Alla ricerca di gas: limiti e opportunità in Africa subsahariana 

Un rigassificatore nel mar Adriatico
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Dallo scoppio del conflitto russo-ucraino, molti Paesi europei sono alla ricerca di nuovi fornitori di energia, consapevoli di star finanziando la guerra attraverso l’acquisto di gas russo. Una ricerca incentivata anche dal rischio che le forniture all’Europa si fermino, se i pagamenti non avvengono in rubli, come stabilito da un decreto firmato a fine marzo da Putin, con l’obiettivo di contrastare le difficoltà economiche interne e la perdita di valore della moneta. Dopo lo stop delle forniture nei confronti di Polonia e Bulgaria, che si erano opposte al pagamento in rubli, i Paesi europei hanno accelerato la ricerca di soluzioni alternative. 

Sostituire i 150-190 miliardi di metri cubi di gas che la Russia garantisce annualmente all’Europa è complesso, ma la volontà di trovare alternative è concreta. Infatti, la Commissione europea quest’anno propone di tagliare dei due terzi le importazioni di gas russo e porre fine alla dipendenza entro il 2027. Gli Stati Uniti promettono un incremento delle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) all’UE, ma permangono limiti. Si guarda a Paesi mediorientali e nordafricani e cresce l’attenzione nei confronti dell’Africa subsahariana, regione ricca di gas, ma finora poco considerata per limiti infrastrutturali, difficoltà di investimento e conflitti. 

Il potenziale dell’Africa subsahariana  

Sia che la Russia chiuda i rubinetti all’Europa, sia che siano i Paesi europei a rinunciare al gas russo, si delineano opportunità per l’Africa subsahariana. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), tra il 2011 e il 2018, il 40% delle scoperte globali di gas è avvenuto in Mozambico, Tanzania, Senegal, Mauritania e Sudafrica. L’African Energy Chamber ipotizza che esse da sole possano soddisfare i due terzi della domanda mondiale per 20 anni. Esempi di queste scoperte sono il Grand Tortue Ahmeyin, bacino lungo il confine marittimo senegalese-mauritano con riserve superiori a 400 miliardi di metri cubi, ma anche i 2.400 miliardi di metri cubi del bacino Rovuma in Mozambico. 

Giacimenti che vanno a sommarsi ai 5.800 miliardi di metri cubi in Nigeria, il Paese africano più ricco di gas. Rilevanti sono anche Tanzania (1.600 miliardi di metri cubi), Angola (382 miliardi di metri cubi) e Repubblica del Congo (297 miliardi di metri cubi). Nel complesso, secondo l’AIE, l’Africa subsahariana dispone di più di 13.000 miliardi di metri cubi di gas e, dato che la produzione cresce più rapidamente della domanda locale, probabilmente diventerà, nei prossimi anni, uno dei maggiori fornitori mondiali di GNL.  

I problemi: investimenti, infrastrutture e conflitti  

Se il Nord Africa può vantare un solido mercato in Europa, costruito negli anni e supportato da investimenti infrastrutturali come i gasdotti Maghreb-Europa, Medgaz e Transmed, non si può dire lo stesso dell’Africa subsahariana, dove non sono presenti gasdotti transcontinentali e anche tra i Paesi africani i collegamenti sono pochi. Attualmente, reti transnazionali connettono, da un lato, Nigeria, Ghana, Benin e Togo e, dall’altro, Mozambico e Sudafrica. Data l’assenza di gasdotti in grado di trasportare il gas dall’Africa subsahariana in Europa, le forniture arrivano sotto forma di GNL, gas compresso a temperature molto basse e trasferito in forma liquida via nave. 

Spicca la difficoltà ad attrarre investimenti, con ripercussioni negative sullo sviluppo infrastrutturale. In Angola, ad esempio, negli ultimi anni, l’assenza di manutenzione ha causato perdite e incendi negli impianti e un calo produttivo. In Nigeria, invece, gli investimenti latitano a causa della corruzione e della mancanza, fino allo scorso anno, di una legge che regolamentasse investimenti e tassazione nei settori del gas e del petrolio (Abuja nel 2020 era l’undicesimo produttore mondiale di greggio con 1,8 milioni di barili al giorno). Durante l’amministrazione Magufuli, in Tanzania si è assistito a una riduzione degli investimenti stranieri del 43%, a causa di leggi che aumentavano le tasse nei confronti delle multinazionali e permettevano al governo di rinegoziare concessioni esplorative e produttive considerate «irragionevoli»

Infine, contribuisce anche l’insicurezza, come in Mozambico, dove le riserve più importanti si trovano nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, nel bacino offshore di Rovuma, un’area che da anni è interessata da un’insurrezione jihadista e dove l’instabilità preoccupa le compagnie internazionali. 

«Il decennio del gas»: investire nel settore 

Poste queste premesse, la situazione dell’Africa subsahariana può non sembrare particolarmente attraente. In realtà, gli Stati stessi, consapevoli della spinta mondiale a una transizione verso combustibili più puliti, stanno puntando sullo sviluppo del gas. Il conflitto russo-ucraino è stato un’ulteriore spinta in questa direzione. 

