Le risorse africane: i paesi del petrolio

Continua il nostro viaggio sul petrolio africano, analizzando i produttori di greggio del continente. Molti paesi africani si avvicinano al paradigma del rentier state, uno stato che ottiene la maggior parte delle proprie rendite dalla vendita di una o più risorse naturalmente presenti nel proprio territorio, in questo caso il petrolio, e che lascia al governo l’intera gestione di tale rendite.

In Africa, e non solo, i governi preferiscono riempire le proprie tasche, investire solo in ciò che porta diretto guadagno, espropriare la popolazione dalle rendite che gli spetterebbero, piuttosto che costruire stati in cui le persone, perlomeno, sopravvivono.

Nigeria

La Nigeria, nel 2016, si è aggiudicata il primo posto come paese africano produttore di petrolio, dodicesima nella classifica mondiale, battendo l’Angola, classificatosi secondo, per un soffio. Fino a settembre 2016 la produzione giornaliera nigeriana di 1.5 milioni di barili, era nettamente inferiore a quella angolana, di 1.7 milioni di barili al giorno.

La situazione interna della Nigeria è oramai tristemente nota: il conflitto del Delta del Niger, iniziato a seguito delle sollevazioni popolari contro le grandi compagnie petrolifere operanti nella zona nei primi anni ’90 è ancora attivo. Nell’ultimo anno il gruppo dei Vendicatori del Delta del Niger (Niger Delta Avengers o NDA) ha urlato al mondo la propria esistenza e ha dimostrato la propria forza con attacchi bomba alle centrali petrolifere di numerose compagnie come la Shell, l’Agip e la Chevrol, che sono stati la causa del ribasso nella produzione petrolifera del paese durante la prima parte del 2016.

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In realtà durante la scorsa estate è sembrato che la situazione stesse andando incontro ad una distensione, grazie all’accordo sul cessate il fuoco a cui sia il governo nigeriano che i gruppi militanti, come l’NDA, sembravano avessero preso parte; cessate il fuoco che però non c’è mai stato. Le ostilità si sono protratte fino alla fine di agosto, quando gli Avengers hanno dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, riguardo al quale però, il presidente nigeriano Buhari non ha fatto affidamento ed ha ordinato all’esercito di ‘ripulire la zona del delta del Niger dai militanti autonomisti.

Insieme, gli attacchi e il ribasso del prezzo del petrolio, hanno fatto sprofondare la Nigeria in una devastante crisi, che forse verrà parzialmente risollevata dall’aumento del prezzo del petrolio dovuto ai recenti accordi dell’OPEC.

Angola

Come già accennato, il secondo produttore africano di petrolio è l’Angola. Ogni anno, una percentuale che oscilla tra il 75 e il 90% delle entrate percepite dal governo deriva dal petrolio e dai diamanti, rendendo l’Angola uno degli stati più ricchi dell’Africa e la sua capitale, Luanda, una città in continua costruzione e rinnovamento.

L’Angola ha dovuto subire ventisette anni di guerra civile. La fine di questa, avvenuta nel 2002 quando il principale gruppo insurrezionale, UNITA, si è trasformato in un attore politico pacifico, non ha migliorato le condizioni in cui versa la nazione: governata dal presidente Josè Eduardo dos Santos dal 1979, è afflitta da livelli di corruzione e povertà altissimi.

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Secondo Human Rights Watch, l’Angola versa oggi in condizioni economiche e sociali molto simili a quelle del periodo della guerra civile e probabilmente non miglioreranno. Fino alla fine del 2016 era il ribasso del prezzo del petrolio a causare la decrescita, ora sarà l’obbligo di diminuire la produzione di petrolio accordato dall’OPEC nel dicembre scorso.

Perciò, mentre il presidente e le persone del suo seguito si arricchiscono, un intero paese muore: la maggior parte della popolazione vive con meno di 2$ al giorno, l’apparato sanitario è completamente inefficiente e per questo la mortalità infantile raggiunge livelli unici al mondo.

Noncurante di tutto questo, il presidente, che ha promesso di dimettersi nel 2018, dopo ventotto anni di mandato, ha deciso di nominare sua figlia, Isabel, già catalogata da Forbes come la donna più ricca dell’Africa, capo della compagnia petrolifera di stato, cosicché anche dopo le dimissioni di Josè Eduardo, i cittadini angolani non vedranno nemmeno l’ombra delle entrate statali derivanti dal petrolio.

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Sudan

Il terzo colosso africano del petrolio è il Sudan: come negli stati sopracitati, il settore petrolifero è la maggiore attività economica del paese.

Le maggiori guerre che hanno toccato il Sudan negli ultimi decenni sono la guerra civile che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan nel 2011 e gli scontri in Darfur. Il petrolio trova spazio tra le cause di entrambe.

La guerra che ha portato all’indipendenza della regione meridionale del paese formalizzata il 9 luglio 2011, chiamata anche Seconda Guerra Civile Sudanese, è iniziata nel 1983, ed può essere facilmente caratterizzata come guerra per le risorse: le riserve petrolifere, situate nella zona centrale del Sudan, facevano gola ad entrambe le parti, al nord, perché a causa della siccità del deserto non poteva creare un’economia agricola e al sud, perché più povero e costretto ad usufruire di aiuti internazionali. Fu l’Armata di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA), creata ad hoc nel 1983 a farsi portatrice delle volontà del meridione e a chiedere l’autonomia della zona. Solo tra il 2003 e il 2004, dopo più di vent’anni di conflitto, fu possibile organizzare i primi accordi di pace, in cui era previsto un referendum per l’indipendenza del sud del paese, referendum in cui più del 98% della popolazione si è dichiarata a favore della scissione.

