Mozambico: il boom delle risorse e i suoi rischi

Negli ultimi anni il Mozambico si è rivelato un Paese estremamente ricco di risorse naturali. La scoperta più eclatante è stata senza dubbio quella del bacino di gas del Rovuma, un enorme giacimento off-shore al largo delle coste settentrionali paragonabile alle riserve norvegesi o algerine, che va ad aggiungersi a un elenco già molto lungo di riserve sfruttabili.

Il Mozambico potrebbe quindi diventare a breve il terzo produttore mondiale di gas naturale, ma non è solo questo settore a essere in espansione vertiginosa, tanto che in molti si domandano se procedendo a questo ritmo il Paese non rischi di andare incontro ai pericoli della cosiddetta “maledizione delle risorse“.

Sebbene sia presto per rispondere a questo interrogativo, una volta analizzata la situazione i fattori di rischio appaiono evidenti.

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Il tesoro nascosto del Mozambico

Negli ultimi venti anni decine di settori produttivi mozambicani sono cresciuti a ritmi ormai sconosciuti alle economie occidentali, assicurando al Paese un tasso di crescita medio del 7% annuo. Oggi il Mozambico vede ancora la maggior parte della popolazione impegnata nell’agricoltura, ma il settore minerario è sempre più rilevante mano a mano che si scoprono nuovi giacimenti.

La regione centro-settentrionale del Tete, ad esempio, si sta rapidamente trasformando in seguito alla scoperta di vastissime riserve di carbone, che oggi rendono il Mozambico uno dei Paesi più promettenti in questo settore, vista la sua enorme e ancora crescente produzione di antracite. Nella confinante Zambezia stanno poi prendendo luogo massicci progetti per l’estrazione di tantalio, il prezioso minerale ottenuto dal coltan, per cui la dipendenza globale dalle instabili regioni orientali del Congo rende appetibili le riserve di un Paese più stabile come il Mozambico

Altre riserve importanti sono quelle già citate di gas naturale, disseminate in vari punti della costa e dell’entroterra, di importanza relativa fino alle recenti scoperte del Rovuma, ma oggi decisamente centrali. Grazie ai nuovi giacimenti il Mozambico in futuro ricaverà quasi un terzo del suo gettito fiscale da questo settore, che quindi è sempre più al centro della pianificazione economica e della produzione legislativa di Maputo.

Soprattutto nel nord del Paese stanno poi crescendo le industrie dell’estrazione dei rubini, grazie a delle scoperte a Cabo Delgado, e la produzione di legname, trainata soprattutto alla forte domanda cinese per questo materiale. In molte zone sono poi in espansione grandi progetti legati all’agricoltura estensiva, come la produzione di canna da zucchero e altri beni esportabili.

L’impatto dell’investimento straniero è stato cruciale per lo sviluppo di questi settori e il suo aumento negli ultimi decenni è uno dei motivi principali di questo tardivo boom delle risorse.

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Il ritardo nel boom

Il fatto che un Paese così ricco di risorse abbia sfruttato solo recentemente le sue riserve può sembrare strano, ma se si guarda alla storia del Paese i motivi risultano chiari.

La colonizzazione portoghese fu molto diversa da quelle di altre potenze europee: Lisbona non aveva mezzi sufficienti per creare sviluppo nei suoi possedimenti e si limitava quindi a sfruttarne la manodopera per ottenere materie prime agricole a basso costo. Mentre in Paesi come Congo e Sudafrica iniziava lo sfruttamento del sottosuolo, per quanto in condizioni disumane, in Mozambico ciò non accadeva a causa mancanza di infrastrutture e dell’intenzione di compiere le ricerche del caso.

La guerra civile ha poi ostacolato ulteriormente il processo di sfruttamento di queste risorse, tagliando in due il Paese e isolando le regioni centro-settentrionali dal timido sviluppo vissuto dal sud. Se in queste zone si sviluppavano le prime piantagioni e le prime centrali idroelettriche, i ricchi giacimenti delle altre regioni dovettero aspettare la fine delle ostilità per essere scoperti.

Molte delle esplorazioni sono state infatti condotte da imprese straniere, che tra l’altro hanno ancora oggi le concessioni per sfruttare i giacimenti in cambio del pagamento di royalties al governo di Maputo. Fino a che il conflitto ha impedito a questi attori di intervenire nel Paese, il governo non ha avuto mezzi sufficienti per avviare una produzione significativa, mentre dopo la pace si sono potute implementare politiche utili ad attrarre le compagnie straniere e il loro expertise.

Ovviamente, però, questo boom non porta con sé solo speranze per il futuro, ma anche una serie non indifferente di problematiche.

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I rischi da affrontare

Sebbene intuitivamente siamo portati a pensare che l’abbondanza di risorse sia sempre un bene per un Paese, la vasta letteratura riguardante la cosiddetta “maledizione delle risorse” mette in dubbio questa sensazione. Molti autori hanno infatti collegato alla presenza di ingenti risorse dei problemi nelle performance economiche, l’insorgere di conflitti e una certa tendenza all’autoritarismo. Le prove a sostegno di queste teorie non sono definitive, ma offrono spunti interessanti con cui guardare alle trasformazioni del Mozambico.