Il presidente nigeriano Buhari, ad esempio, nel 2020 aveva annunciato il «decennio del gas», un insieme di progetti che, sebbene siano stati rallentati dalla pandemia, prevedono il potenziamento delle infrastrutture per estrazione e produzione di gas e offrono opportunità di investimento alle compagnie straniere, molte delle quali (Shell, Exxon Mobil, ENI, Chevron e TotalEnergies) operano già nel Paese. Uno dei progetti più importanti è il gasdotto Ajaokuta-Kaduna-Kano, 614 chilometri da connettere al gasdotto transahariano, un progetto su cui si dibatte da tempo, ma che non è stato ancora realizzato. La recente firma di un memorandum d’intesa tra Nigeria, Niger e Algeria, però, fa ben sperare per l’avvio dei lavori. Lungo 4.125 chilometri, il gasdotto, partendo dalla Nigeria meridionale, attraverso Niger e Algeria, trasporterà annualmente 30 miliardi di metri cubi di gas in Europa. 

Già quarto esportatore di GNL nell’UE, la Nigeria potrebbe aumentare le proprie forniture. L’11 aprile, l’ambasciatrice europea ad Abuja, accompagnata dagli ambasciatori di Francia, Italia, Spagna e Portogallo, ha incontrato i dirigenti della Compagnia petrolifera nigeriana con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione energetica, riscuotendo interesse nel Paese africano. 

Anche la Tanzania ha deciso di puntare sul settore, superando le politiche nazionalistiche di Magufuli, che negli ultimi anni avevano ridotto l’interesse delle imprese straniere nei confronti del Paese. Il cambio di passo è iniziato a novembre dello scorso anno, quando la nuova presidente, Samia Suluhu Hassan, ha sviluppato dialoghi con Shell ed Equinor per riprendere la costruzione, interrotta nel 2019, di un terminal per il GNL a Lindi. D’altra parte, Suluhu Hassan al summit Unione europea-Unione africana a metà febbraio, di fronte alle crescenti tensioni nell’Est europeo, aveva messo in chiaro di voler sfruttare lo spazio apertosi, dicendo: «Che sia Africa, Europa o America, stiamo cercando nuovi mercati. E fortunatamente stiamo lavorando con compagnie europee». 

Le tensioni russo-ucraine hanno accelerato anche i piani di produzione del GNL mozambicano. Alcune compagnie straniere, che negli ultimi anni avevano interrotto o ridotto gli investimenti a causa dell’insicurezza, li hanno ripresi. TotalEnergies, ad esempio, a gennaio 2022 ha annunciato il riavvio di un progetto da 20 miliardi di dollari nel Nord del Paese. A Coral Sul, invece, ENI prevede, entro la fine dell’anno, di mettere in funzione il primo impianto galleggiante dell’Africa subsahariana, destinato a trattamento, liquefazione e stoccaggio di 3,4 milioni di tonnellate di GNL l’anno, poi commercializzate da BP. 

Le mosse dell’Italia 

In Italia, a fronte di un consumo annuo di gas che oscilla tra 75 e 80 miliardi di metri cubi, 29 miliardi arrivano dalla Russia. Sostituirli e farlo rapidamente non è impresa semplice. Si guarda ad Azerbaijan, Qatar, Algeria, Egitto, Angola, Repubblica del Congo e Mozambico. È evidente quindi che Roma punta sull’Africa, considerando sia le certezze (Nord Africa) sia i Paesi emergenti (Africa subsahariana). L’obiettivo del governo italiano è ottenere da questi Paesi 25 miliardi di metri cubi di gas in più entro l’inverno 2024-2025, per affrancarsi da Mosca. 

Il “tour africano del gas” è iniziato l’11 aprile, con la promessa algerina di fornire 9 miliardi di metri cubi l’anno dal 2024. Due giorni dopo, in mezzo alle critiche per la vicenda Regeni, ENI ha firmato in Egitto un accordo da 3,5 miliardi di metri cubi l’anno. Dopo Pasqua, la diplomazia energetica italiana si è spostata in Africa subsahariana, raggiungendo alcuni dei Paesi dove ENI ha investito di più negli anni. Con Angola e Repubblica del Congo sono già stati siglati accordi, mentre si attende la firma di quello con il Mozambico. Si tratta di aree instabili, ma su cui ENI scommette, tanto da aver siglato nel 2021 un protocollo d’intesa con la Marina militare italiana per garantire la sicurezza delle infrastrutture. 

