Gli Stati Uniti in Ruanda

U.S. Army Southern European Task Force, Africa - flickr.com - CC BY 2.0

Questo articolo, parte del progetto sulle dottrine di intervento degli Stati Uniti nelle guerre degli anni Novanta, vuole descrivere l’atteggiamento politico che l’allora amministrazione Clinton adottò prima e subito dopo il genocidio in Ruanda.

Tra il 1990 e il 1993

Il Ruanda è uno Stato della regione dei Grandi Laghi, senza sbocco sul mare, circondato a nord dall’Uganda, a est dalla Tanzania, a sud dal Burundi e a ovest dalla Repubblica Democratica del Congo.

Prima che il Paese ottenesse l’indipendenza dal Belgio nel 1962, il gruppo etnico dei Tutsi, che costituiva la minoranza della popolazione, aveva goduto di uno status privilegiato rispetto alla maggioranza, costituita dall’etnia degli Hutu. Questo era dovuto al fatto che durante la colonizzazione, il Belgio alimentò le differenze socio-economiche preesistenti tra i due gruppi. In Africa infatti, prima del periodo coloniale, il concetto di etnia non era presente e, nel caso specifico, gli Hutu e i Tutsi costituivano al contrario due classi sociali. Il genocidio del 1994, non fu il frutto di un odio ancestrale tra Hutu e Tutsi, ma nacque su paradigmi imposti dalla politica di radicalizzazione etnica messa in atto durante la colonizzazione tedesca e poi belga.

Al momento dell’indipendenza dal Belgio, un referendum pose fine alla Monarchia tutsi e le elezioni inaugurarono tre decenni di dominio hutu, sotto il quale i Tutsi furono sistematicamente discriminati e periodicamente sottoposti a ondate di uccisioni.

Nel 1990, un gruppo di esuli armati, principalmente tutsi, che si erano raggruppati al confine con l’Uganda, invase il Ruanda. Negli anni successivi i ribelli, conosciuti come il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), guadagnarono terreno contro le forze governative hutu. Nel 1993 la Tanzania mediò i colloqui di pace, che portarono a un accordo di condivisione del potere noto come gli accordi di Arusha. Secondo i suoi termini, il governo ruandese accettò di condividere il potere con i partiti di opposizione hutu e la minoranza tutsi.

Per comprendere le scelte politiche dell’amministrazione statunitense nei confronti del Ruanda durante il genocidio, bisogna risalire proprio a questo periodo, ovvero all’ottobre del 1993. Fu allora che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decise di inviare una missione di pace in Ruanda per supervisionare l’attuazione degli accordi di pace di Arusha. Gli Stati Uniti ritennero questa scelta difficile da appoggiare. Due giorni prima del voto sulla missione in Ruanda infatti, diciotto soldati americani furono uccisi in Somalia in uno degli episodi militari più umilianti della storia statunitense. L’amministrazione Clinton era quindi molto riluttante a inviare un’altra missione di pace in Africa.

UNAMIR

Il risultato finale fu quindi un compromesso. Mentre gli USA volevano garantire solo una forza simbolica di 100 soldati, sebbene il generale Romeo Dallaire, comandante della missione, ne chiedesse almeno 4.500, l’ONU decise di schierare 2.548 caschi blu. Il 5 ottobre 1993, il Consiglio di Sicurezza adottò la risoluzione 872, che creò ufficialmente l’UNAMIR, la missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda (United Nations Assistance Mission for Ruanda).

Oltre alla reticenza iniziale degli Stati Uniti, basata su proprie considerazioni interne, la missione ONU apparve da subito sottofinanziata, con gravi carenze in termini di armi, munizioni, veicoli e carburante. Dallaire non mancò mai di evidenziare che la mancanza maggiore fosse il personale: a parte i 450 peacekeepers belgi, tutti gli altri contingenti provenivano da Paesi in via di sviluppo (Ghana, Bangladesh, Tunisia) e avevano pochissima formazione, esperienza operativa e disciplina militare.

Nei mesi seguenti, mentre le tensioni aumentavano nelle strade di Kigali, il Belgio chiese un rafforzamento dell’UNAMIR. Anche se la situazione sul terreno si stava deteriorando notevolmente, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna bloccarono qualsiasi iniziativa in questa direzione per paura di un aumento dei costi e di un prolungamento della missione che avrebbe messo ulteriormente in pericolo la vita dei caschi blu.

PDD 25

L’amministrazione Clinton, dopo l’esperienza in Somalia, voleva mettere a punto una nuova politica che poneva rigide condizioni al sostegno degli Stati Uniti alle future operazioni di peacekeeping. Il compito fu affidato a Richard Clarke, membro del National Security Council e assistente speciale del presidente Clinton. Resa pubblica il 5 maggio 1994, un mese dopo l’inizio del genocidio in Ruanda, la direttiva di decisione presidenziale 25 (PDD 25) richiedeva che per la partecipazione degli Stati Uniti, qualsiasi missione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto: costituire una risposta certa alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale, promuovere gli interessi americani con un rischio accettabile e avere adeguate procedure di comando e controllo oltre che una sostanziale strategia di uscita. 

Secondo il rappresentante David Obey (Democratico-Wisconsin), la direttiva presidenziale costituiva il desiderio del popolo americano per “un grado zero di coinvolgimento, zero di rischio e zero di dolore e confusione” nelle missioni di pace. «Molti sostengono che la PDD 25 era un qualcosa di malvagio, progettata per uccidere il mantenimento della pace, quando in realtà era lì per salvare il mantenimento della pace», disse Clarke. «Il mantenimento della pace era quasi morto».

