Bosnia al voto: quale cambiamento?

Il 7 ottobre si è votato per il rinnovo della Presidenza collettiva e delle assemblee dello Stato, delle Entità e dei cantoni. Dopo aver affrontato l’articolato sistema politico bosniaco, proviamo a commentare quella che è stata una campagna elettorale e un risultato che sembrano lasciare poco spazio al cambiamento.

La campagna elettorale

Come già accennato, gli elettori sono stati chiamati ad eleggere la Presidenza e la Camera dei Rappresentanti a livello statale, la Camera dei Rappresentanti della Federazione, l’Assemblea nazionale e il Presidente e i vicepresidenti della Republika Srpska, le assemblee parlamentari a livello cantonale, per un totale di 518 cariche elettive.

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La campagna elettorale ha lasciato molte incertezze sull’esito del voto e secondo i sondaggi nessuna delle tre cariche della Presidenza collettiva sembrava avere un chiaro favorito. Tra i candidati bosgnacchi troviamo Šefik Džaferović (SDA, destra identitaria conservatrice) in vantaggio rispetto all’avversario Fahrudin Radončić (SBB, centrodestra secolare moderato). Tuttavia, gli analisti mettono in guardia dal dare per certa la vittoria di Džaferović, a causa del declino dell’SDA, partito colpito da scissioni e crisi di leadership, mentre Radončić, il magnate dell’editoria che si presenta come l’unico in grado di negoziare con le controparti nazionaliste serbe e croate, appare in crescita. Tra i serbi, Milorad Dodik (SNSD, destra identitaria) e Mladen Ivanić (PDP, centro moderato) sono dati in testa a testa, mentre per il membro croato, Željko Komšić (DF, centrosinistra) sarebbe sorprendentemente in leggero vantaggio rispetto a Dragan Čović (HDZ, destra identitaria).

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“Finché litighiamo, i nostri giovani se ne vanno. Smettiamo di litigare. Iniziamo a costruire”, messaggio del DNS, partito minore alleato dell’SNSD di Dodik in Republika Srpska – foto di Alfredo Sasso

Dal punto di vista mediatico, l’attenzione è concentrata sulla Presidenza collettiva, ma anche le altre cariche non sono meno rilevanti. In particolare, la Presidenza della RS non è da sottovalutare, soprattutto dopo che negli ultimi anni si sono ventilate ipotesi di referendum per l’indipendenza dallo Stato centrale. Gli analisti hanno rilevato che la campagna elettorale è stata dimessa e non ha generato grande entusiasmo popolare, né ha offerto un dibattito pubblico di qualità su temi cruciali quali l’economia e l’emergenza emigrazione. Nonostante ciò, si è registrata una fortissima presenza di manifesti elettorali, con grande insistenza su slogan e simboli identitari. Sul voto hanno vigilato numerosi osservatori nazionali (tra cui Pod Lupom) e internazionali (tra cui OSCE/ODIHR).

Le urne sono state aperte fino alle 19 e lo svolgimento del voto, nonostante non ci siano stati gravi incidenti, è stato avvolto da accuse di irregolarità, brogli e manipolazioni, a causa della discrepanza tra le carte di identità valide e il numero di votanti registrati, i quali non tengono conto di decessi e emigrazioni. L’affluenza si è attestata al 53% a livello statale, leggermente inferiore ai dati del 2014, ma presenta una significativa differenza tra le due Entità, 51,2% nella Federazione (in calo rispetto al 53% del 2014) e 57,3% in Republika Srpska (in aumento rispetto al 56,9%).

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Šefik Džaferović

Con il 43% dei voti scrutinati, le distanze tra i candidati alla Presidenza collettiva parevano già incolmabili. Per il seggio bosgnacco si guadagna la vittoria Šefik Džaferović, candidato dell’SDA (destra conservatrice) e delfino di Bakir Izetbegović, in testa con il 37.97% dei voti. Gli altri due candidati, Denis Bečirović, dei socialdemocratici dell’SDP, e Fahrudin Radončić, leader dell’SBB (centro-destra) si sono fermati rispettivamente al 33% e al 12%. La leadership dell’SDA, marcatamente vicina ad Erdogan, pare dunque rinsaldata nonostante le spaccature interne.

Milorad Dodik
Milorad Dodik

Invece, per il seggio serbo, uno dei catalizzatori della contesa per il potere, si è affermato con il 55% dei voti Milorad Dodik (SNSD, destra nazionalista), che dopo dodici anni di potere incontrastato in Republika Srpska, si presentava per la prima volta alla presidenza statale. Il rivale, il rappresentante serbo uscente, Mladen Ivanić del PDP (centro moderato), si è fermato al 41%. La vittoria di Dodik non pare una sorpresa, ma ciò che ha colpito molto gli analisti è stato il risultato schiacciante che ha ottenuto. Si pensava infatti che le proteste di Pravda za Davida avrebbero ridimensionato il potere di Dodik, invece pare aver avuto l’effetto contrario. Il movimento chiede giustizia per l’omicidio di David, un ragazzo di 21 anni ucciso sei mesi fa e di cui ancora non si conoscono i colpevoli, diventato molto velocemente simbolo dell’abuso di potere.

