Burundi: alla costante ricerca della democrazia

Incuneato tra potenti vicini, affacciato sul lago Tanganica con un territorio poco più esteso del Piemonte, troviamo il Burundi. Un Paese simile per composizione etnica, culturale e linguistica al vicino e ben più famoso Ruanda, e come quest’ultimo caratterizzato da forti tensioni etniche tra hutu e tutsi spesso sfociate in violenti conflitti.

Nel cuore dell’Africa incontaminata

Non si sa molto dell’area dei Grandi Laghi prima dell’arrivo degli esploratori inglesi. Fin dalla sua scoperta la zona fu oggetto di grandi esplorazioni, anche se con le dovute cautele, essendo temuta per la sua natura selvaggia e incontaminata. Nonostante tutto le tradizioni orali ci raccontano della nascita, nel territorio dell’attuale Burundi all’incirca nel 1680, di un regno guidato da Ntare Rushatsi, capostipite della dinastia dei Baganwa. Il regno, retto da un re e da una classe di principi, si dotò di una struttura gerarchica basata su diverse classi: coloro che venivano chiamati tutsi erano i più ricchi e generalmente proprietari di schiavi, seguivano poi gli hutu che erano perlopiù contadini, e infine al livello più basso si collocavano i twa, in maggioranza cacciatori e raccoglitori. Si trattava di una divisione di classe, non etnica. Infatti tutti questi gruppi, al momento della colonizzazione, condividevano uguali usi, tradizioni, cultura e lingua (il bantu).

Dalla Germania al Belgio: l’indirect rule

Dopo essere stati oggetto di esplorazioni, il Burundi e il Ruanda vennero definitivamente conquistati dalle truppe tedesche nel 1884, per poi, in seguito, essere annessi al protettorato dell’Africa Orientale Tedesca che includeva anche la Tanganika (oggi parte della Tanzania). Durante la Prima guerra mondiale il Burundi fu invaso dalle truppe belghe di stanza nella vicina Repubblica Democratica del Congo e al termine del conflitto la Società delle Nazioni decise di affidare al Belgio, grazie al sistema dei mandati, i territori del Burundi e del Ruanda che presero il nome di Ruanda-Urundi. Il controllo del Belgio proseguì anche dopo la Seconda guerra mondiale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

L’amministrazione coloniale tedesca e poi successivamente quella belga furono molto simili. Entrambe le potenze coloniali agirono attraverso l’indirect rule, un controllo indiretto del territorio, incorporando le autorità locali nel sistema di governo coloniale garantendo loro, in cambio di servigi, una serie di benefici. I tutsi, in quanto ceto più istruito, furono scelti per svolgere questo compito. Da qui iniziò la radicalizzazione delle divisioni tra hutu e tutsi che venne fomentata dal regime coloniale. È inevitabile quindi che per molti hutu la lotta per l’indipendenza non sia semplicemente una lotta per porre fine alla colonizzazione belga, ma anche per porre termine al potere dei despoti locali, i tutsi.

1962: l’indipendenza

L’indipendenza dal Belgio venne ottenuta nel 1962. Le elezioni, sia immediatamente prima che dopo l’indipendenza, furono vinte dall’Union pour le Progrès National (UPRONA), guidata da un principe locale, Louis Rwagasore, il quale però venne ben presto assassinato dall’opposizione, dando così avvio ai primi conflitti etnici nel Paese.

Nel 1966 iniziò una spirale di colpi di Stato, tutti condotti da tutsi. Il primo a prendere il potere fu Micombero che escluse rapidamente dalla competizione politica tutti gli altri gruppi. Nel 1982, invece, fu destituito da Bagaza, mentre nel 1987 fu la volta di Buyoya. Ma i giochi di palazzo erano ben lontani dai reali sentimenti della popolazione, in maggioranza hutu, e i regimi si servirono di una forte repressione militare per silenziare le proteste popolari sempre più diffuse. Nel 1972, ad esempio, l’esercito pose fine a una ribellione degli hutu nelle province meridionali, causando la morte di circa 100-150.000 hutu e la fuga di altri 150.000 negli Stati vicini, lo Zaire e la Tanzania, in particolare. I drammatici eventi sono ricordati dalla popolazione locale con il nome di ikiza, la catastrofe. A questo eccidio ne seguirono altri nel giro di pochi anni, nel 1988, 1991 e 1992, tutti quanti con un elevato numero di morti e di rifugiati.

Il fallimento della democratizzazione

Negli anni ’90 anche il Burundi fu oggetto di pressioni da parte della comunità internazionale, affinché le sue strutture diventassero più democratiche aprendosi alla competizione pluripartitica. Il primo tassello verso la democrazia fu l’insediamento, nel 1988, di un governo di unità nazionale formato da 12 ministri hutu e 12 tutsi e guidato da un primo ministro hutu. Buyoya, però, al contempo accentrò nelle proprie mani oltre alla carica di presidente della Repubblica anche le funzioni di ministro della difesa. Inoltre, ministeri chiave come la giustizia e l’interno, oltre alla guida della polizia e dell’esercito rimasero sotto il controllo dei tutsi. Nonostante tutto nel 1992 venne stesa e poi adottata la nuova Costituzione che vietava la formazione di partiti su base etnica e li obbligava a ottenere firme da ognuna delle nove province del Paese per poter partecipare alle elezioni.