6 aprile 1994

In questa data la situazione in Ruanda precipitò fino a un punto di non ritorno. Quel giorno il jet Mystère Falcon con a bordo il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e il presidente burundese Cyprien Ntaryamira, fu abbattuto da un missile a Kigali, capitale del Paese. A poche ore dall’accaduto, le milizie hutu presero il controllo delle strade della città e, in risposta alle uccisioni iniziali da parte del governo, i ribelli tutsi del Fronte patriottico ruandese ripresero la loro guerra civile contro il regime hutu. Dal 7 aprile in poi l’esercito controllato dagli Hutu, la gendarmeria e le milizie compirono una persecuzione e uccisione sistematica con il fine di sterminare l’etnia tutsi. La radio governativa Mille Colline fu utilizzata per trasmettere nomi, indirizzi e persino numeri di targa dell’etnia considerata nemica, incitando gli Hutu a uccidere “gli scarafaggi”.

Il genocidio, perpetrato a colpi di machete, causò tra 800.000 e 1 milione di morti. Su una popolazione di allora 7.300.000 abitanti, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese sono di 1.074.017 vittime in 100 giorni.

Nominare una responsabilità

Gli Stati Uniti presero la decisione di ritirare il loro personale diplomatico e i propri cittadini dal Ruanda il 7 aprile. Prudence Bushnell, assistente dell’allora Segretario di stato Warren Christopher, ebbe il compito di organizzare l’evacuazione dei cittadini statunitensi dal Paese e ricorda: «Sentivo fortemente che il mio primo obbligo era verso gli americani. Mi dispiaceva per i ruandesi, naturalmente, ma il mio compito era quello di portare via i nostri. D’altra parte, la gente non sapeva che si trattava di un genocidio. Quello che mi è stato detto è stato: “Guarda, Pru, queste persone [gli Hutu e i Tutsi] lo fanno di tanto in tanto. Pensavamo che saremmo tornati subito”».

Nei giorni successivi, agli Stati Uniti fu chiesto di intervenire per fare operazioni di interferenza radiofonica su Radio Mille Colline, ma la risposta fu negativa. Il Pentagono la riteneva un’operazione superflua in termini di costi-benefici: troppo costosa e inutile se non supportata da un’intervento militare adeguato. Quando Prudence Bushnell sollevò di nuovo il problema del disturbo radio durante una riunione, un funzionario del Pentagono la rimproverò di ingenuità: «Pru, le radio non uccidono la gente. La gente uccide la gente!».

L’impegno degli Stati Uniti fu concentrato invece, per convincere gli altri membri del Consiglio di Sicurezza a ridurre al minimo il numero dei caschi blu in Ruanda. La risoluzione 912 del 21 aprile 1994 ricompensò gli sforzi statunitensi: si decise di ridurre al minimo il numero delle truppe dell’UNAMIR. La missione non avrebbe avuto dunque, un ruolo importante nella protezione dei civili e nel fermare la violenza. La definizione della natura genocida degli eventi nella retorica internazionale non avvenne fino alla fine del mese di aprile. In modo particolare, i funzionari statunitensi evitarono l’uso di quella che divenne nota come “the G-word”, la parola G. Scegliere di impiegare la parola genocidio, avrebbe obbligato infatti gli Stati Uniti ad agire secondo i termini della Convenzione sul genocidio del 1948. Essi credevano, inoltre, che nominare il crimine e poi non fare nulla per fermarlo avrebbe danneggiato molto la propria credibilità.

Durante i tre mesi del genocidio, Clinton non riunì i suoi consiglieri politici per discutere della situazione in Ruanda. Per gli Stati Uniti, il Paese africano non costituiva un’urgenza, né un interesse particolare in termini politici, securitari ed economici. Il presidente e i membri della sua amministrazione, scelsero di ritenere prioritario allora, l’impegno degli USA in Bosnia, secondo quelli che erano i propri interessi. Il presidente Clinton poi, non era particolarmente interessato agli affari internazionali se non nella misura in cui potessero essere considerati una preoccupazione interna. Sarebbe stato necessario un certo grado di clamore pubblico e congressuale per catturare la sua attenzione. Tuttavia, sebbene con alcune eccezioni al Congresso, non ci fu alcun contrappeso congressuale all’indifferenza dell’amministrazione nei confronti del Ruanda.

 

Fonti e approfondimenti

Adam, Jean-Philippe. 2009. “Du pareil au même? La politique étrangère américaine lors du génocide au Rwanda de 1994 et celui au Darfour depuis 2004”. Tesi di laurea, facoltà di Scienze Politiche. Università del Québec, Montréal.

Blanton, Tom e Willard, Emily. 2015. “1994 Rwanda Pullout Driven by Clinton White House, U.N. Equivocation. National Security Archive Electronic Briefing Book no. 511.

Burkhalter, Holly J. “The question of genocide: the Clinton Administration and Rwanda”. In World Policy Journal, Vol. 11, N. 4 (Inverno 1994,1995), pp. 44-54.

Dallaire, Roméo. 2003. Shake Hands With the Devil. The Failure of Humanity in Rwanda. Toronto: Random House.

Power, Samantha. 2001. “Bystanders to Genocide”, The Atlantic.

Rak, Julianna. 2019. “Humanity Betrayed: The Clinton Administration’s Failure to Intervene in the Rwandan Genocide”. Trinity University, Dublino.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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