Gli USA in Jugoslavia

Gli USA in Jugoslavia
David Orlovic - wikimedia commons - CC-BY-SA 3.0

Durante la Guerra Fredda, anche le relazioni americano-jugoslave vennero determinate dal più ampio contesto delle relazioni Est-Ovest. Con il crollo dell’Unione Sovietica, simboleggiato dalla caduta del muro di Berlino, si impose però la necessità di ridefinire le relazioni a livello globale. Infatti, la fine della Guerra Fredda segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella politica mondiale, in cui al sistema dualistico USA-URSS si sostituì un quadro caratterizzato dalla frammentazione delle relazioni internazionali. Da un lato, gli Stati Uniti, “vincitori” nel confronto con l’Unione Sovietica, dovettero ripensare al proprio ruolo nella comunità internazionale. Dall’altro, la Jugoslavia si sgretolò a causa di spinte nazionaliste e conflitti interni, che sfociarono in sanguinosi conflitti armati.

L’Amministrazione Bush e la dissoluzione della Jugoslavia

Nel periodo tra il 1989 e il 1990, l’attenzione delle politiche dell’allora presidente G. H. W. Bush fu proprio incentrata sulle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica, sulla riunificazione della Germania e sulla crisi nel Golfo Persico, mentre la Jugoslavia perse l’importanza geostrategica di cui aveva goduto durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti mantennero perciò un atteggiamento attendista durante il dispiegarsi delle tensioni e dei conflitti nei Balcani, che esplosero in quegli anni. Bush espresse ripetutamente la sua riluttanza a intervenire nella regione, «non siamo i poliziotti del mondo», preoccupato del coinvolgimento delle truppe statunitensi su troppi versanti e convinto che fossero gli europei a doversi occupare del problema.

Nell’estate del 1991, alla vigilia delle dichiarazioni di indipendenza di Croazia e Slovenia, gli Stati Uniti inviarono il segretario di Stato James Baker a Belgrado per incontrare i leader jugoslavi e sollecitare una soluzione politica. ‎Gli USA si erano schierati apertamente a favore dell’unità territoriale jugoslava, anche perché temevano che le spinte nazionaliste avrebbero scaturito violenze e conflitti. Sebbene auspicassero una dissoluzione pacifica della Jugoslavia, come sottolineò Baker, gli USA non vollero essere coinvolti nel processo.

Pochi giorni dopo sarebbe iniziata la guerra di Slovenia, il primo dei conflitti armati che si sarebbero combattuti per tutto il decennio successivo. Il più sanguinoso di essi, la guerra di Bosnia, iniziò nel 1992 quando la Repubblica della Bosnia ed Erzegovina dichiarò la propria indipendenza. Le milizie serbo-bosniache iniziarono a rivendicare e occupare diversi territori del Paese fino all’assedio di Sarajevo, con operazioni di pulizia etnica basate su stragi e deportazioni.

Il mandato di Clinton 

Bill Clinton divenne presidente nel 1993. Profondamente impressionato dalla crisi umanitaria e dalle violenze, egli considerava quanto fatto fino a quel momento per la situazione Jugoslava come gravemente insufficiente, e promise in campagna elettorale di voler intervenire nella regione.

Inizialmente, l’amministrazione Clinton decise di intraprendere, contro il parere delle Nazioni Unite e dei principali alleati europei, un’azione di riarmo. In sostanza, il piano di Clinton lift and strike sarebbe stato di armare i mussulmani bosniaci, andando contro l’embargo militare ONU, in modo che potessero difendersi contro gli attacchi dei serbo-bosniaci. Tale idea venne però accantonata in breve tempo, perché non supportata da alcuno degli alleati europei degli Stati Uniti e tanto meno popolare tra i cittadini statunitensi. 

Da lì a poco, però, il susseguirsi di massacri e crimini di guerra resero necessario un nuovo intervento della comunità internazionale. Le forze ONU, impegnate in operazioni umanitarie, non furono in grado di gestire la situazione, e i massacri e le violenze che stavano avvenendo in Bosnia furono tali da spingere la comunità internazionale a un intervento armato. A quel punto, benché non fosse popolare tra i cittadini statunitensi né dotata di forte sostegno politico, Clinton intraprese la decisione di dare inizio a un intervento della NATO.

