L’Ungheria dopo il trionfo di Orbán

Viktor Orban ha vinto per la terza volta le elezioni in Ungheria. Fidesz, il suo partito della destra populista, avrà due terzi dei parlamentari e ha già annunciato politiche radicali. Tra la riconferma dell’anti-europeismo e il crollo delle sinistre questi risultati segnano un’ulteriore tappa di un processo generale in moto in Europa.

Analizzare i molti aspetti del voto in Ungheria è importante per capire quali saranno le linee evolutive di alcuni temi caldi dell’attulità europea dei prossimi anni. Orbán è uno dei simboli dell’avanzata della destra populista ed euroscettica del vecchio continente, oltre che una figura importante del gruppo di Visegrad, i paesi dell’Est Europa uniti dall’opposizione alle politiche comunitarie sull’immigrazione.

Hungarian Prime Minister Viktor Orban addresses the supporters after the announcement of the partial results of parliamentary election in Budapest

L’esito del voto

Il partito di governo uscente ha aumentato la sua popolarità, un’impresa non semplice visto che veniva già dall’ottimo risultato del 2014, quando aveva ottenuto il  44% dei consensi. Fidesz ha dimostrato che il suo operato non solo ha soddisfatto i suoi elettori ma anzi e ha aumentato la sua popolarità, che ora supera quota 48%.

La legge elettorale ungherese è misto-maggioritaria e attribuisce un grande vantaggio a partiti come Fidesz che riescono a conquistare grandi consensi. Una volta tradotto in seggi parlamentari, infatti, il 48,5% di voti di Orbán si è tradotto nel 66,8% del parlamento, più della maggioranza di 2/3.

Alcune ombre aleggiano comunque su queste elezioni, ritenute libere ma poco trasparenti da molti osservatori. In particolare è stato Douglas Wake, inviato della missione OSCE, a dichiarare: “I votanti hanno potuto scegliere tra una vasta offerta politica. La retorica intimidatoria e xenofoba, la faziosità dei media e un’opacità nel finanziamento delle campagne hanno comunque ristretto lo spazio per un genuino dibattito politico“.

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Viktor Orbán e Fidesz

La riconferma del Presidente e del suo partito alla guida del paese era l’esito più prevedibile di questo appuntamento elettorale, ma la crescita del suo consenso è andata  ben oltre le aspettative. Avere la propria maggioranza assoluta riconfermata per la terza volta offre a Orbán un’agibilità politica senza precedenti e con pochi eguali nel continente, ma per vedere come verrà impiegata bisognerà attendere.

Orbán ha concentrato praticamente tutta la campagna su un singolo punto, cioè la “protezione” dell’Ungheria dal declino che verrebbe causato dall’immigrazione. Questa retorica ha condizionato l’intero dibattito politico, trascinando sulla sua scia gli esponenti di punta di tutti i partiti. Nessuno ha ritenuto vantaggioso controbattere direttamente alle posizioni più dure di Orbán, visto l’ampio consenso che queste hanno tra la popolazione.

Il Presidente è riuscito a legittimarsi anche grazie agli ottimi risultati economici che sta vivendo l’Ungheria in questo periodo. Lo scorso anno l’economia è cresciuta del 4% e la disoccupazione è stata raramente così bassa, nonostante le disuguaglianze siano in crescita repentina e la corruzione sia dilagante.

Non bisogna sottovalutare comunque come Fidesz fin dal 2010 con la sua prima super-maggioranza abbia invaso tutti i centri vitali del sistema istituzionale ungherese. Nella riforma costituzionale voluta dal partito i parlamentari si sono ridotti da 386 a 199 e gli effetti premianti della legge elettorale sono aumentati. Orbán aveva inoltre introdotto il controllo dello stato su tutti i mezzi di informazione, circostanza alla base delle critiche ricevute dall’OSCE sullo sbilanciamento della campagna elettorale.

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Jobbik e il dilemma dei nazionalisti

Importante per queste elezioni è stato anche il risultato di Jobbik e del suo candidato presidente Gabor Vona. Con circa il 20% dei voti il partito nazionalista radicale sarà la principale forza di opposizione, anche se lo farà senza lo stesso Vona, che si è dimesso dalla guida del partito e dal suo seggio parlamentare.

L’ex leader di Jobbik si è assunto la responsabilità di non essere riuscito ad agganciare Orbán, avendo solo confermato il risultato del partito delle scorse elezioni e avendo fallito nell’allargamento del consenso del partito. Vona nell’ultimo periodo si era inoltre battuto affinché si smorzassero le posizioni marcatamente razziste e antisemite del partito, ma le reazioni interne erano state conflittuali, rendendo la sua posizione dipendente da questo voto.

Jobbik è oggi infatti su posizioni decisamente meno estreme di un tempo, nonostante la sua ala destra sia ancora forte e intenzionata a sostituire quella moderata dello sconfitto Vona. Questo cambiamento non sembra comunque reversibile: Fidesz ha abilmente occupato praticamente tutto lo spazio politico conservatore, restringendo l’area disponibile per i partiti collocati alla sua destra.

