in piedi una nuova società dovevano essere garantiti pari e pieni diritti alla donna burkinabé. A tal fine, il presidente vietò la pratica dell’infibulazione, regolò la poligamia attraverso un nuovo codice della famiglia, permise l’arruolamento militare femminile, incentivò la creazione di nuovi posti di lavoro e, per la prima volta in Africa, alle donne fu concesso il diritto di concorrere per le cariche ministeriali.

In occasione dell’anniversario della presa al potere, Sankara fece cambiare il nome della repubblica in Burkina Faso, letteralmente, “terra degli uomini integri”; un forte segno di speranza e rinascita per il Paese. Purtroppo, il governo del “Che” africano durò soltanto dal 1983 al 1987 poiché Sankara fu vittima di un agguato all’esterno del palazzo presidenziale. Blaise Compaoré, compagno d’armi e allora ministro della difesa, con l’ausilio dei servizi segreti ivoriani e francesi, è sospettato di essere il mandante del feroce omicidio. 

I burkinabè saranno sempre riconoscenti alla figura di Sankara e non dimenticheranno mai lo slogan che ha permesso a un paese di rialzarsi dalla fame e dallo sfruttamento utilizzando le proprie forze: “la patrie ou la mort, nous vaincrons!”.

 

Fonti e Approfondimenti

Shillington K., Encyclopedya of African History, V.1-3, Taylor & Francis Group, NY-London, pp. 180-182.

Williamson, Bryan J., “From Upper Volta to Burkina Faso: A Study of the Politics of Reaction and Reform in a   Post-Colonial African Nation-state, 1960-1987″ (2013). Graduate Theses and Dissertations, pp.12-14.

BÁCULO L, COMO O. e DE MAURO P., “Cambiamenti istituzionali e sviluppo in Africa sub-sahariana. Il caso del Burkina Faso”, Edizioni Scientifiche Italiane, Collana: Economia dello sviluppo (3), Napoli, 1998, pp. 59-61.

ANKARA T., “I discorsi e le idee”, Edizioni Sankara, Roma, 2006, pp.105-106.

Valérie Thorin,  Le général Aboubacar Sangoulé Lamizana – Le général Aboubacar Sangoulé Lamizana est décédé le 26 mai à Ouagadougou, Jeune Afrique, 06 juin 2005

 

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