Kuwait, la forza di una medio potenza

di Gabriele Morrone

In medio stat virtus è forse uno dei motti latini più conosciuti e usati nella vita quotidiana. Tale frase serve soprattutto a decantare l’importanza della morigeratezza, della neutralità. Se però la virtù è un concetto dell’azione umana, risulta davvero difficile da applicare all’agire degli Stati. Eppure, in un mondo pieno di contrasti, certi Stati, grazie alla propria morigeratezza e alla propria capacità di mediazione, riescono a essere virtuosi; o meglio, a raggiungere i propri obiettivi di politica estera.

Un esempio di ciò è il Kuwait, Paese all’estremità settentrionale del Golfo persico che da sempre è campione nell’utilizzo del giusto metro e del compromesso in politica estera.

Oneri e onori di una media potenza

Kut in arabo significa fortino, e non è un caso che il nome del Paese derivi da tale parola. Dapprima sotto la dominazione ottomana, poi durante il protettorato inglese, e infine nel moderno Stato indipendente, il Kuwait si è da sempre ritagliato la propria autonomia in qualsiasi contesto storico.

Il Paese presenta delle peculiarità interessanti e uniche per la regione: lo Stato è infatti una monarchia costituzionale con un governo parlamentare. Tale elemento democratico si fonde però con la salda presenza dell’Emiro, carica apicale e semi ereditaria, tipica delle monarchie della penisola araba.

Il Parlamento kuwaitiano, o Majlis al-Umma (Assemblea Nazionale). Fonte: Kuwaitelections2012

Il piccolo Stato del Golfo, ritenuto «parzialmente libero» da Freedom House, è animato da una vivace società civile che gode di numerose libertà e concessioni. Nell’economia risultano centrali i proventi derivanti dall’esportazione di idrocarburi che abbondano nel sottosuolo, anche se la nuova sfida economica è quella di riuscire ad aumentare l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili.

Al fine di comprendere la politica estera del Paese, si può partire dal definirlo come la media potenza del Golfo persico. Secondo l’enciclopedia Britannica, il concetto di media potenza appartiene a quegli Stati che non hanno le capacità militari delle grandi potenze, ma che possono influenzare gli eventi storici; inoltre, una media potenza tende a fare del multilateralismo e dell’uso delle coalizioni le direttrici principali della propria politica estera.

Queste caratteristiche possono essere agevolmente ritrovate nel comportamento del Kuwait, che in numerose occasioni – come nella questione siriana o nella perdurante paralisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) – ha saputo ritagliarsi il ruolo di onesto mediatore, di spettatore interessato al tema umanitario o al funzionamento degli organismi di coordinamento internazionale.

Nella guerra civile siriana, il Paese ha voluto mantenere aperto il dialogo con tutte le parti in causa, nonostante le accuse fatte pervenire a Damasco a causa del massacro di civili perpetrato dal regime. Il Kuwait, in tale crisi ha voluto ribadire anche il proprio impegno al fine di trovare una soluzione multilaterale, che potesse coinvolgere le istituzioni arabe – in primis la Lega Araba – confermando un’altra caratteristica che rende il Paese una medio-potenza: la grande importanza riservata all’azione nelle/delle istituzioni internazionali.

L’Emiro alla conferenza Supporting Syria and the Region, Londra, 2016. Fonte: DFID – UK Department for International Development

Riguardo la paralisi del GCC e l’isolamento del Qatar ad opera dell’asse Cairo-Abu Dhabi-Riyad, il Kuwait ha ancor di più marcato la propria vocazione di mediatore. Nonostante la storica vicinanza agli altri Paesi del GCC (di cui fanno parte, oltre al Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar e Oman), fin dal luglio 2017 Sheikh Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah si è proposto come mediatore della crisi, riuscendo in parte, attraverso la propria azione diplomatica, a limitare l’escalation del confronto e a mantenerla confinata al perimetro degli Stati del Golfo.

Vale la pena aggiungere la posizione mantenuta dal Paese riguardo un altro sanguinoso conflitto: la guerra in Yemen. Se infatti il piccolo Paese del Golfo ha dato il proprio contributo alla coalizione a guida saudita, ha comunque voluto mantenere lo storico ruolo di mediatore ospitando nel 2016 i colloqui di pace tra le parti in guerra. Tale iniziativa si lega alla volontà di abbassare la tensione tra il Consiglio di Cooperazione e Tehran, come dimostra l’incontro tra il ministro degli esteri kuwaitiano Sabah al-Khalid al-Hamad al-Sabah e il presidente iraniano Rouhani del 2017; l’iniziativa è stata, però, paradossalmente accolta con più freddezza dalle parti di Riyad che dal gigante persiano.

