I difetti del peacekeeping ONU in DRC

L’8 dicembre scorso quindici peacekeepers tanzaniani facenti parte della missione MONUSCO e cinque militari congolesi sono rimasti vittime di un attacco armato perpetrato dai militanti del gruppo estremista Allied Democratic Forces. In due articoli precedenti abbiamo riassunto la storia della Repubblica Democratica del Congo, evidenziando la lotta per le risorse nelle zone del North e South Kivu; questa volta proveremo a scavare dietro la recente notizia, descrivendo la missione MONUSCO, le sue vittorie, i suoi punti deboli e i motivi per cui sembra impossibile ristabilire un clima di pace nelle zone nord-orientali del Paese.

Il tragico evento dell’8 dicembre in North Kivu, è solo uno spunto per poter riflettere sull’utilità e sull’efficacia delle missioni delle Nazioni Unite in Africa. Negli ultimi anni, o meglio, negli ultimi decenni, la fiducia dell’opinione pubblica internazionale nei confronti dei caschi blu è calata precipitosamente. Un susseguirsi di accuse ha distrutto la reputazione dei “militari di pace”, ne sono esempi gli abusi sessuali denunciati nella Repubblica Centroafricana e nella stessa Repubblica Democratica del Congo e le sporadiche dimostrazioni popolari contro la la collaborazione delle forze ONU con le truppe congolesi, le FARDC.

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In Africa, la Nazioni Unite portano avanti 9 missioni, per un costo che si aggira intorno agli 8 miliardi di dollari l’anno,  la più grande delle quali è in DRC. Visti i risultati effettivi delle sopracitate missioni, i quali comprendono gli alti costi, la mancata diminuzione dei conflitti e le accuse ai militari internazionali, la domanda che viene da farsi è se e per quali ragioni l’intervento dei caschi blu sia ancora utile e auspicabile in DRC.

La DRC degli ultimi anni

L’atmosfera politica in DRC è sempre stata testa. Gli eventi che hanno scosso il Paese sin dai primi momenti che hanno seguito l’indipendenza, e che ancora oggi si susseguono, non hanno dato respiro alla popolazione congolese, in particolare nelle zone dei Kivu. Numerosi gruppi armati si contendono il dominio politico e la possibilità di gestire le risorse che il territorio offre, prime fra tutte coltan, oro e diamanti. Contemporaneamente il presidente Joseph Kabila, in carica dal 2001, ha concluso il suo mandato, ma, a suo dire, per non gravare sulle condizioni di sicurezza del Paese, ha rimandato più volte le elezioni, che dovrebbero avere luogo a dicembre 2018.

Sembra quasi che i vari tentativi volti al raggiungimento della pace e della stabilità portati avanti dalle forze interne ed esterne alla DRC, non abbiano mai avuto luogo. Lo stesso vale per gli interventi delle Nazioni Unite. Queste decisero di agire per tentare di migliorare la situazione del Paese centro-africano nel 2000, creando una missione di peacekeeping a seguito della firma degli accordi di Lusaka. Gli accordi, ai quali presero parte la stessa DRC e Angola, Namibia, Uganda, Ruanda e Zimbabwe, prevedevano, oltre al cessate il fuoco, la collaborazione delle parti per l’individuazione, la classificazione e il disarmo dei gruppi armati. La missione, che prese il nome di MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo), fu istituita dalla risoluzione 1279 con gli obiettivi di controllare il rispetto del cessate il fuoco, mantenere i rapporti con tutte le parti firmatarie e lavorare per la diminuzione del numero di combattenti per i gruppi ribelli.

Purtroppo, l’arrivo della missione non portò la pace. Il Paese era in subbuglio per cercare di spodestare Laurent-Désiré Kabila, che venne assassinato nel 2001 da una delle sue guardie de corpo. Suo figlio, Joseph, prese il suo posto e nel 2006, quando si tennero le elezioni, potè vedere la sua posizione legittimata dal voto popolare.

Un successore per la missione MONUC: MONUSCO

MONUC rimase operativa fino al 2010, quando venne sostituita dalla missione MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo), il 1 luglio, grazie alla risoluzione 1925 del 28 maggio.

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Il mandato iniziale della missione prevedeva la possibilità, concessa al personale di peacekeeping, di utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili, il personale umanitario e i difensori dei diritti umani. Allo stesso tempo, i caschi blu dovevano collaborare con il governo di Kinshasa e supportarlo. Venivano così schierate più di 20.000 unità di personale militare e di polizia. Il passaggio da MONUC a MONUSCO si era rivelato indispensabile, visto il mancato rispetto del cessate il fuoco da più di uno dei soggetti firmatari. Nel 2011, dopo una vittoria delle forze congolesi contro i gruppi ribelli, gli uomini armati del 23 March Movement si rivelarono sufficientemente forti e organizzati da conquistare la città di Goma sotto gli occhi dei militari ONU, il cui mandato non permetteva loro di intervenire se non in protezione dei civili. Ci sarebbero stati civili da proteggere questa volta, ma secondo i generali sul campo un intervento armato avrebbe aumentato i rischi per la popolazione.

L’immobilità dell’ONU si protrasse fino al 2013, quando, vista l’escalation di violenze che stava affliggendo in particolare le zone nord orientali del Paese, il 24 marzo, venne firmato da numerosi Stati della regione il Peace, Security and Cooperation Framework for the Democratic Republic of the Congo and the region. L’accordo prevedeva la collaborazione tra le forze internazionali, in particolare le Nazioni Unite, gli Stati della regione e il governo della DRC per stabilizzare la situazione politica, disincentivare la partecipazione ai gruppi armati e favorire lo sviluppo economico e la cooperazione.

