Le dottrine di intervento statunitensi nelle crisi dei primi anni Novanta

Le dottrine di intervento statunitensi nelle crisi dei primi anni Novanta
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La fine della Guerra Fredda e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica, portarono a conclusione l’esperienza del mondo bipolare e la sua conseguente distribuzione e bilanciamento del potere. Gli Stati Uniti, prima potenza militare ed economica, furono considerati dalla comunità internazionale di allora il traino del sistema internazionale. Con questo articolo iniziamo un progetto dedicato alle crisi dei primi anni Novanta e a come gli Stati Uniti scelsero, o meno, di intervenire militarmente in alcuni Paesi: Cambogia, Jugoslavia, Ruanda e Somalia.

Le “nuove guerre”

La Guerra Fredda aveva congelato e tamponato una serie di problematiche legate alla gestione del potere, del sottosviluppo economico e dell’aumento esponenziale di corruzione ed inefficienza, soprattutto in alcuni Paesi dell’Africa e dell’Est Europa. Queste problematiche esplosero con estrema violenza in seguito al crollo del muro di Berlino e definirono un profondo cambiamento nel controllo della guerra da parte dello Stato che, da allora, non fu più l’unico attore in gioco. In queste guerre, infatti, i combattimenti non avvennero più esclusivamente tra eserciti, ma tra un esercito statale da un lato e dall’altro milizie e guerriglie paramilitari. La violenza inoltre, fu diretta principalmente contro i civili, con l’obiettivo di far crollare lo Stato stesso e imporre un nuovo ordine politico.

La professoressa Mary Kaldor definisce queste guerre con l’aggettivo “nuove”, non solo per i diversi attori coinvolti e le diverse tecniche di combattimento impiegate, per cui potremmo definire questi conflitti come “post-moderni”. Secondo Kaldor, queste guerre devono essere comprese in un contesto che è altrettanto rinnovato: quello della globalizzazione. Per globalizzazione dobbiamo intendere l’intensificarsi dell’interconnessione globale – politica, economica, militare e culturale – e quindi il carattere mutevole dell’autorità politica.

Questa nuova tipologia di combattimento e il contesto storico-economico in cui nacque, pose dei problemi significativi all’interno del Consiglio di Sicurezza, perché l’ONU ha il compito di intervenire per garantire la pace e non per imporla. Fino ad allora infatti, l’ONU era intervenuta in missioni di peace keeping, il cui scopo è il mantenimento di un già raggiunto cessate il fuoco e le truppe sono dotate di un armamento leggero, in quanto non si prevedono combattimenti.

A partire dal 1991 però, ci fu un picco immediato nella richiesta di invio dei Caschi blu, i soldati ONU, per la risoluzione di queste “nuove guerre”. Le Nazioni Unite, per garantire comunque una loro risposta, misero in atto le cosiddette operazioni di terza generazione, in cui i soldati sarebbero intervenuti con o senza il consenso dei belligeranti e con il fine di imporre militarmente la pace.

Queste operazioni, più note con il nome di missioni di peace enforcement, richiedevano tuttavia un numero di uomini e mezzi a cui l’ONU non poteva far fronte da sola, soprattutto perché i teatri di guerra in cui dover intervenire erano multipli e contemporanei. Vista la loro egemonia militare, fu spontaneo guardare agli Stati Uniti come possibili attori protagonisti della risoluzione di queste guerre. Tuttavia, la risposta statunitense non fu entusiasta, nè tanto meno rapida, soprattutto perché c’era un vuoto concettuale da riempire per giustificare dei nuovi interventi.

Il “dopo” guerra del Golfo

La prima delle guerre combattute dagli USA dopo il crollo del mondo bipolare, fu la guerra del Golfo, supportata e quindi programmata militarmente, della dottrina Powell-Weinberger. Questa dottrina nacque dalla volontà del Pentagono di comprendere cosa non avesse funzionato in Vietnam e come regolare quindi i futuri impegni militari statunitensi, cercando di superare la cosiddetta “Vietnam Syndrome”, che bloccava di fatto qualsiasi futura volontà di responsabilità militare da parte degli Stati Uniti.

Secondo Colin Powell, uno dei due ideatori della dottrina, le truppe statunitensi in Vietnam non avevano un chiaro obiettivo finale e quindi degli obiettivi da seguire. Inoltre, era mancato un chiaro nesso tra la volontà del governo e quella dell’opinione pubblica, il cui supporto al conflitto era essenziale per Powell. La forza militare non avrebbe più potuto essere esercitata a caso quindi, ma solo in situazioni di necessità, con tempi del conflitto chiari fin dall’inizio. 

