L’eredità delle crisi degli anni Novanta sulle future scelte della politica estera statunitense

U.S. Army Southern European Task Force, Africa - Licenza CC BY-2.0

Con questo articolo termina il progetto dedicato alle crisi degli anni Novanta e al modo in cui gli Stati Uniti hanno deciso o meno di intervenire. L’atteggiamento politico adottato dall’amministrazione Clinton durante queste crisi ha avuto delle conseguenze sulle successive sfide della politica estera statunitense? Il periodo storico in cui queste guerre rientrano (1991-2001) ha costituito un’eccezione o un continuo all’interno del cosiddetto Foreign Policy Establishment?

Guerre omeopatiche

Riflettere su queste domande e provare a dare delle risposte ci aiuta a comprendere meglio un periodo storico della politica estera statunitense reso spesso opaco dal dibattito politico, che tende a inquadrarlo come tutto sommato disteso dal punto di vista del coinvolgimento militare statunitense nelle guerre dei primi anni Novanta. Guardare da vicino questo arco temporale della storia della politica estera statunitense, però, può insegnarci soprattutto a non commettere un errore tanto comune quanto ingenuo, giustificato forse dal modo stesso attraverso il quale la politica statunitense ama raccontarsi e, ancor di più, editarsi: una linea perfetta e semplificatrice, che divide il bianco dal nero, i “cattivi” dai “buoni”. La narrazione, ormai un po’ stanca, per cui il Partito repubblicano abbia il ruolo del guerrafondaio e sia prono alle leggi del Pentagono e, invece, il Partito democratico sia il garante della tutela internazionale dei diritti umani, che se sceglie la guerra lo fa solo in funzione di questi.

Le crisi dei primi anni Novanta di cui abbiamo scritto sono considerate da analisti e commentatori “guerre umanitarie” o, secondo la dicitura delle Nazioni Unite, guerre di peacekeeping, peace enforcement, a seconda proprio della stabilità e della pace che si doveva mantenere o rafforzare in un Paese specifico. La parola “guerra” però, ha un suo proprio peso specifico che non viene meno se le affianchiamo l’aggettivo “umanitaria” e le atrocità perpetrate in Ruanda o in Jugoslavia sono una più che viva testimonianza di questo. 

La storica statunitense Marilyn B. Young, che ha definito questi conflitti “guerre omeopatiche”, spiega come dal punto di vista degli Stati Uniti, di chi vive in questo Paese, questo periodo abbia costituito un ulteriore tassello di quella che lei definisce una “guerra permanente” in cui gli USA sono spesso i protagonisti. Anche se non intervengono direttamente nel conflitto, chiarisce la Young, le amministrazioni fanno della guerra la base della storia statunitense.

Una parte del tutto

La professoressa di diritto e storica statunitense Mary L. Dudziak, nel suo libro War time: An idea, its history, its consequences, spiega come noi abbiamo la propensione a credere che ci siano due tipi di tempo, il tempo di guerra e il tempo di pace e che la storia consista nel passare da un tipo di tempo al successivo. L’inizio di una guerra è l’apertura di un’era che, per definizione, giungerà alla fine. Quando guardiamo la linea temporale completa dei conflitti militari statunitensi, tuttavia, comprese le “piccole guerre” e le cosiddette guerre dimenticate, come la guerra di Corea, non restano poi molti anni di tempo di pace. Questo ci mostra che la guerra non è un’eccezione al normale tempo di pace, ma piuttosto una condizione duratura, un’attitudine proattiva che gli Stati Uniti hanno nei confronti del potere militare e che li porta, quindi, a normalizzarla e integrarla nella propria cultura.

È in quest’ottica che dovremmo guardare al periodo delle crisi dei primi anni Novanta che per gli Stati Uniti ha costituito un continuum nell’impegno di spesa militare.  Esso fu mantenuto costante sia rispetto al periodo storico precedente, la Guerra Fredda, sia rispetto al periodo successivo, quello dell’11 settembre e della “guerra al terrore”. Nonostante la fine della Guerra Fredda, infatti, i leader politici che si sono succeduti da quel momento a oggi, hanno sempre detto “sì” al potere militare. Anche durante il periodo storico che abbiamo esaminato, dal 1992 al 1999, l’amministrazione Clinton scelse di mantenere una spesa economica in campo di armamenti più che costante, anche se essa scelse poi, al tempo stesso, di non intervenire in alcuni dei conflitti di quegli anni, come in Ruanda.

