Gli USA e la lobby dei diritti umani

Sharon McCutcheon - Pixabay License

Sembra strano associare la parola “lobby” all’ambito dei diritti umani: alla prima siamo abituati a dare,  generalmente, una connotazione negativa. Ma come abbiamo  già visto nel progetto dedicato all’Unione europea, non è sempre così.

Lobby” è un termine, utilizzato per la prima volta con questo significato, nel XIX secolo, per indicare all’interno del Parlamento inglese, il luogo dove i deputati incontravano i rappresentanti dei vari gruppi di interesse. Le persone che aspettavano i parlamentari nella lobby per parlare con loro vennero denominate “lobbyists”. Da qui nasce il significato che diamo oggi alla parola “lobby”, ossia “gruppo di pressione”, che indica genericamente un gruppo di persone che cerca di esercitare la propria influenza sul potere politico e amministrativo per difendere un interesse. Svolgono attività di lobby quindi, anche un sindacato, un’associazione studentesca o un’organizzazione per i diritti umani.

Possiamo dire che in generale, l’attività dei lobbisti (che viene riconosciuta nel Primo Emendamento della Costituzione statunitense) ha trovato la sua massima realizzazione negli Stati Uniti, ma anche una vera e propria disciplina. I principali strumenti giuridici che disciplinano la materia a livello federale sono: Il Federal Regulation of Lobbying Act (1946), che prevede l’iscrizione in un registro dei gruppi di interesse, consulenti e lobbisti di ogni genere e impone il rispetto di un codice di condotta; il Byrd Amendment, che stabilisce limiti e divieti concernenti l’utilizzazione dei fondi federali per le attività di lobbying; infine, il Foreign Agents Registration Act (del 1938, emendato nel 1966), il quale prevede obblighi di registrazione per chi intenda operare come agente di lobby che rappresenta interessi stranieri.

La NAACP e la Leadership Conference on Civil and Human Rights

Il gruppo di pressione per i diritti umani rappresenta un vasto numero di interessi diversi che vanno dalle organizzazioni di sensibilizzazione alla salute, ai gruppi contro la povertà, fino a quelli che sostengono i diritti delle tribù di nativi americani. I contributi di questa lobby ai candidati federali e ai comitati politici hanno raggiunto il picco di oltre undici milioni di dollari durante il ciclo elettorale del 2012. Storicamente, la stragrande maggioranza dei contributi economici di questo settore è andata ai democratici, con una media dell’87% dal ciclo elettorale del 1990. L’ambito dei diritti umani è molto redditizio per il lobbismo, con spese che hanno raggiunto quasi quarantasei milioni di dollari nel 2008. Nel 2021 sono stati superati i trentasei milioni di dollari.

La campagna per i diritti umani ha aperto la strada ai contributi negli ultimi dieci anni: nel 2014 ad esempio, Human Rights Campaign ha speso più di un milione di dollari per sostenere i diritti della comunità LGBT+. Gran parte degli sforzi di HRC sono andati a sostenere l’approvazione dell’Employee Non-Discrimination Act (ENDA), il cui obiettivo principale è quello di combattere le discriminazioni sul luogo di lavoro, oltre che la legislazione relativa ai benefici delle “partnership domestiche” (l’istituto equivalente alle unioni civili dell’ordinamento italiano) e l’aumento degli stanziamenti per la prevenzione dell’HIV/AIDS.

Una delle più antiche associazioni per i diritti umani è l’NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) attiva dal 1909, costituita con l’intento di assicurare uguaglianza di diritti politici, sociali ed economici e quindi di eliminare l’odio e la discriminazione razziale.

Un altro importante movimento è la Leadership Conference on Civil and Human Rights fondata nel 1950 da trenta associazioni per i diritti civili. Oggi questa coalizione raggruppa circa duecento associazioni statunitensi per i diritti umani. Nasce con lo scopo di promuovere l’entrata in vigore di normative e politiche per l’affermazione dei diritti civili, nonché di tutelare e far rispettare quelle già esistenti. 

La più celebre associazione è però l’American Civil Liberties Union (ACLU). Essa nasce dopo la Prima guerra mondiale, nello specifico a seguito dei cosiddetti “Palmer Raids”: il procuratore generale Mitchell Palmer effettuò perquisizioni, sequestri e arresti senza mandato nei confronti di coloro i quali venivano definiti “radicali”. Di fronte a questi eclatanti abusi delle libertà civili, un piccolo gruppo di persone decise di prendere posizione, dando vita appunto all’American Civil Liberties Union. Oggi, con quasi due milioni di membri, cinquecento avvocati che fanno parte dello staff e migliaia di volontari, l’ACLU si pone l’obiettivo di combattere gli abusi del governo e di difendere con forza le libertà individuali tra cui il pensiero, la religione, il diritto di scelta della donna, il diritto al giusto processo, il diritto alla privacy e molto altro.