Srebrenica e la NATO

Uno degli episodi più noti della guerra di Bosnia fu il massacro di Srebrenica del luglio 1995 in cui vennero uccisi più di ottomila bosniaci musulmani, avvenuta sotto gli occhi dei caschi blu. A seguito di questo evento la comunità internazionale fu obbligata a rivedere la strategia adottata fino a quel momento nei confronti dei conflitti jugoslavi, basata principalmente su sforzi diplomatici e aiuti umanitari. In particolare, la mancanza di una strategia politica comune rese fallimentari gli sforzi delle Nazioni Unite di ridurre le violenze della guerra in Bosnia e sostenere i bosniaci mussulmani.

Dopo Srebrenica e i successivi sanguinosi attacchi verificatisi a Sarajevo, la NATO venne investita della responsabilità di far fronte alla situazione. Nel 1995, ebbe inizio l’operazione Deliberate Force, che in concreto implicò un bombardamento a tappeto della zona durato per circa due settimane, volto a destabilizzare le forze serbe e serbo-bosniache. L’operazione ebbe successo, e l’intervento delle forze USA-NATO pose fine al conflitto. Secondo molti studiosi, tale operazione ha rappresentato un punto di svolta chiave per la NATO (e indirettamente per la politica estera degli Stati Uniti) nell’era post sovietica, dato che ha investito la NATO di una nuova missione ed è stata tra le prime operazioni caratterizzate da un “dovere di intervenire” che sarebbe poi riemerso nella politica estera statunitense nei decenni successivi.

Gli Stati Uniti si videro poi protagonisti anche dei negoziati di pace successivi, che si tennero a Dayton (Ohio). Orchestrati da Richard Holbrooke, ex rappresentante permanente degli USA all’ONU, i negoziati previdero la creazione di una Bosnia “quasi federale” divisa in due entità: una federazione croato-bosniaca e una repubblica serba.

Un nuovo interventismo statunitense

Quando la Jugoslavia aveva cominciato a disgregarsi, l’amministrazione Bush aveva sperato di persuadere i vari attori a evitare le violenze e a procedere alla creazione di nuovi Stati indipendenti secondo un processo democratico. La Jugoslavia venne considerata, almeno all’inizio, una questione non prioritaria e i critici sostengono che gli Stati Uniti non riuscirono così a intraprendere i passi necessari a fermare l’escalation dei conflitti nella regione.

L’amministrazione Clinton, davanti alle violenze e alla crisi umanitaria, si schierò a favore di un intervento concreto. Inizialmente, tale intervento fu ostacolato da una mancanza di sostegno politico sia a livello domestico che estero, e Clinton venne tacciato di inesperienza e impulsivismo.

Quella in Bosnia si rivelò essere la campagna militare più intensa e prolungata condotta dagli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam, che diede una nuova raison d’être alla NATO e segnò l’inizio di una nuova stagione “interventista” per la politica estera del Paese.

 

Fonti e approfondimenti

Bonifati, Lidia. 2017. Jugoslavia: nascita e dissoluzione. Lo Spiegone.

Bonifati, Lidia. 2019. Gli attori non europei nei Balcani: Stati Uniti. Lo Spiegone.

Đorđević, Vladimir. 2012. Hesitant to Engage: US Intervention in the Balkans from Yugoslav Dissolution to the Kosovo Campaign. Středoevropské politické studie, 14(2–3), 227-247. Získáno z.

Kutsch, Tom, 2013. Interactive: US interventions post-Cold War. Interactive News. Al Jazeera.

Los Angeles Times. 1992. Bush Reluctant to Involve U.S. Troops in Yugoslavia.

Mandelbaum, Michael. Foreign Affairs. 1991. The Bush Foreign Policy | Foreign Affairs.

Reinman, Matt. 2017. Despite genocide and rape in Bosnia, U.S. intervention was a tough sell for the public. Timeline.

Oberdorfer, Don. 1993. A BLOODY FAILURE IN THE BALKANS. The Washington Post.

The New York Times (nytimes.com). 1991. CONFLICT IN YUGOSLAVIA; UNITED YUGOSLAVIA IS U.S. POLICY’S AIM (Published 1991).

The New York Times (nytimes.com). 1992. THE 1992 CAMPAIGN: The Republicans; CLINTON ATTACKED ON FOREIGN POLICY.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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