Ricorda 1991: L’elezione di Boris El’cin in Russia

Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Foto di Пресс-служба Президента России - Wikimedia commons - CC BY SA 4.0

Dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, una serie di altri duri colpi al regime comunista portò al collasso dell’URSS alla fine del 1991. Boris El’cin ne era diventato il primo presidente democraticamente eletto solo pochi mesi prima, ma giocò un ruolo decisivo nella sua dissoluzione definitiva, confermandosi una delle figure più controverse della Russia recente.

Gli eventi che seguirono all’elezione di El’cin nel 1991, trent’anni fa, hanno lasciato un segno indelebile sulle pagine della storia contemporanea. Diventato presidente, infatti, El’cin partecipò attivamente alla decostruzione dell’Unione Sovietica, spianando alla neonata Federazione Russa la strada verso la liberalizzazione economica e un incerto percorso di democratizzazione.

Un funzionario venuto dal nulla

Nato nel 1931 in una famiglia di contadini nel villaggio di Butko, sui monti Urali, Boris Nikoláevič El’cin si trasferì ancora bambino nella città industriale di Berezniki, dove suo padre trovò lavoro come operaio dopo essere sopravvissuto a tre anni di lavoro forzato in un gulag con l’accusa di sedizione anti-sovietica. Nel 1949 lasciò si trasferì a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg) per frequentare l’Istituto Politecnico degli Urali e diventare ingegnere civile. Dopo la laurea, El’cin lavorò come supervisore di progetti di edilizia residenziale fino al suo debutto nell’arena politica, negli anni Sessanta, nel Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS).

Nel 1968, infatti, El’cin entrò a far parte del comitato provinciale di partito di Sverdlovsk, per servire poi come segretario della sezione (più o meno equivalente alla carica di governatore della provincia) dal 1976 al 1985. Si dimostrò un funzionario così leale ed efficiente che Mikhail Gorbachev – diventato segretario generale del PCUS nel marzo del 1985 – lo convocò a Mosca per metterlo a capo del Dipartimento delle costruzioni del Comitato Centrale del PCUS. In pochi mesi, El’cin venne promosso a primo segretario della sezione di partito della capitale, per poi divenire candidato del Politburo (l’organismo dirigente del PCUS) nel 1986.

Il conflitto con Gorbachev e l’addio al comunismo

Nella dirigenza del partito, El’cin dimostrò energia e carisma, e iniziò ben presto a scontrarsi con il segretario generale del PCUS. La frattura con Gorbachev cominciò a crearsi per le riforme della perestrojka, che secondo El’cin stavano procedendo troppo lentamente a causa dell’inamovibile burocrazia sovietica e della corruzione della macchina politica.

In una spettacolare sessione del Comitato Centrale del PCUS nell’ottobre del 1987, che avrebbe dovuto concentrarsi sul discorso di Gorbachev per celebrare il 70° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, El’cin criticò aspramente Gorbachev e annunciò la sua volontà di dimettersi dal Politburo. Nessuno aveva mai lasciato il Politburo prima di allora, ma soprattutto nessun membro del partito si era mai rivolto a un leader in tal modo di fronte al Comitato Centrale dai tempi di Leon Trotsky negli anni Venti. Per questo motivo, le posizioni di El’cin trovarono scarso appoggio.

Tuttavia, anche se El’cin venne immediatamente destituito come segretario della sezione di Mosca, non venne rimosso del tutto dalla scena politica. Gorbachev lo nominò primo vice commissario del Comitato statale per l’edilizia. Si trattava di una retrocessione, ma Gorbachev desiderava presentarsi come un leader dallo stile di governo più conciliante dei suoi predecessori: in passato, chi cadeva in disgrazia nella gerarchia sovietica perdeva tutto, mentre Gorbachev, coerentemente con il suo pacchetto di riforme, adottò una linea più morbida.

Nel periodo che seguì, El’cin si adoperò per mostrarsi agli occhi dell’opinione pubblica come una figura anti-establishment che non aveva paura di criticare apertamente il fallimento della perestrojka nel migliorare la qualità della vita dei cittadini sovietici. Il 26 marzo 1989 venne eletto con il 92% dei voti come delegato del distretto di Mosca al Congresso dei deputati del popolo dell’URSS – il nuovo organo legislativo supremo istituito da Gorbachev attraverso un emendamento costituzionale. Al Congresso, El’cin divenne leader della fazione radicale pro-riforme denominata “Gruppo interregionale”. A fine maggio del 1989, fu eletto dal Congresso dei deputati del popolo nel Soviet Supremo dell’URSS.

Il 29 maggio 1990, l’ascesa di El’cin toccò il suo apice: fu eletto presidente del Soviet Supremo (ossia il parlamento) della Repubblica sovietica russa, sostenuto sia dai membri democratici che da quelli conservatori del Soviet Supremo. Eppure, El’cin non era ancora soddisfatto. Il Partito comunista aveva accettato di cambiare la costituzione sovietica per permettere ad altri partiti di emergere, ma gli sforzi di Gorbachev per rimuovere l’influenza dei conservatori nel PCUS stavano incontrando una crescente resistenza. Per questo motivo, il 12 luglio 1990, El’cin si dimise dal PCUS con un drammatico discorso al 28° Congresso del Partito comunista.