In Angola, ENI detiene una quota del 13,6% nel consorzio Angola LNG, che gestisce l’impianto di liquefazione a Soyo, uno dei più grandi d’Africa, in grado di trattare 5,2 milioni di tonnellate di GNL l’anno. A Cuica e Cabaça Norte, invece, lo scorso anno, ha scoperto e perforato nuovi giacimenti offshore, avviando la produzione. Visti i consistenti investimenti di ENI nel Paese, non stupisce che il 20 aprile i ministri degli Esteri, Di Maio, e della Transizione Ecologica, Cingolani, oltre all’amministratore delegato di ENI, Descalzi, abbiano iniziato il viaggio in Africa subsahariana da Luanda, assicurandosi 1,5 miliardi di metri cubi di GNL l’anno, secondo le stime di Bloomberg

Seconda tappa, valsa altri 5 miliardi di metri cubi annui di GNL sempre secondo Bloomberg, è stata la Repubblica del Congo. Anche qui ENI è presente da tempo. Grazie all’Accordo di produzione condivisa del 2019, ha partecipazioni maggioritarie in alcuni dei giacimenti più importanti del Paese ed entro il 2023 prevede di avviare un impianto di liquefazione in grado di trattare fino a 2,7 miliardi di metri cubi di GNL l’anno. 

Inizialmente previsto per inizio maggio, il viaggio a Maputo del Primo ministro italiano per siglare l’accordo di fornitura è stato rinviato, ma nei prossimi mesi anche il Mozambico potrebbe unirsi ai Paesi dell’Africa subsahariana che forniscono GNL all’Italia. Nel Paese, ENI è giunta recentemente e molti dei progetti devono ancora entrare a pieno regime, ma le ingenti risorse del bacino Rovuma garantiscono futuro agli investimenti. Oltre a gestire l’impianto galleggiante di Coral, ENI prevede di avviare nel 2024, in coordinamento con TotalEnergies, il progetto Rovuma LNG per produzione, liquefazione e commercializzazione di GNL nel giacimento di Mamba. 

Dubbi e critiche 

Non mancano però dubbi e critiche. Innanzitutto, l’assenza di gasdotti fa sì che i Paesi dell’Africa subsahariana forniscano GNL e quindi i Paesi importatori, come l’Italia, di fronte a un aumento delle forniture, devono potenziare gli impianti di rigassificazione. Roma sta infatti incrementando la capacità di due impianti offshore a Rovigo e Livorno e valuta la possibilità di costruirne di nuovi, ma ciò richiede investimenti e, soprattutto, tre anni di tempo. 

Inoltre, sebbene lo sviluppo del settore del gas garantisca crescita economica e posti lavoro ai Paesi africani, ha anche conseguenze ambientali e sociali. Le pratiche di esplorazione spesso impattano negativamente sull’ambiente, causando inquinamento, mentre la popolazione è costretta a spostarsi per lasciare spazio ai progetti di esplorazione e perforazione e le compensazioni non sono adeguate o non vengono rispettate. 

Infine, è bene ricordare che molti dei Paesi africani fornitori di gas sono politicamente instabili o retti da governi parzialmente democratici, con il rischio di tensioni politico-sociali che destabilizzino la produzione. Molti di questi Paesi sono anche alleati, più o meno apertamente, della Russia e quindi sorge spontanea una domanda: «In che direzione ci porterà questa nuova dipendenza energetica?». Solo il tempo e gli sviluppi futuri potranno dare una risposta. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Abnett Kate, “EU rolls out plan to cut Russia gas dependency this year”, Reuters, 08/03/2022. 

African Energy Chamber. 2020. Africa Energy Outlook, 2021

Africanews. 2022. Europe turns to Nigeria to fill the gap in gas supply

Eni.com, ENI in Africa

Bellomo Sissi, “Mozambico nuovo Eldorado del gas. E le imprese italiane sono in prima fila”, Il Sole 24 Ore, 19/07/2019.  

De Vergès Marie, “Le gaz africain est une opportunité, pas une solution miracle”, Le Monde, 07/04/2022. 

Dominelli Celestina, “Gas: Governo al lavoro per un piano da 25 miliardi di metri cubi in tre anni”, Il Sole 24 Ore, 05/05/2022. 

El Wardany Salma, Albanese Chiara, Wahba Abdel Latif, “Italy Steps Up Push to Cut Russian Gas With Egypt Agreement”, Bloomberg, 13/04/2022. 

International Energy Agency (IEA). 2019. Africa Energy Outlook, 2019

Iyorah Festus, “Analysis: Can African gas replace Russian supplies to Europe?”, Al Jazeera, 01/03/2022. 

Kedem Shoshana, “Mozambique kicks off first offshore gas project”, African Business, 14/01/2022. 

Klomegah Kester Kenin, “Putin opens opportunities for Mozambique, Angola”, The Exchange, 13/03/2022. 

Jewkes Stephen, Amante Angelo, “Italy’s Draghi to visit Congo Republic, Angola in hunt for gas deals-sources”, Reuters, 12/04/2022.  

Mama Chijioke, “Nigeria’s new petroleum law is forging a new trajectory for natural gas”, The Africa Report, 01/11/2021. 

Monnet Théau, “Natural gas: Africa could provide 20% of global needs by 2025”, The Africa Report, 03/12/2019. 

Norbrook Nicholas, “Tanzania: President Samia says Russia/Ukraine tension an opportunity for gas sales”, The Africa Report, 22/02/2022. 

Reuters. 2022. Factbox: U.S, EU strike LNG deal to help wean Europe off Russian gas

Whitehouse David, “Tanzania: Samia clears path to 2023 launch of Shell, Equinor gas facility”, The Africa Report, 04/02/2022. 

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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