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Željko Komšić

Infine, per il seggio croato, Željko Komšić, leader del DF (centrosinistra civico) si impone con il 49% dei voti, ma secondo secondo le proiezioni di Pod Lupom potrebbe arrivare persino al 54%. Čović (HDZ, destra conservatrice) si fermerebbe tra il 34 e il 38%. Komšić, eletto per la terza volta dopo i successi del 2006 e del 2010, si conferma come il riferimento dell’opzione pro-bosniaca civica. Questo risultato, però, potrebbe tradursi in uno stallo istituzionale, dato che l’HDZ non riconosce Komšić come candidato croato, in quanto eletto da votanti bosgnacchi e pro-bosniaci. Il rischio di un ostruzionismo istituzionale nell’assemblea parlamentare è concreto e potrebbe ulteriormente rallentare i meccanismi decisionali del Paese.

Tranne che per il seggio croato, quindi, viene riconfermata la supremazia dei partiti etnonazionalisti.

A livello delle entità, era particolarmente importante il risultato della Presidenza della Republika Srpska (eletta direttamente) e la tenuta dell’SDA nel parlamento della Federazione della Bosnia-Erzegovina. In entrambi i casi, si confermano al potere i due partiti etno-nazionalisti. In Republika Srpska, l’SNSD (nazionalisti serbi) raggiunge il 39% in Republika Srpska a livello parlamentare, risultati simili a quelli del 2014, e si attesta la presidenza, con l’attuale premier Željka Cvijanović avanti con il 47% rispetto al candidato dell’opposizione Govedarica (42%). Nella Federazione, l’SDA (nazionalisti bosgnacchi) raggiungono il 26% dei voti a livello parlamentare.

Nonostante gli scrutini siano particolarmente lenti e non siano ancora conclusi, è abbastanza scontato che queste due forze andranno a formare la coalizione di governo a livello statale, a cui si dovranno andare ad aggiungere almeno altre due forze politiche per formare una maggioranza. Per principio di rotazione etnica, il premier dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. Le due forze nazionaliste saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno gli esecutivi nelle due entità.

 

Quale futuro?

L’esito delle elezioni bosniache ovviamente si inserisce nel più ampio scenario regionale. Il fatto che la presidenza sia composta da tre membri costituisce una complicazione delle dinamiche politiche bosniache, sia sul fronte interno che esterno. Infatti, se la leadership bosgnacca è vicina alla Turchia di Erdogan, quella serba è più schiacciata sul versante russo. Inoltre, Dodik, da lungo tempo sostenitore di un referendum per la secessione della Republika Srpska, potrebbe finalmente portare le proprie istanze al più alto livello istituzionale. Al tempo stesso, la prospettiva di creare di una entità croata autonoma, fortemente voluta da Čović (HDZ), pare ridimensionata dalla vittoria di Komšić, anche se ciò, come appena accennato, apre nuove strade alla stasi istituzionale.

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Thaci (sinistra), Mogherini (centro), Vucic (destra) in occasione dell’ultimo meeting a Bruxelles

A ciò si aggiungono altre questioni che riguardano la regione sudorientale europea e che hanno conseguenze dirette sulla Bosnia. Prima fra tutte è la proposta di ridefinizione dei confini tra Serbia e Kosovo, portata avanti dal Presidente serbo Aleksandar Vucic e dal suo omologo kosovaro Hashim Thaci. Per risolvere la disputa sul riconoscimento da parte serba del Kosovo, i due Paesi stanno discutendo su un possibile “scambio territoriale”, secondo cui alla Serbia tornerebbe in possesso dei territori nel nord del Kosovo e a quest’ultimo andrebbero i comuni serbi della Valle di Presevo, abitati in maggioranza da albanesi. Molti analisti hanno suggerito grande cautela su una proposta del genere, perché questa potrebbe riportare alla luce spinte secessioniste quali quelle dei serbo-bosniaci di Dodik. Inoltre, il fallimento del referendum sul nome in Macedonia è un simbolo importante della forza dei nazionalismi nella regione, un elemento da non sottovalutare mai nell’elaborare scenari futuri, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva di integrazione europea.

La complessità del sistema politico e partitico della Bosnia-Erzegovina rende difficile prevedere cosa succederà in futuro, quel che è certo è che queste elezioni aprono la strada a nuove instabilità e lasciano poco spazio al cambiamento di cui il Paese avrebbe bisogno.

 

Fonti e Approfondimenti

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Le-elezioni-in-Bosnia-Erzegovina-in-breve-190396

https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/7-ottobre-2018-Elezioni-in-Bosnia-Erzegovina

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Andiamo-fino-in-fondo-.-In-piazza-David-a-Banja-Luka-190360

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Elezioni-in-Bosnia-Erzegovina-instabilita-senza-cambiamento-190443

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Il-post-elezioni-in-Bosnia-Erzegovina-la-politica-pesante-190509

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bosnia-al-voto-quale-futuro-il-paese-21374

http://www.balkaninsight.com/en/article/first-unconfirmed-results-of-bosnia-s-elections-10-07-2018

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