Questa dottrina fu applicata alla lettera durante la guerra del Golfo, soprattutto perché funzionale per quel tipo di conflitto, combattuto contro un altro Stato, quindi simmetrico. Questa situazione però, dopo la guerra del Golfo, non si ripeté più per gli Stati Uniti. Le sfide successive, le nuove guerre appunto, furono e oggi sono asimmetriche, e la dottrina Powell-Weinberger presto non fu più applicabile.

Con questo quadro storico, è più chiaro comprendere come i generali del Pentagono fossero riluttanti all’idea che gli Stati Uniti si lasciassero coinvolgere negli interventi di peace enforcement voluti dall’ONU. Si venne a creare, per la prima volta a partire da quegli anni, una dicotomia tra come gli Stati Uniti volevano intervenire in un conflitto e la realtà dei conflitti stessi, che richiedevano una gestione militare nuova e incerta nei tempi di risoluzione. Dalla presidenza Clinton e in modo più aggressivo nel corso degli anni fino ad arrivare alla dichiarazione del 2002 del presidente George W. Bush di voler attaccare l’Iraq, ci fu una frattura sempre più ampia tra l’unitarietà degli USA e l’appoggio che l’ONU avrebbe invece voluto.

Dal multilateralismo assertivo al multilateralismo selettivo

Nel 1992 Bill Clinton vinse le elezioni presidenziali, senza alcuna intenzione di voler iniziare un’attiva politica estera fatta di rinnovati impegni militari, ma puntando invece sull’agenda interna e soprattutto economica. Secondo Clinton infatti, una crescita economica sostenuta e lo sviluppo della globalizzazione, sarebbero stati una buona ricetta per gli Stati Uniti. Il presidente neo eletto aveva una scarsissima esperienza in politica estera e, cosa ancora più grave per gli ambienti militari statunitensi di allora, aveva evaso la leva obbligatoria saltando la guerra in Vietnam perché aveva ottenuto una borsa di studio per l’università di Oxford.

I suoi consiglieri per la politica estera però, avevano un approccio decisamente differente. Tra questi, l’allora ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Madeleine Albright. Membro del Consiglio di sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Madeleine Albright sviluppò negli anni Ottanta il concetto di “multilateralismo assertivo”, secondo il quale se gli Stati Uniti non avevano più la volontà politica né le risorse per agire come poliziotto globale, era nell’interesse statunitense formare delle coalizioni per farlo. 

Questo modello di interventismo si prestava bene al differente ruolo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere nelle nuove missioni a fianco dell’ONU. Come vedremo nell’articolo dedicato al conflitto in Somalia, l’approccio del multilateralismo assertivo fu utilizzato proprio in questo Paese, prima dall’amministrazione di George H. W. Bush e poi di Clinton.

Il multilateralismo assertivo, tuttavia, non convinse mai pienamente l’apparato militare statunitense, soprattutto per i risultati che stava dando in Somalia. Il Pentagono, così come alcuni esponenti del partito repubblicano, ritenevano che questa nuova dottrina di intervento implicasse l’intento dell’amministrazione Clinton di subappaltare la politica estera degli Stati Uniti alle Nazioni Unite. Richard Nixon la definì come una dottrina che già solo dal suo nome aveva un “linguaggio incomprensibile”. 

Ciò che distinse gli anni di presidenza Clinton che coincisero con lo scoppio di queste nuove tipologie di conflitti, fu l’incapacità del presidente di gestire un dualismo molto vivo nella politica estera statunitense: l’ambito militare e quello politico. Da un lato infatti, il Pentagono rimase sempre contrario a combattere guerre in coalizione e incerte da un punto di vista temporale; dall’altro lato, l’amministrazione e in primo luogo Madeleine Albright erano fermamente convinte che gli Stati Uniti avrebbero dovuto non solo partecipare a questi conflitti, ma essere anche una guida ideologica al fianco dell’ONU in quei processi che da allora, presero il nome di nation building, cioè la creazione di un nuovo Stato.

Dopo aver utilizzato la logica del multilateralismo assertivo per anni (1991-1994), l’amministrazione Clinton decise di abbandonarla visto il suo scarso successo e da allora venne meno il legame tra il ruolo delle Nazioni Unite e quello degli Stati Uniti. L’amministrazione Clinton scelse quindi un altro approccio, quello del multilateralismo selettivo, al motto di: “multilateral when we can, only lateral when we must”. Multilaterali quando possiamo, unilaterali quando dobbiamo. 

 

Fonti e approfondimenti:

Boys, James D. “A Lost Opportunity: The Flawed Implementation of Assertive Multilateralism (1991-1993)”. European Journal of American Studies, primavera 2012, vol. 7, n. 1.

Devin, Guillaume e Placidi-Frot, Delphine. “ Les évolutions de l’ONU: concurrences et intégration”. Critique internationale-Presses de Sciences Po, 2011, n. 53, pp. 21-41.

Kaldor, Mary. “New & old Wars. Organised violence in a global era”. Polity Press, Cambridge, UK, 2012.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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