La guerra di posizione nel Mar Cinese Meridionale

C’è una guerra silenziosa in atto, combattuta non con le armi ma con l’estenuante fronteggiarsi di decine di soldati, stanziati su piccole isole con l’unico scopo di mantenere a posizione affinchè non la occupino gli avversari. Da anni tre arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale sono il terreno di scontro degli interessi dei paesi che si affacciano su quel tratto di oceano, ognuno determinato a rivendicarne la proprietà per poter così vantare diritti sulle acque circostanti, che diventerebbero sue acque territoriali.

L’ingresso della Cina nella disputa ha reso la situazione incandescente, vista la risolutezza di Pechino nel rivendicare l’intero Mar Cinese Meridionale come propria area d’influenza. La strategia del nuovo attore è però ben più aggressiva di quelle degli altri contendenti: se ogni paese tenta di rivendicare le isole come proprie stanziando in esse dei soldati, Pechino sta parallelamente implementando una politica di “facts on the ground”, realtà tangibili come infrastrutture e comunità di residenti per vincere il braccio di ferro. Ma andiamo con ordine.

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Gli interessi geopolitici che riguardano questi arcipelaghi sono essenzialmente due: la ricchezza dei fondali di gas e petrolio (oltre che la pescosità della zona) e la posizione strategica. Il corridoio di mare in cui si trovano le isole è una delle vie principali del commercio marittimo mondiale, essendo la via intrapresa da quasi tutte le merci in partenza dalla Cina e dall’Asia Pacifica per raggiungere il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Controllare queste isole garantisce il controllo di gran parte dell’area, rivendicabile come acque territoriali, e di riflesso garantisce un certo controllo anche sulla rotta.

La Cina è molto preoccupata della protezione dei propri traffici marittimi, una delle fonti primarie della sua enorme ricchezza, tanto che il controllo del Mar Cinese Meridionale sarebbe solo l’ultimo capitolo della cosiddeta “strategia del filo di perle” già adottata per questo scopo. Questa strategia consiste nel proteggere da vicino le rotte commerciali che trasportano le merci cinesi in tutto il mondo e contemporaneamente permettono l’importazione di petrolio e materie prime da Africa e Medio Oriente.

Pechino ha stretto ottimi rapporti politico-commerciali con molti dei paesi che si affacciano sulla rotta, in modo da poter contare sul loro supporto o addirittura istallare basi militari sulle loro coste in modo da garantire la sicurezza delle navi, soprattutto in punti critici come lo Stretto di Malacca, il Mar Rosso o le acque al largo dello Sri Lanka. Parte non rinunciabile di questa strategia sono per Pechino le isole del Mar Cinese Meridionale.

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Le installazioni militari della strategia del filo di perle sono contrassegnati dalla bandiera cinese, i nodi 3 e 4 segnalano gli arcipelaghi contesi.

Le isole hanno vari nomi, uno per la lingua di ogni paese che le rivendica, come nel caso delle isole Falkland/Malvinas, quindi per comodità ci riferiremo ad esse con i nomi di epoca coloniale: Isole Spratly, Isole Paracel e Scarborough Shoal, in lingua inglese perchè retaggio della colonizzazione britannica e americana della zona. Vediamo ora nel dettaglio quali sono i teatri di queste dispute:

Isole Spratly

Questo arcipelago è composto da 14 isole pù un gran numero di atolli, secche e scogliere che portano il conteggio totale ad una settantina di lingue di terra, situate tra le coste del Vietnam e quelle delle Filippine. Mancando una sovranità riconosciuta queste isole sono rivendicate come parte del proprio territorio da tutti i paesi che possiedono acque territoriali che sconfinano almeno in parte nell’arcipelago: Brunei, Taiwan, Malesia, Vietnam, e Filippine. Questo accade per via della sovrapposizione dei confini delle zone di influenza, mancando una convenzione multilaterale che regoli e delimiti univocamente la spartizione delle acque tra i vari attori.

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Questi Stati possiedono ciascuno piccole parti di arcipelago, che mantengono de facto come parte del proprio territorio attraverso la presenza di basi militari o presunte basi scientifiche, mentre la sfida vera e propria è sulle isolette contese e quelle ancora disabitate. La situazione si è notevolmente complicata dall’ingresso nella disputa della Cina, che come abbiamo detto rivendica con forza la proprietà storica dell’intero tratto di mare e di tutte le isole presenti in esso.

Già nel 1988 Cina e Vietnam si scontrarono militarmente per una disputa nell’arcipelago, in un’azione che costò la vita complessivamente a 60 marinai. Questi sono infatti i due paesi che più di tutti rivendicano con forza il diritto ad includere le isole Spratly nel proprio territorio nazionale. Entrambi gli stati si muovono reclamando la proprietà storica anteriore alla colonizzazione occidentale, almeno sul piano diplomatico, ma dal 1975 in poi il terreno di scontro principale è stato quello militare di posizione.

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La contesa delle Spratly ha destato l’interesse di potenze geograficamente lontane dall’area, soprattutto gli Stati Uniti, interessati a mantenere la rotta del Mar Cinese Meridionale libera piuttosto che controllata da Pechino. Ufficialmente gli Stati Uniti premono per una soluzione diplomatica della spartizione dell’arcipelago ma nella pratica hanno fatto largo uso di manovre militari per intimidire le parti in causa, comportamento duramente criticato da Pechino, i cui generali non hanno fatto mancare reazioni e minaccie di ritorsione.