La freddezza saudita è stata ulteriormente alimentata dal progressivo avvicinamento tra il piccolo Paese del golfo e la Turchia di Erdogan. I due Stati hanno infatti firmato un piano di difesa comune per il 2019, che aggiunge l’ambito della difesa alla lunga lista di campi nei quali i due Paesi già cooperano da lungo tempo, primo fra tutti quello economico. Va sottolineato come la firma sull’accordo turco-kuwaitiano sia arrivata subito dopo il fallimento della missione dell’uomo forte saudita Mohammad bin Salman che aveva come scopo quello di trovare un compromesso sul contenzioso ancora in atto tra i due Paesi per la linea di confine.

Queste occasioni consegnano, come detto, il ritratto di un Paese che attraverso diverse direttrici svolge il ruolo di media potenza nella regione. Sarebbe però fuorviante appiattire l’azione del Kuwait a una cieca ricerca della neutralità. Bisogna quindi aggiungere ulteriori elementi al quadro generale, come la capacità di leggere il corso della storia e cambiare di conseguenza le proprie strategie e posizioni, come dimostrato dall’osservazione delle relazioni che il Kuwait intrattiene con le maggiori potenze mondiali.

Donald Trump accoglie l’Emiro del Kuwait alla Casa Bianca, settembre 2018. Fonte: wikimedia

Vecchi e nuovi alleati, le tensioni sino-americane e il nuovo gigante russo

Se in seguito alla guerra del Golfo del 1990-91 il Kuwait era a pieno titolo parte del mondo arabo alleato con Washington, negli ultimi anni si sono registrate due tendenze complementari: l’allentamento dell’alleanza con gli USA e la sempre maggiore vicinanza al neutralismo cinese e al ritrovato interventismo russo nella regione.

Se sulla carta e nelle dichiarazioni della leadership kuwaitiana Washington rimane il migliore alleato occidentale, alcune azioni intraprese recentemente dalla Casa Bianca stanno pesando negativamente sulle relazioni tra i due Stati. Ne sono un esempio le sempre più marcate posizioni pro-Israele e il crescente disinteresse americano nei confronti del teatro mediorientale. Nonostante il successo della visita dello scorso marzo del Segretario di Stato Mark Pompeo, la forte connessione con la causa del popolo palestinese e la paura che questo nuovo irrigidimento americano nei confronti dell’Iran possano avere ripercussioni sulla propria sicurezza stanno accentuando, come detto, la vocazione neutralista kuwaitiana.

Tale vocazione si sposa alla perfezione con l’atteggiamento cinese nella regione. Pechino, infatti, non avendo avuto un ruolo specifico negli ultimi vent’anni della storia mediorientale, sta concentrando i suoi sforzi sul piano economico. In particolare, il Kuwait è centrale nello sviluppo della nuova Via della Seta cinese: tra le altre infrastrutture, la costruzione della Silk City dovrebbe trasformare il Kuwait in un enorme hub commerciale.

La Russia di Putin, che sta riguadagnando negli ultimi anni le posizioni nella regione che furono dell’Unione Sovietica, ha interesse a staccare il Kuwait dal cordone sanitario americano predisposto attorno alla Siria e conta di raggiungere tale scopo proponendosi come alternativa a una Washington sempre più disinteressata. Allo stato attuale non si possono prevedere imminenti scossoni o cambi di campo, ma se la Lega Araba dovesse riabilitare il regime di Assad, è certo che il Kuwait metterebbe da parte qualsiasi pregiudiziale umanitaria, trovando nella Russia quelle certezze sulla sicurezza che Washington non riesce più a fornire.

Vladimir Putin e l’Emiro del Kuwait, Sochi, 2015. Fonte: President of Russia

Conclusioni

Se quindi il Kuwait è in questo momento uno dei pochi Paesi con rapporti diplomatico-commerciali con quasi tutti gli attori della regione, rimane una realtà isolata e per certi versi privilegiata in cui ha saputo sfruttare la propria sfortunata collocazione geopolitica per trovare ricette che premiassero l’equilibrismo e la capacità diplomatica.

Appare chiaro che per poter decifrare il complicato quadro mediorientale bisogna tenere ben presente l’azione politica kuwaitiana, che negli anni a venire potrebbe fornire segnali interessanti su come possa cambiare lo scenario locale e globale.

Fonti e approfondimenti

Jordaan E., “The concept of a middle power in international relations: distinguishing between emerging and traditional middle powers“, Politikon: South African Journal of Political Studies, Volume 30, 2003 – Issue 1

Meltem Müftüler Baç, “Middle Power“, Enciclopaedia Britannica

Freedom in the World, 2019: Kuwait

Karasik T., Ober T., “Kuwait’s Apprehension about Normalizing Relations with Syria“, Atlantic Council, May 21, 2019

The Economist, “Kuwaiti emir continues to play mediator role in Qatar crisis“, July 27th, 2017

Smith Diwan K., Kuwait: Finding Balance in a Maximalist Gulf, Arab Gulf States Institute in Washington, June 29, 2018

Heiran-Nia J., Khomarbaghi S., “Turkey And Kuwait: A New Regional Alliance?“, Lobe Log, Oct. 25, 2018

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