Se e come il partito radicale si ristrutturerà è incerto e dpenderà dal cambiamento dei suoi equilibri interni. Il dilemma è tra serrare i ranghi e recuperare il nazionalismo tradizionalista, rischiando l’irrilevanza nella destra rispetto a Fidesz; oppure completare la transizione e reinventarsi moderati, rischiando però di perdere la base e soccombere al clima conservatore instaurato da Fidesz.
In ogni caso il destino di Jobbik è succube del gigantismo del partito di governo.

Jobbik

La disfatta delle sinistre

Seguendo un trend ormai strutturato nei paesi europei i veri sconfitti di queste elezioni sono nuovamente i partiti di sinistra. Nel caso ungherese questo declino era iniziato già tra il 2002 e il 2008, durante i quali il dissesto finanziario aveva reso l’Ungheria il primo paese europeo a necessitare un salvataggio economico.

Ferenc Gyurcsany, primo ministro del governo liberal-socialista dal 2004 al 2009, ha giocato un ruolo centrale nella sconfitta della sinistra. Avendo mentito sullo stato dell’economia ungherese per vincere le elezioni del 2006 ed essendo stato coinvolto in scandali di corruzione, fu in parte il malcontento verso la sua figura a lanciare Fidesz e il suo leader alla prima vittoria del 2010.

La cifra della sinistra in queste elezioni è stata dettata della frammentazione, impossibile da evitare una volta fallita la creazione di una coalizione tra le varie liste. Quando questo avvenne nel 2014 la coalizione divenne il secondo partito con il 21% dei voti, quest’anno invece il risultato migliore è stato quello dei Socialisti dell’MSZP che si sono fermati al 12,3%.

Lo stesso Gyurcsany ha corso in queste elezioni con un nuovo partito, fuoriuscito da quello socialista. La sua Coalizione Democratica (DK) è stata accolta dall’opinione pubblica come un gruppo “radical chic” tossicamente legato al grande business, e duramente punito con un deludente 5,6% dei voti. Il terzo e ultimo partito progressista a superare la soglia di sbarramento del 5% è stato quello dei Verdi, mentre gli altri ex membri della coalizione sono spariti dalle scene.

La sinistra ungherese soffre ancora degli strascichi delle dinamiche che l’hanno estromessa dal potere, non riuscendo ancora a ricompattarsi (o rifondarsi) e trovare un’identità in grado di rispondere alle richieste del paese. Soprattutto nelle campagne, infatti, ci sono molti lavoratori esclusi dai recenti miglioramenti economici e desiderosi di una voce nel sistema partitico. Fino ad oggi sono stati ignorati dalle forze socialdemocratiche, finendo per non votare o votare per i conservatori.

mszp

Cosa aspettarsi

Nonostante sia ancora presto per prevedere le future mosse di Orbán un elemento va tenuto al centro dell’attenzione: il governo ha sufficiente forza parlamentare per emendare la Costituzione. Le modifiche sarà sicuramente saranno dirette verso il contrasto all’immigrazione nel paese e il tentativo di evitare le quote di migranti in discussione a Bruxelles.

La campagna elettorale di Fidesz, lo abbiamo visto, gravitava interamente intorno a questo tema, tanto che uno dei primi provvedimenti proposti da Orbán è la cosiddetta “legge anti-Soros”, dal nome del filantropo ungherese-americano al centro di una certa dietrologia diffusa in ambienti xenofobi. In campagna elettorale Orbán ha promesso di ostacolare l’azione delle ONG che si occupano di migranti imponendo limiti di legge e oneri economici, oltre che rendere ancora più difficili le già serrate regole per la concessione di asilo in Ungheria.

Non bisogna comunque aspettarsi un’estrema efficacia o rapidità di azione: Fidesz ha bisogno della retorica dello stato d’assedio per rimandare o marginalizzare delle questioni molto più spinose e pericolose. L’Ungheria è seconda in Europa nell’indice di corruzione percepita e nel paese sta nuovamente crescendo un grande malcontento rispetto a questo tema.

Neanche le politiche di attrazione degli investimenti esteri giovano più alla popolarità del governo. Un sistema in cui le tasse per le imprese estere sono quasi nulle mentre la pressione fiscale generale è molto invadente (esempio IVA al 27%) è gradito solo a chi personalmente ottiene vantaggi dal recente sviluppo industriale, mentre tra chi ne è escluso cresce la rabbia.

Orbán non potrà imputare problemi dell’Ungheria esclusivamente all’Unione Europea e all’immigrazione e presto questa narrazione potrebbe perdere efficacia. Possiamo quindi aspettarci misure aspre e demagogiche su questi due fronti per cementare il consenso di Fidesz nei prossimi pochi anni, ma sul medio-lungo termine servirà qualcosa di più concreto di uno stato di allarme per mantenere il potere.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

http://www.spiegel.de/international/europe/analysis-orban-wins-third-term-in-hungary-a-1201980.html

http://www.dw.com/en/hungary-election-viktor-orbans-win-leaves-opposition-in-tatters/a-43314118

https://www.washingtonpost.com/world/europe/migration-corruption-jobs-key-issues-in-hungarys-vote/2018/04/07/15458520-3a77-11e8-af3c-2123715f78df_story.html?utm_term=.898e5eb9e5b9

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