L’inasprirsi dell’intervento americano ha fatto seguito ad una discutibile iniziativa cinese, che negli ultimi due anni ha portato ad una escalation della tensione geopolitica riguardo le Isole Spratly. La marina cinese ha iniziato a costruire isole artificiali, depositando grandi quantità di sabbia e cemento sulle parti affioranti di barriera corallina, rivendicando poi gli isolotti come propri ed espandendo così le acque territoriali su cui avanza pretese. Per avvalorare la rivendicazione di queste isolette il governo mette di stanza dei soldati e delle minuscole comunità di pescatori, praticamente dei figuranti che vivono grazie al sostegno della marina. Il governo ha inoltre fatto costruire un piccolo aeroporto su un’isola la cui proprietà è tuttora discussa, accendendo l’ira di tutti gli altri attori del conflitto.

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Isole Paracel

Le isole Paracel si trovano tra le coste del Vietnam e quelle della Cina e appartengono di fatto a quest’ultima, che le conquistò militarmente nel 1974 a danno dei vietnamiti causando 70 morti tra i militari lì dislocati. La situazione è rimasta quieta fino ad oggi ma le diplomazie dei due paesi non hanno mai smesso di rivendicare l’arcipelago accampando ragioni di proprietà storica. Il vero motivo del contendere è simile a quello delle Spratly: il Vietnam ambisce alle risorse minerarie dei fondali delle isole e ad estendere la propria area di pesca mentre la Cina comprende le isole Paracel nel suo già descritto desiderio di controllo del Mar Cinese Meridionale.

Come nel caso delle Isole Spratly la strategia di Pechino è chiara: costruire realtà tangibili sul territorio, in modo da rendere difficile se non impossibile l’abbandono delle sue pretese sulle isole, che a quel punto coinvolgerebbe persone ed infrastrutture. Per attuare questa politica le autorità cinesi hanno fatto costruire un’impianto di rifornimento nell’arcipelago, nonostante la contesa che grava sull’area, per assitere le navi da crociera che sempre più spesso passano tra quelle isole. Pechino sta infatti cercando di intensificare le proprie pretese sulle isole coinvolgendo la popolazione civile cinese: i tour operator del paese sono istruiti nel vendere più crociere e soggiorni possibile nell’arcipelago, incrementando così la presenza nell’arcipelago di turisti ma soprattutto di lavoratori residenti sul luogo.

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Scarborough Shoal

Più che di vere e proprie isole si tratta di parti affioranti di barriera corallina, rivendicate contemporaneamente da Cina e Filippine. Nonostante si tratti di isole poco adatte alla costruzione di infrastrutture o all’insediamento di popolazione le Scarborough sono molto preziose per via del tratto di mare che le circonda, che diventerebbe di proprietà del controllore dell’arcipelago. L’area delle Scarborough è importante per i pescatori filippini, data la ricchezza ittica della zona, mentre per i cinesi l’importanza strategica deriva ancora una volta dal desiderio di protezione dei propri traffici marittimi.

Dal 2012 i due Paesi sono in stallo, accusandosi a vicenda di incursioni nella propria area di influenza con pescherecci o addirittura con navi da guerra. La situazione rischia di veder crescere il livello di tensione diplomatica a causa del neo-eletto presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Duterte ha annunciato più volte nella sua campagna elettorale dai toni violenti di intensificare le manovre militari nell’arcipelago fino a scoraggiare la marina cinese e appropriarsi definitivamente delle isole Scarborough, forzatura i cui effetti qualora venisse attuata sono imprevedibili e sicuramente non auspicabili per entrambe le parti.

U.S. Navy relief efforts for Typhoon Fengshen

Il conflitto diplomatico e militare del Mar Cinese Meridionale è all’apparenza uno scontro tra le potenze locali, ma i veri attori principali sono due: Cina e Stati Uniti. La potenza militare e diplomatica cinese è di gran lunga superiore a quella degli altri attori della zona ma la prospettiva di vedere forzature da parte di Pechino sembra abbastanza remota, se non altro perchè complicherebbe le dinamiche dell’area di libero scambio e l’alleanza strategica tra Cina e ASEAN (associazione che comprende i paesi del Sud-Est Asiatico)

Anche per quanto riguarda i rapporti tra Stati Uniti e Cina la situazione di tensione estrema o di conflitto aperto è improbabile, visti i vantaggi che i due Paesi traggono reciprocamente dal loro intrattenere buoni rapporti economici, è più sensato immaginare lo scontro delle Isole Spratly come un braccio di ferro diplomatico svolto con mezzi non convenzionali, uno scontro ideologico oltre che politico tra la vocazione imperialista della Cina e il neoliberismo fondamentalista degli Stati Uniti.

La situazione è quindi probabilmente destinata a rimanere la stessa ancora per qualche tempo, una guerra di posizione congelata nell’attesa di una svolta geopolitica, che probabilemente avverrà solo quando una parte si ritirerà dal conflitto in cambio di qualche vantaggio di altro tipo.

Approfondimenti:

La risposta del Sud-Est asiatico: l’ASEAN

Il declino del Pivot to Asia

Il dilemma della sicurezza nel Pacifico

Relazioni USA-Filippine a rischio: Duterte fa la voce grossa e apre ai cinesi

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