Infine, nel giugno del 1993, si tennero le prime elezioni democratiche della storia del Paese. Ndadaye, hutu, candidato del Burundian Democratic Front (FRODEBU) ottenne il 65% dei consensi, venendo così eletto presidente. Il suo partito ottenne la maggioranza dei seggi in Parlamento (65 su 81), mentre i restanti vennero assegnati all’UPRONA. Ma ancora una volta la stabilità durò ben poco: Ndadaye venne assassinato dopo soli tre mesi di presidenza e in tutto il Paese esplosero forti tensioni etniche che diedero avvio a una violenta guerra civile che si concluderà solamente nel 2005. Si stima che essa abbia causato più di 300.000 morti, la fuga di circa un milione di persone e centinaia di migliaia di rifugiati interni.

Nel frattempo, l’UPRONA approfittò della morte di Ndadaye per riconquistare il potere, ma il 6 aprile del 1994 il suo leader, Niayamira, e Habyarima, presidente del Ruanda, morirono in un misterioso incidente aereo, gettando i rispettivi Paesi nel caos. Nel tentativo di contenere le violenze venne creato un governo di coalizione, la cui fine fu determinata, nel 1996, dal secondo colpo di Stato di Buyoya.

Un nuovo tentativo di democrazia

Le trattative per riportare la pace nel Paese furono avviate nel 1999 quando Nelson Mandela venne posto a capo di un gruppo di mediatori. Nel 2000 i negoziati portarono alla firma dell’Arusha Peace and Reconciliation Agreement, mentre due anni dopo a Pretoria fu raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco tra il governo tutsi e il maggiore gruppo di ribelli hutu, il Conseil National pour la Défense de la Démocratie-Forces pour la Défense de la Démocratie (CNDD-FDD) che si trasformò in partito politico. A ciò si accompagnò l’avvicendamento alla presidenza tra Buyoya e Ndayizeye, leader del FRODEBU. Infine, nel 2004 il Burundi Power-Sharing Agreement sancì un power sharing del potere politico tra hutu e tutsi e l’approvazione di una nuova Costituzione che riconosceva il sistema multipartitico. Nel 2005 ebbero luogo le prime elezioni democratiche dopo il 1993. Il CNDD-FDD ottenne il 58% dei seggi, 12 dei 20 ministri e il suo leader, Nkurunziza, fu eletto presidente dalle due camere del Parlamento.

Ma nuove tensioni sono esplose nel 2015 quando Nkurunziza, dopo aver vinto anche la tornata elettorale del 2010, ha annunciato pubblicamente la sua decisione di ricandidarsi per la terza volta, contravvenendo al limite dei due mandati stabilito nell’articolo 96 della Costituzione. Il presidente ha giustificato la sua decisione sostenendo che la sua prima elezione era stata determinata dal voto del Parlamento e non dal popolo, come invece previsto dalla Costituzione. In reazione a ciò 304 associazioni della società civile burundese hanno lanciato la citizens campaign against the third term e nel giro di pochi mesi è stata firmata una petizione contro la ricandidatura di Nkurunziza. Ancora una volta non è mancata la violenza al fine di sedare le manifestazioni popolari: in un anno si contano tra gli 800 e i 900 morti, oltre a un tentativo di colpo di Stato fallito. Inoltre, a lanciare ombre sempre più lunghe sulla tenuta della democrazia burundese ha contribuito la decisione della Corte costituzionale di non condannare l’azione del presidente, rafforzando il sospetto di pressioni politiche e manipolazioni. Le elezioni del 21 luglio 2015, che confermavano ancora una volta Nkurunziza con il 69% dei voti, sono state boicottate dall’opposizione. La partecipazione popolare è stata molto bassa: solo circa il 30% degli aventi diritto si è recato alle urne.

2020: un futuro incerto

Il clima politico, economico e sociale in cui il Paese quest’anno si avvia alle elezioni è molto teso. Le violazioni dei diritti umani sono continue e le libertà sono spesso messe in discussione dagli organi governativi. La povertà è dilagante e le proteste che si sono intensificate dopo la decisione di Nkurunziza di ricandidarsi sono state sistematicamente represse nel sangue. Molti attivisti sono stati catturati, altri sono scomparsi. Inoltre, un referendum nel 2018 ha allungato la durata della carica presidenziale a sette anni e un emendamento darà la possibilità a Nkurunziza di candidarsi anche alla prossima tornata elettorale, nonostante abbia già governato per tre mandati.

 

Fonti e approfondimenti

Burundi: democracy and peace at risk, Africa Report n°120, International Crisis Group, 30/11/2006

M. Gebremichael, A. A. Kifle, A. Kidane, H. Wendyam, Burundi conflict insight, Institute for Peace and Security Studies (IPSS), 01/02/2018

P. Uvin, Ethnicity and Power in Burundi and Rwanda: Different Paths to Mass Violence, Comparative Politics, Vol.31, N°3 (aprile 1999) pagine 253-271

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