Tra i due litiganti, il terzo non gode: il ruolo degli Stati Uniti nella crisi energetica russo-europea

Carol M Highsmith - Rawpixel - Public Domain

Dall’inizio dell’invasione del Cremlino in Ucraina, la crisi energetica è arrivata in Europa. Abbassare la temperatura “smanettando” i termosifoni delle nostre case, come suggerito dall’Alto rappresentante UE per la politica estera, Josep Borrell, aiuterà ma non risolverà la scarsità delle risorse energetiche europee. La forte dipendenza dal gas e dal petrolio russo rappresenta ora una delle più grandi minacce per il Vecchio Continente, che al tempo stesso, però, finanzia la guerra di Putin attraverso le esportazioni.

La benzina che supera i 2,50 euro al litro sarà solo un piccolo inconveniente se paragonato agli effetti catastrofici che uno stop improvviso delle risorse energetiche russe potrebbe causare all’Europa. Il valzer dei ministri degli Affari Esteri europei in Paesi esportatori come l’Algeria, il Qatar, l’Azerbaijan o la Nigeria ha messo in risalto questa enorme debolezza, sulla quale il Cremlino minaccia di fare leva in caso di ulteriori sanzioni.

Un Piano Marshall energetico non è possibile

In tutto questo caos, c’è un attore che prima dell’invasione, già preannunciata dalla propria intelligence mentre agli analisti europei sembrava un’ipotesi inverosimile, osserva la crisi energetica europea, cercando di aumentare la propria influenza (e i propri profitti) nel settore: gli Stati Uniti. In un clima da neo-Guerra Fredda, per indebolire l’influenza della Russia, l’amministrazione di Joe Biden sta lavorando per assicurare ulteriori spedizioni di gas e petrolio sull’altra sponda dell’Atlantico. La pista statunitense è attraente per l’Europa, che troverebbe un partner stabile e alleato con cui instaurare una relazione commerciale sicura e duratura. Tuttavia, bisogna porsi qualche dubbio prima di poter dare per certa questa soluzione, sfatando alcuni tra i miti che circolano nel nostro dibattito pubblico.

Mito 1: la produzione può essere incrementata a piacimento

Un mito da sfatare riguarda le effettive capacità di Washington di poter esportare più petrolio ma soprattutto gas liquido naturale (GLN). A tal proposito, dalla politica statunitense sono arrivate risposte rassicuranti e bipartisan. Il vicedirettore del National Economic Council della Casa Bianca, Bharat Ramamurti, è a favore di un incremento della produzione. Per Gus Michael Bilirakis, repubblicano e membro della Camera dei rappresentanti per la Florida, aumentare la produzione di petrolio e gas made in U.S.A sarebbe addirittura facile come “girare l’interruttore”. 

Di altro avviso sono però le compagnie petrolifere, ancora scottate dai prezzi in caduta libera di inizio pandemia, quando il greggio andò addirittura in negativo (il benchmark del petrolio statunitense West Texas Intermediate chiuse la giornata di trading del 20 aprile 2020 a -37,63 dollari al barile sui contratti per le consegne future). Con la ripresa post-pandemica e i fattori di incertezza geopolitica, tra i quali l’invasione in Ucraina primeggia, il prezzo è schizzato alle stelle superando nettamente la quota psicologica dei 100 dollari al barile. Ciononostante, questo non sembra aver cambiato i piani di produzione delle compagnie

Scott Sheffield, amministratore delegato di Pioneer Natural, un colosso texano nella produzione di gas e petrolio, ha addirittura affermato che «si tratti di petrolio a 150, 200 o 100 dollari, non cambieremo i nostri piani di crescita». Secondo fonti del Wall Street Journal, le più grandi compagnie statunitensi di fracking hanno ribadito più volte ai loro azionisti che intendono mantenere la produzione stabile. In altre parole, ora che le compagnie stanno facendo dei bei profitti, stanno usando quel denaro extra per premiare gli investitori e pagare i debiti, non per investire in una nuova produzione che potrebbe rivelarsi una trappola nel mercato globale. Il fracking infatti ha dei costi di produzione più elevati che lo espongono maggiormente ai rischi delle fluttuazioni di prezzo: in un contesto del genere, è difficile prevedere quanto gli Stati Uniti siano disposti a colmare il gap energetico russo in Europa. 

Mito 2: le esportazioni risolveranno i problemi dell’Europa

Molti opinionisti occidentali reputano la soluzione statunitense come la più grande arma che l’Occidente ha per sanzionare la Russia di Vladimir Putin. 