Solo quattro giorni dopo, il 28 marzo, il Consiglio di Sicurezza approvò una risoluzione, la 2098, che prevedeva la creazione di un’Intervention Brigade. Il corpo aveva la mansione, negata al resto delle truppe, di neutralizzare i gruppi armati e di ridurne la minaccia nei territori orientali della DRC, basando il proprio operato su tre priorità:

  • la protezione dei civili,
  • la stabilizzazione del Paese
  • il supporto all’implementazione del PSCF.

Alla creazione del nuovo corpo di azione si aggiunse anche l’ultimatum dell’ONU, che intimava al March 23 Movement il ritiro dalla città di Goma entro 48 ore, altrimenti si sarebbe intervenuti con la forza. I miliziani decisero di ritirarsi.

La presenza della nuova Intervention Brigade non portò sostanziali cambiamenti, anche a causa dei ritardi e dell’insufficiente preparazione delle truppe, e la popolazione continuò a subire attacchi.

Dopo il 2013 ogni anno una nuova risoluzione prolunga il mandato della missione MONUSCO, ma non si vedono grandi miglioramenti. Alla fine di marzo del 2014, con la risoluzione 2147, il Consiglio di Sicurezza oltre ad estendere il mandato della missione, ha lasciato attiva anche l’Intervention Brigade; lo stesso ha fatto l’anno dopo, con la risoluzione 2211.

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Ad oggi la missione è ancora attiva, con un mandato rinnovabile che terminerà alla fine di marzo 2018. Il numero di attivi sul campo è diminuito di un paio di migliaia. E’ forse questo un primo segno di cedimento da parte delle Nazioni Unite?

Critiche e previsioni per il futuro di MONUSCO

Entrambe le missioni hanno mostrato difetti simili, come il ritardo nell’arrivo dei contingenti, sia civili che militari, le difficoltà di coordinamento dovute al grande numero di partecipanti, alle incomprensioni linguistiche e al diverso tipo di addestramento ricevuto dai militari nei loro paesi di origine. Come se non bastasse, anche i coordinatori delle missioni sono stati cambiati più volte: Alan Doss era il dirigente della missione MONUC quando venne sostituita, ma altri tre lo avevano preceduto; a capo di MONUSCO, invece, si sono susseguiti Rogere Meece, Martin Kobler e Maman Sambo Sidikou.

Un ulteriore problema, che può essere applicato al caso della DRC come ad ogni altro intervento internazionale per placare un conflitto nel continente africano, è l’incapacità di vedere oltre l’idea di stato. Non tutto il mondo funziona come l’Europa: istituendo nuove elezioni, creando nuovi governi, se possibile democratici, scegliendo chi è l’amico e chi è il nemico e semplificando fino all’estremo la complessità delle società africane, non si porta la pace.

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Entrambe le missioni hanno collaborato con le forze armate della DRC nei combattimenti contro i gruppi ribelli. Questo è stato uno dei fattori che ha maggiormente influito sulla diminuzione della fiducia nei confronti di MONUSCO. Kabila ha per lungo tempo ignorato le richieste della comunità internazionali, ha agito spesso violando i diritti umani e non sembra avere nessuna intenzione di lasciare la poltrona. Una collaborazione con i suoi militari, se era poco auspicabile in passato, lo è ancora meno in futuro. Le morti dello scorso 8 dicembre sono però una conferma del parallelismo ancora esistente tra le due forze militari. E’ necessario ricordare che non è la prima volta che i caschi blu in DRC vengono attaccati dai combattenti di uno dei gruppi ribelli e già nel 2015 altri due peacekeeper tanzaniani avevano perso la vita in un’imboscata.

Detto ciò, è allo stesso tempo vero che, se la diminuzione delle truppe decisa dalla votazione del Consiglio di Sicurezza del 31 marzo 2017 significasse davvero l’inizio del ritiro definitivo dei militari di pace dalla DRC, non sarebbe una buona notizia. Nonostante le critiche e le accuse che vengono fatte ai caschi blu, è certo che il loro ritiro, vista la mancata previsione di uno strumento alternativo in grado di sostituirli, peggiorerebbe di sicuro le condizioni di sicurezza nel Paese.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

https://monusco.unmissions.org/en/about

https://www.theguardian.com/world/2013/aug/30/congo-un-peacekeepers-problem

https://www.crisisgroup.org/africa/central-africa/democratic-republic-congo/kivus-forgotten-crucible-congo-conflict

https://www.crisisgroup.org/africa/central-africa/democratic-republic-congo/open-letter-un-secretary-general-peacekeeping-drc

https://www.crisisgroup.org/africa/central-africa/chad/after-monuc-should-monusco-continue-support-congolese-military-campaigns

https://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2016/apr/06/where-does-8bn-un-peacekeeping-budget-go

http://www.aljazeera.com/indepth/features/2016/01/peacekeepers-drc-longer-trusted-protect-160112081436110.html

https://www.economist.com/news/international/21699136-long-and-costly-operation-can-do-little-bring-peacebut-cannot-end-either-never-ending

https://www.globalpolicy.org/security-council/index-of-countries-on-the-security-council-agenda/democratic-republic-of-congo/52244-problematic-peacekeeping-in-the-drc-from-monuc-to-monusco.html

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