Ad oggi, tenuto conto dell’andamento dell’inflazione nel corso degli anni, il budget di spesa del Pentagono è pari al 12% in più rispetto agli anni della Guerra Fredda, nonostante gli Stati Uniti si siano ritirati anche dal conflitto più lungo e più costoso: quello in Afghanistan. Non solo. Nel 2021, i fondi destinati al nucleare militare sono aumentati per la prima volta dai tempi della Guerra Fredda.

Foreign Policy Establishment

Durante un intervento pubblico alla St. John Arena dell’Università statale dell’ Ohio, l’allora segretario di Stato Madeleine Albright, il segretario alla Difesa William S. Cohen e il consigliere per la sicurezza nazionale Samuel R. Berger, spiegarono ai presenti in che modo gli Stati Uniti stessero valutando un’azione militare contro il regime di Saddam Hussein per la sua mancata collaborazione con i tecnici dell’UNSCOM, United Nation Special Commission, incaricati di verificare la presenza di armi di distruzione di massa, chimiche e nucleari, in Iraq e di procedere al disarmo di queste, tramite ispezioni nel Paese e prevedendone la distruzione, la rimozione o la neutralizzazione. Al termine dell’intervento, durante il momento del dibattito, uno dei presenti prese la parola e si disse sorpreso dall’eventuale scelta dell’amministrazione Clinton, reticente negli anni precedenti a impegnarsi nei conflitti umanitari. Madeleine Albright, tra le prime promotrici di una “lega delle democrazie” che avrebbe dovuto promuovere gli ideali liberali nelle relazioni internazionali, gli rispose così: «Non stiamo parlando di fare una guerra, ma di utilizzare la forza». 

Se ricordiamo la difficoltà che ebbe l’amministrazione Clinton nel definire “genocidio” la guerra in Ruanda e che la guerra in Kosovo non fu mai stata definita tale dalla stessa amministrazione, la risposta della Albright non dovrebbe poi sorprenderci troppo.

«Gli ideali hanno importanza solo quando hanno a che fare con gli interessi statunitensi» spiega l’autore Andrew Bacevich. «Negli anni Novanta, gli interventi militari, giustificati all’opinione pubblica come interventi umanitari, furono guidati e ispirati da considerazioni su quelli che erano gli interessi degli Stati Uniti in campo strategico, politico ed economico».

L’eredità che ci consegna il periodo storico che abbiamo ripercorso con il nostro progetto, corre lungo due costanti della politica estera statunitense: il primato del Pentagono e una certa cosmesi delle parole scelte dagli esponenti politici dell’uno e dell’altro partito per presentare all’opinione pubblica le proprie scelte militari. 

Il Foreign policy establishment, quello che possiamo definire l’apparato della politica estera statunitense, incarna perfettamente queste due costanti. Esso designa proprio il gruppo di coloro che, all’interno della politica statunitense, supportano la propensione imperialista del proprio Paese sempre e senza alcuna esitazione. 

Lo storico Walter Karp definì con queste parole la politica statunitense dell’inizio del XX secolo: «Dietro il clamore della partigianeria, i leader dei due partiti lavoravano insieme in armonia collusiva». Nel XXI secolo, dal punto di vista della politica estera, i Partiti repubblicano e democratico possono non essere identici in termini di utilizzo del linguaggio e comunicazione, ma producono risultati quasi uguali.

 

Fonti e approfondimenti

Bacevich, A. The New American militarism. How americans are seduced by war Oxford University Press. edizione 2013. 

Bacevich, A., “American Empire: the realities and consequences”, conferenza presso il Carnegie Council on Ethics and International Affairs, New York, 09/04/2003.

Dudziak, M. L. War Time: an idea, its history, its consequences Oxford University Press, edizione 2012. 

Making the Forever War: The Enduring Insights of Historian Marilyn Young”, conferenza del Quincy Institute for Responsible Statecraft, 01/06/2021.

Young, M. B., “I was thinking, as I often do these days, of war”: The United States in the Twenty-First Century, Diplomatic History, Vol. 36, No. 1, 2012.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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