La guerra in Darfur, è iniziata nel 2003, quando nella regione situata ad ovest del territorio sudanese, hanno avuto inizio le proteste popolari contro il governo di Omar al-Bashir, ritenuto colpevole di noncuranza nei confronti delle popolazioni locali. La violenta risposta di Khartum non si è fatta attendere ed è stata intensificata nel 2005, quando la Sudan’s Advance Petroleum Company (APCO) ha scoperto giacimenti petroliferi nell’area del conflitto. Più volte si è cercato di trovare accordi, e più volte si è rimasti delusi e nel settembre scorso il governo sudanese ha utilizzato armi chimiche contro la popolazione in Darfur.

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Repubblica del Congo

Nella Repubblica del Congo il petrolio rappresenta circa il 90% delle esportazioni del paese e la produzione è cresciuta considerevolmente nell’ultimo anno. Le compagnie che operano nel territorio congolese sono la Total e la Chevron.

La Repubblica del Congo è una nazione estremamente povera, in cui più del 70% della popolazione vive con meno di 2$ al giorno e dove, secondo un report del Dipartimento di Stato Americano, la corruzione è diffusa in ogni settore governativo, soprattutto per la gestione dei guadagni derivanti dall’industria petrolifera.

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Come capita spesso in Africa, la grande quantità di risorse non sta favorendo lo sviluppo economico del paese e la scoperta dei giacimenti di petrolio negli anni ’70 ha immediatamente bloccato le possibilità di crescita degli altri settori, come l’agricoltura.

Nel 2016 la produzione di petrolio è cresciuta sensibilmente, ma le aspettative di crescita previste dal National Development Plan non sono state raggiunte, in parte a causa del basso prezzo del greggio.

Guinea Equatoriale

La Guinea Equatoriale, un piccolo stato sulla costa occidentale del continente, ha la fortuna (o sfortuna) di possedere la maggior parte delle proprie riserve petrolifere in mare aperto. Queste, scoperte negli anni ’90 sono la maggiore fonte di entrate per il governo, insieme ai minerali.

Il paese, governato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dal 1979, il quale ha di nuovo vinto le elezioni con il 93,7% dei consensi nell’aprile dello scorso anno, è secondo lo Human Development Report del 2015 delle Nazioni Unite lo stato con il PIL pro capite più alto del continente africano, ma la corruzione e la fama di denaro e potere della classe dirigente fanno si che questo dato non rispecchi nemmeno lontanamente le reali condizioni del paese.

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A livello economico è in atto ormai da qualche anno il piano Horizon 2020: il suo primo obiettivo completato nel 2012, era il rinnovamento delle vecchie infrastrutture e la costruzione di nuove, mentre il secondo obiettivo, ora in attuazione, riguarda la diversificazione dell’economia, per evitare il tracollo economico in caso di eventuali crisi del petrolio.

Tale processo non è stato sufficiente a bloccare la decrescita dovuta all’abbassamento del prezzo del greggio, che potrebbe avvicinarsi al -6%.

Sudafrica

Lo scenario economico sudafricano è diverso, se non opposto, a quello degli altri stati produttori di petrolio del continente, così come lo è la sua conformazione politica. Il Sudafrica vanta un regime costituzionale che garantisce il rispetto dei diritti umani, pur mantenendo il proprio coefficiente di Gini intorno a 0,7 (il coefficiente di Gini serve ad indicare il livello di disuguaglianza all’interno di una società e più si avvicina ad 1, più c’è disuguaglianza), e si posiziona al primo posto nel ranking delle economie africane, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, dopo il tracollo della Nigeria.

Per quanto riguarda il settore petrolifero, il Sudafrica è ancora un paese importatore: la produzione di greggio non raggiunge i livelli degli altri stati del continente, tanto che si è stimato che il paese non trarrà alcun beneficio dall’innalzamento del prezzo al barile previsto dopo l’ultimo accordo dell’OPEC.  Al contrario, sono la produzione di oro, di platino e, soprattutto di carbone a fornire le maggiori entrate statali.

Il carbone per il Sudafrica è come il petrolio per i paesi descritti in precedenza, occupa cioè una posizione di rilevanza nel panorama economico e industriale, tanto da spingere il governo a progettare manovre di conversione per togliere peso a tale settore, aumentando contemporaneamente, l’importanza di quello petrolifero.

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La descrizione della situazione socio-economica e politica degli stati produttori di petrolio in Africa,  a cui possono essere aggiunti il Gabon, in cui il panorama è molto simile a quello della Guinea Equatoriale, il Chad e il Ghana, evidenzia ancora una volta come la ricchezza di un continente è indice della sua stessa povertà. 

Le false democrazie sfruttano le rendite del petrolio per far arricchire solo chi riveste posizioni di spicco, a dimostrazione del fatto che lo sfruttamento delle risorse petrolifere da parte delle compagnie occidentali è solo una parte del problema. I paesi africani sono vittime di livelli di corruzione politica ineguagliabili a livello globale, come ineguagliabile è la povertà che ne è conseguenza.


Fonti e Approfondimenti

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