Per sfatare questo mito, occorre analizzare dei semplici dati. Solo prendendo in considerazione il GNL, bisogna valutare che attualmente la Russia ne fornisce il 40% all’Europa, prevalentemente via gasdotto. Ai consumi degli ultimi mesi, tale percentuale equivale a circa 160 milioni di metri cubi di GNL importati dalla Russia, al giorno. Anche supponendo che gli Stati Uniti avessero le capacità (e la volontà, come non si è evinto nel primo mito) di sopperire nel breve termine a questa mancanza di risorse, forse potrebbe non essere la migliore soluzione

Per esportare il gas in Europa, un impianto deve prima convertirlo in GNL, che raffredda e pressurizza il metano in modo che possa essere spedito attraverso i continenti. Dall’altra parte dell’oceano, un altro impianto deve convertirlo in gas per essere spedito via gasdotto. Per tutti questi processi ci vorrebbe una quantità notevole di infrastrutture, che è impossibile realizzare in tempo sufficiente per avere un impatto sui prezzi attuali. Se sul lato europeo i terminali sono già presenti e funzionanti, sul lato statunitense i terminali per l’elaborazione del gas sono altamente insufficienti e non realizzabili nel breve termine.

La grande offerta per le risorse energetiche statunitensi e la presenza nel mercato dei facoltosi clienti europei, a maggior ragione con una domanda supportata da denaro pubblico in situazione di emergenza, potrebbero velocizzare tali progetti infrastrutturali. Tuttavia i progetti energetici, sia petroliferi sia quelli di gas, sono costruiti con un orizzonte d’investimento decennale, con contratti di vendita che si estendono da 15 a 20 anni e finanziamenti che durano almeno per una decina di anni. Questo disallineamento tra necessità attuale della domanda e previsione futuribile dell’offerta non aiuterà a compensare la fornitura russa del 40% del gas europeo

Mito 3: l’aumento del gas contrasterà la dipendenza dalla Russia

Nei giorni appena trascorsi si è molto parlato di crisi di energia e di come in questo contesto bisognerà riconsiderare i piani europei di transizione energetica verso una maggiore sostenibilità. Ad ogni modo, bisogna considerare che, a lungo termine, investire in infrastrutture di combustibili fossili può seriamente ritorcersi contro il Vecchio Continente. Infatti, nel lungo periodo, questo potrebbe incrementare i costi energetici aumentando anche, paradossalmente, la dipendenza dal gas russo. Come abbiamo sfatato nel mito 2, il GNL sarà sempre l’opzione più costosa a causa della sua lavorazione e del trasporto. Se fosse stato meno costoso del gas russo, l’Europa avrebbe già avviato tali discorsi con l’alleato statunitense decenni fa. 

Purtroppo, al momento non esiste una buona alternativa d’oltreoceano al gas russo se si vuole avere gas accessibile in Europa. Se si punta ai combustibili fossili, la Russia resterà sempre oligopolista nel mercato energetico europeo. Inoltre, impegnarsi a investire in petrolio e gas nel lungo termine potrebbe bloccare il processo di svolta sostenibile in modo tale da risultare fatale nella lotta al cambiamento climatico. I prezzi che paghiamo oggi per le bollette e la benzina non sono altro che il costo della nostra dipendenza dai combustibili fossili.

 

Fonti e approfondimenti

Bilirakis, Gus Michael, “The real way to support Ukraine is to flip the switch and restore domestic oil production”, The Hill, 03/03/2022. 

Eaton, Colley, “Frackers Hold Back Production as Oil Nears $100 a Barrel”, Wall Street Journal, 18/02/2022. 

Leber, Reebecca, “America can’t solve its gas price problem (or its Russia problem) with drilling”, Vox, 05/03/2022. 

Meyer, Robinson, “America Is the World’s Largest Oil Producer. So Why Is Losing Russia’s Oil Such a Big Deal?”, The Atlantic, 08/03/2022. 

Myers Jaffe, Amy, “Can the US find enough natural gas sources to neutralize Russia’s energy leverage over Europe?”, The Conversation, 31/01/2022. 

Nawaz, Sehr, “Making History: Coronavirus and Negative Oil Prices”, Global Risk Insights, 29/05/2020. 

Tsafos, Nikos, “How U.S. LNG Could Help Europe and Climate”, Center for Strategic and International Studies, 04/03/2022. 

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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