L’ACLU si è unita al NAACP nel caso, ad esempio, della battaglia legale per la parità d’istruzione che ha portato alla pronuncia della Corte Suprema Brown v. Board of Education nel 1954, con la quale è stato dichiarato che le scuole con segregazione razziale violavano il 14° Emendamento.

Diritti umani e politica estera degli Stati Uniti

Il dipartimento di Stato americano, una struttura governativa con funzioni simili al ministero degli Esteri italiano, non fa mistero dell’importanza dei suoi rapporti sui diritti umani: i report vengono utilizzati, infatti, per modellare la politica estera americana, incidendo soprattutto sulla determinazione e sull’assegnazione di aiuti esteri. Segnalazioni sfavorevoli possono fare la differenza tra il ricevere e non ricevere milioni di dollari di aiuti, possono avere un ruolo nell’imposizione di sanzioni e influenzare il flusso di investimenti verso un determinato Paese. 

Il dipartimento di Stato, infatti, presenta annualmente al Congresso una serie di rapporti nazionali sulle pratiche in ambito di diritti umani per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Questa procedura ha avuto origine durante l’amministrazione Nixon, quando vari membri del Congresso volevano che la politica estera americana fosse maggiormente legata al rispetto dei diritti umani. 

Il Foreign Assistance Act (FAA) del 1961 (sezioni 116(d) e 502B (b)) e la sezione 504 del Trade Act del 1974 specificano che il Segretario di Stato deve sottoporre con cadenza annuale al presidente della Camera dei Rappresentanti e al Comitato relazioni estere del Senato, un rapporto completo sullo stato dei diritti umani internazionalmente riconosciuti nei Paesi che ricevono assistenza da parte degli USA e in tutti gli altri Paesi esteri che sono membri delle Nazioni Unite. Insieme, questi rapporti descrivono l’adesione dei governi stranieri alla Dichiarazione universale dei diritti umani, delineando le loro prestazioni in materia di diritti civili, politici, individuali e dei lavoratori. Le prove all’interno dei rapporti includono l’origine, l’ubicazione, i tempi e la gravità degli abusi.

Oggi, un pacchetto di dati ampiamente utilizzato, noto come la Political Terror Scale (PTS) quantifica queste fonti in due diverse misure numeriche che vanno a valutare il rispetto dei diritti umani da parte di uno Stato. Per costruire i dati, due codificatori valutano ogni rapporto su un indice di cinque punti (0-5) per ogni Paese in ogni anno e li registrano separatamente. Punteggi più alti rappresentano livelli più alti di repressione. 

Rendendo pubblici i rapporti sui diritti umani, il dipartimento di Stato cerca di utilizzare questo strumento di soft power per plasmare le preferenze dei diversi attori politici in tutto il mondo. Essere percepito come un violatore dei diritti umani agli occhi del pubblico americano infatti, ha, ovviamente, delle conseguenze politiche dirette. In qualche modo, possiamo dire, quindi, che gli Stati Uniti utilizzano i rapporti per punire (o premiare) gli Stati con scarsi (o lodevoli) precedenti sui diritti umani. 

Per questo si è sviluppata la tendenza da parte dei governi stranieri interessati, ad assumere lobbisti con sede negli Stati Uniti, affinché tentino in qualche modo di “influenzare” i rapporti del dipartimento. Ad esempio, nel 1985, il governo di Haiti assunse la Garrett & Company al costo di 65 mila dollari per un periodo di sei mesi per incontrare i membri del Congresso e discutere degli aiuti di cui Haiti aveva bisogno, nonché la sua conformità alla politica dei diritti umani degli Stati Uniti.

Le informazioni provenienti dai lobbisti sono influenti perché i membri del Congresso devono far fronte a forti limiti di tempo nel prendere le proprie decisioni politiche. I lobbisti possono influenzare la politica, quindi, aiutando a condurre il lavoro o fornendo informazioni ai comitati congressuali per sponsorizzare o redigere progetti di legge che altrimenti richiederebbero troppo tempo.

Conclusioni

Nonostante negli Stati Uniti il lobbismo sia molto diffuso e vi sia una regolamentazione ormai consolidata del fenomeno, questo rimane complicato da capire fino in fondo, soprattutto quando parliamo di lobbisti “buoni”. Essi rappresentano sicuramente un importante elemento di dialogo tra la società civile e le istituzioni pubbliche, in grado di spostare interessi rilevanti, ma anche, come abbiamo visto, grandi quantità di denaro, elemento che da sempre caratterizza la politica statunitense.

 

Fonti e approfondimenti

Human Rights, opensecrets.org, 17/12/2021.

Human Rights Campaign.

Leadership Conference on Civil and Human Rights.

National Association for the Advancement of Colored People.

Pevehouse, Jon C. W., Vabulas, Felicity, Nudging the Needle: Foreign Lobbies and US Human Rights Ratings, International Studies Quarterly, Volume 63, Issue 1, marzo 2019, Pages 85–98.

Redazione, “Lobby e lobbisti”, Il Post, 23/12/2013.

Weiser, Daniel, “Why Lobbying is legal and important in the U.S”, Investopedia, 21/07/2021.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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