Il primo presidente russo eletto dal popolo

Il 1991 fu uno snodo cruciale nella storia della Russia. Dopo che le truppe sovietiche repressero nel sangue i movimenti lituani che lottavano per l’indipendenza, molti radicali sovietici iniziarono a pensare che Gorbachev stesso fosse diventato il vero ostacolo al cambiamento. El’cin era fra questi e, nel febbraio del 1991, chiese pubblicamente le dimissioni del segretario generale del PCUS.

Nel frattempo, El’cin aveva rafforzato il proprio consenso fra i deputati del parlamento russo. Il suo piano prevedeva un emendamento della Costituzione e una presidenza esecutiva per la Russia, eletta tramite voto popolare diretto. L’occasione arrivò nel marzo del 1991, quando Gorbachev indisse un referendum nell’URSS nel tentativo di rafforzare la sua posizione sempre più debole. Voleva che gli elettori mostrassero il loro appoggio per mantenere in vita l’Unione Sovietica, e l’ottenne.

Ma all’interno della Repubblica russa – la più grande delle repubbliche sovietiche – grazie agli sforzi di El’cin, fu inserito un altro quesito sulla scheda elettorale: “Ci dovrebbero essere libere elezioni per la carica di presidente russo?”. I cittadini russi risposero affermativamente e, nel giro di tre mesi, si tennero le prime elezioni dirette del presidente della Repubblica sovietica russa.

Il 12 giugno 1991, El’cin e altri cinque candidati si fronteggiarono nella corsa presidenziale. Nonostante la forte campagna propagandistica messa in atto dal PCUS per negargli la maggioranza semplice di cui aveva bisogno per evitare il ballottaggio, El’cin vinse con il 57% dei voti. Il candidato sostenuto dal partito, l’ex primo ministro Nikolai Ryzhkov, ottenne solo il 16%. Al contrario di Gorbachev, El’cin adesso poteva contare sulla legittimazione popolare.

Lo stesso giorno, gli elettori di Leningrado approvarono il cambio di nome della città in San Pietroburgo (appellativo dato dal suo fondatore, lo zar Pietro il Grande). Gli alleati liberali di El’cin, Gavriil Popov e Anatoly Sobchak, vennero eletti sindaci – rispettivamente – di San Pietroburgo e Mosca. Lo scontro elettorale aveva finito per coinvolgere l’identità stessa dello Stato sovietico, che vagava nel vuoto lasciato dalla disintegrazione del comunismo. Come lo stesso El’cin scrisse in seguito:

“Molti russi arrivarono al giugno del 1991 con un senso di fine verso la storia sovietica (…). Tutto ciò che era sovietico nella testa delle persone – non di tutte le persone, ma le parti più attive e pensanti della società – si era ormai ritirato”.

La fine di un’epoca

Il neoeletto presidente della Repubblica russa ebbe presto l’opportunità di trasformarsi anche in un eroe della nazione. Nell’agosto del 1991, un colpo di Stato organizzato da un gruppo di funzionari sovietici conservatori prese in ostaggio Gorbachev per tre giorni, mentre si trovava in vacanza in Crimea. Il loro obiettivo era quello di invertire le riforme della perestrojka, rinforzare il governo centrale e fermare la spinta delle repubbliche sovietiche verso l’indipendenza.

El’cin corse alla Casa Bianca russa (residenza del Soviet Supremo della Repubblica sovietica russa) a Mosca, salì in cima alla torretta di un carro armato e tenne un memorabile discorso per incitare i cittadini russi a opporsi in massa al golpe. Nonostante il palazzo fosse circondato da militari, le truppe disertarono di fronte alle manifestazioni popolari a supporto di Gorbachev. Entro il 21 agosto, la maggior parte dei responsabili del colpo di stato era fuggita da Mosca e Gorbachev fu libero di tornare nella capitale.

Il fallito colpo di Stato mostrò in maniera inequivocabile tutta la debolezza del Partito Comunista, che non aveva fatto nulla per salvare il proprio leader tenuto in ostaggio da degli integralisti. In breve tempo, El’cin iniziò a smantellare il PCUS e tutte le quindici repubbliche dell’URSS si mossero per assicurarsi definitivamente l’indipendenza.

L’8 dicembre 1991, El’cin incontrò Leonid Kravchuk e Stanislav Shushkevich – rispettivamente i presidenti di Ucraina e Bielorussia – in una dacia di Stato vicino Viskuli, al confine polacco. Qui i tre politici firmarono gli Accordi di Belovezha (detti anche Accordi di Minsk), con cui dichiararono l’Unione Sovietica ufficialmente dissolta e sostituita, a partire dal 1 gennaio 1992, dalla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) aperta a tutte le ex repubbliche sovietiche.

Gorbachev, che aveva sperato di riformare ma non di distruggere l’URSS, si dimise il 25 dicembre 1991. Tutti i suoi poteri passarono a El’cin, che divenne così il primo presidente della Federazione Russa indipendente.

 

 

Fonti e approfondimenti

Treccani, El´cin, Boris Nikolaevič

The Washington Post, “A defining moment in the Soviet breakup”, 2011.

BBC, “1991: Yeltsin wins first Russian elections”, 1991.

Jonathan Steele, “Boris Yeltsin”, The Guardian, 23 aprile 2007.

Bridget Kendall, “New light shed on 1991 anti-Gorbachev coup”, BBC, 18 agosto 2011.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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