Il boom delle risorse, ad esempio, porterà nelle casse di Maputo un flusso ingente di ricchezza in forma di royalties, che potrebbe permettere al Paese di migliorare i servizi sociali, le infrastrutture e i programmi di sviluppo. Di contro, però, bisogna notare almeno due ordini di problemi.

Innanzitutto questa prospettiva crea delle forti aspettative da parte della popolazione, che spera in una redistribuzione dei frutti di questa crescita. L’industria estrattiva offre redditi migliori rispetto all’agricoltura, ma la specializzazione che richiede esclude da queste occupazioni gli strati più poveri e marginali della popolazione.

Una mancata redistribuzione dei benefici attraverso i servizi pubblici, quindi, renderebbe evidente a moltissimi mozambicani che questo sviluppo beneficia esclusivamente le classi privilegiate, risultando in un malcontento dalle conseguenze imprevedibili.

Un problema più ampio è poi quello legato al debito estero del Mozambico, già enorme e cresciuto sensibilmente dopo gli investimenti produttivi degli ultimi anni e gli sgravi fiscali offerti alle aziende impegnate nel Paese. Se le previsioni di Maputo dovessero rivelarsi errate e la crescita deludesse le attese, il Paese potrebbe dover affrontare una nuova crisi del debito che, vista la sua ancora forte dipendenza dagli aiuti finanziari, avrebbe effetti dirompenti.

In entrambi i casi il compito di scongiurare la maledizione impedire che si alimentino dei conflitti interni è lasciato all’abilità del governo di pianificare la politica economica e il funzionamento delle istituzioni.

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Un’altra celebre teoria della maledizione delle risorse lega infatti la presenza di giacimenti all’insorgere di conflitti armati, con protagonisti gruppi separatisti o che vogliono sostituirsi al governo. Queste situazioni sono particolarmente pericolose quando le risorse sono facili da estrarre (oppio, avorio, diamanti alluvionali…), in quanto i gruppi insorti possono finanziarsi con il contrabbando di esse. Questo non sembra il caso del Mozambico, in cui mancano veri e propri movimenti separatisti o anti-governativi e in cui le risorse sono difficili da estrarre, se non grazie all’expertise delle aziende impegnate nel settore.

A creare tensione, però, sono altri risvolti del boom attuale, in particolare lo scontro tra il governo, che spinge per l’espansione dei progetti estrattivi, e le comunità locali, spesso cacciate dalle loro terre quando queste vengono destinate all’industria mineraria.

Comunità locali ostili e il possibile malcontento creato da una cattiva gestione delle nuove rendite aumenterebbero l’ascendente di quei gruppi che fanno proseliti tra la popolazione più marginalizzata, come ad esempio i jihadisti attivi nel Mozambico settentrionale. Se il boom aumenterà l’esclusione sociale, inasprirà indirettamente le situazioni di conflitto latente che già esistono nel Paese.

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Infine, spesso ai boom del settore estrattivo si riconducono delle tendenze autoritarie da parte del governo, interessato a mantenere il controllo di queste ricchezze e, grazie alle nuove disponibilità economiche, a escludere i rivali dalla gestione del potere con la forza o la corruzione. Il fatto che il Frelimo tenga strettamente sotto controllo il governo e le istituzioni potrebbe far temere che la disponibilità economica data dalle nuove royalties, unita all’interesse per il mantenimento del loro controllo, potrebbe dare origine a queste tendenze.

Azioni particolarmente contrarie ai principi democratici, però, potrebbero essere disincentivate dal fatto che buona parte della reputazione di cui il Mozambico gode presso i donatori e gli investitori internazionali deriva da come, per quanto farraginoso, il sistema politico mozambicano è ritenuto promettente dal punto di vista del processo democratico.   Compromettere questa situazione potrebbe essere un rischio eccessivo per il Frelimo non vuole correre, ma questo non implica che queste rendite non vengano utilizzate per aumentare il consenso del Frelimo e consolidare in questo modo lo status quo.

Interessante è però immaginare uno scenario in cui un fallimento del Frelimo nel redistribuire le nuove entrate del Paese si traduca in una perdita di consenso del partito dominante. In queso caso, forzando il Frelimo a un’alleanza di governo o addirittura a compiere un passaggio di potere, le nuove scoperte potrebbero avere come conseguenza inaspettata un’apertura del sistema politico del Paese. Se questa si rivelasse incruenta, il Mozambico segnerebbe un passo avanti decisivo verso la piena democratizzazione, mentre se ci fossero dei risvolti violenti potrebbe re-innescarsi un conflitto con le opposizioni.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

Symons, K. (2016) Transantional spaces, hybrid governance and civil society contestation in Mozambique’s gas boom. The Extractive Industries and Society, Vol. 3, pp. 149-159.

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Rosser, A. (2006) The Political Economy of the Resource Curse: A Literature Survey. IDS Working Paper 268, Institute of Development Studies at the University of Sussex Brighton

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Mehlum, H., Moene, K., & Torvik, R.(2006) Institutions and the Resource Curse. The Economic Journal, Vol. 116, pp. 1–20.

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