Rodrigo Duterte, l’uomo forte alla presidenza delle Filippine

Il presidente filippino Rodrigo Duterte è uno dei personaggi più discussi dell’attualità internazionale. Il 71enne è stato eletto lo scorso 30 giugno, dopo una lunga carriera nelle amministrazioni locali nelle quali ha costruito una grande fama di uomo forte con molte ombre.

Duterte si laurea in Scienze Politiche nel 1968, in seguito studia Giurisprudenza fino ad ottenere l’abilitazione ad esercitare nel 1973. Inizia a lavorare nell’ufficio del Pubblico Ministero a Davao, una metropoli di 1,5 milioni di abitanti nell’isola meridionale di Mindanao.

Per capire chi sia davvero Rodrigo Duterte non si può infatti non parlare della città di Davao. Quando decise di correre per la presidenza, infatti, Duterte era già al settimo mandato nell’amministrazione della città, dopo essere stato sindaco tra il 1988 e il 2001 e poi vicesindaco dal 2010.

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Negli anni ’70 e ’80 Davao era una città turbolenta, definita la “capitale degli omicidi” delle Filippine. Durante la lunga dittatura di Ferdinand Marcos nell’isola di Mindanao era in corso una vera e propria guerra civile tra il New People’s Army (movimento comunista di opposizione) e il governo, che portò da un lato a violenze indiscriminate dell’NPA e dall’altro alla costituzione di squadre paramilitari, note come Alsa Masa, che davano la caccia ai comunisti dell’isola.

Durante il suo periodo da procuratore, proprio in quegli anni difficili di legge marziale, Duterte si costruisce una certa fama perseguitando con uguale fermezza tanto gli abusi degli insorti quanto quelli dei militari. Duterte costruì il ritorno dell’ordine a Davao con metodi violenti e una sorta di fervore ideologico, purgando i vertici corrotti della polizia fino a risanare il corpo e successivamente dando carta bianca agli agenti nella repressione del crimine.

Da allora si sono verificati continuamente episodi di esecuzioni extra-giudziarie di criminali, da molti imputate direttamente all’operato di Duterte in quanto ritenuto la mente dietro la cosiddetta Davao Death Squad, un gruppo paramilitare coinvolto in oltre 3.600 di esecuzioni extra-legali di narcotrafficanti nella città e nel Paese. Che sia verificata o meno questa accusa non sfugge. Così come non sfugge il clima di istigazione alla violenza  creato dalle politiche dell’attuale presidenza Duterte.

L’isola di Mindanao è rimasta un luogo inquieto anche negli anni ’90, teatro delle azioni dei gruppi islamisti legati ad Al-Qaida, ma la città di Davao ha mantenuto un buon livello di sicurezza. La politica di Duterte di tenere sotto controllo violento sia la polizia (sono riportati episodi di pestaggi e omicidi di agenti corrotti) quanto la criminalità ha ottenuto i suoi risultati. In questo quadro di paura l’alta domanda di sicurezza da parte degli abitanti ha garantito un vasto consenso elettorale all’uomo col pugno di ferro.

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Alle elezioni presidenziali del 2016 Duterte si presentò come quarto candidato in corsa, proposto dal Partido Demokratiko Pilipino-Lakas. I suoi slogan e il suo essere un outsider rispetto alle vecchie elites, accusate di aver accresciuto la disuguaglianza economica tra i filippini, gli hanno garantito la vittoria.

La maggior parte della dialettica di Duterte poggia infatti sul suo presentarsi come l’uomo dal pugno di ferro, impegnato in una dura lotta contro la criminalità e la corruzione. Questo atteggiamento era già stato vincente fin dalle sue prime elezioni locali quasi trenta anni fa. Nonostante gli appelli di molti politici e analisti di come il suo modo di fare fosse una minaccia alla democrazia e allo Stato di diritto, l’ex procuratore ha sempre avuto la popolazione dalla sua parte.

Il programma di governo di Duterte si basa su 30 obiettivi (consultabli qui). Il tema cardine è ovviamente la lotta alla criminalità e al narcotraffico “da portare a termine con qualsiasi mezzo, per quanto poco ortodosso”.  Quesa affermazione, unita all’atteggiamento da sceriffo e alle accuse di essere il mandante delle azioni delle squadre della morte di Davao suona in maniera molto inquietante. Dal giorno della sua elezioni ad oggi si sono verificati non meno di 2.000 uccisioni di spacciatori, di cui circa 700 in azioni di polizia.

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L’aspetto più interessante dell’agenda di Duterte è però sicuramente la politica estera, incentrata sul riavvicinamento tra la Cina e le Filippine.

Sebbene durante la campagna elettorale il presidente avesse speso parole dure contro la politica di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, Duterte ha subito aperto a intensi colloqui con la Cina, nell’ottica di aumentare enormemente lo scambio e la cooperazione economica tra i due Paesi del Pacifico, già in trend crescente da una decina di anni.

Cina e Filippine sono però impegnate da anni in un’aspra disputa sugli arcipelaghi compresi tra i due Paesi, tanto che Benigno Aquino, predecessore di Duterte, aveva ottenuto una condanna dell’atteggiamento espansionista di Pechino da parte della Corte di Giustizia Internazionale. Il nuovo presidente sembra intenzionato a non far valere questa sentenza e cercare invece un accordo bilaterale per risolvere la questione in modo vantaggioso per entrambi gli attori, in modo da non influire negativamente sui crescenti rapporti commerciali tra i due Paesi.

A premere per il riavvicinamento sono gli ambienti della finanza e della grande economia filippina, desiderosi di potenziare lo scambio di capitali e investimentii con i colleghi cinesi. Il processo sarebbe favorito dalla progressiva distenione tra i due governi.

Duterte ha infatti promesso un’ambiziosa politica di crescita economica e di modernizzazione della parte “lasciata indietro” del Paese. In questo senso un massiccio intervento cinese nel mercato filippino è necessario per raggiungere questi obiettivi. Il programma si basa sullo sviluppo rurale, con interventi sul settore agricolo (che impiega un terzo dei filippini) ma anche e soprattutto portando nelle campagne infrastrutture, assistenza medica e creando incentivi all’imprenditoria attraverso il potenziamento dell’istruzione pubblica e della fornitura di accesso a internet.

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L’avvicinamento tra Manila e Pechino rende però inquieti gli Stati Uniti, storico partner strategico delle Filippine e ora minacciati nella loro posizione di maggior alleato, oltre che nei loro obiettivi nella zona. Le Filippine sono infatti il fulcro dell’azione americana nel Pacifico nella celebre politica del “Pivot to Asia, che però ha un futuro incerto, dovuto soprattutto dall’incognita della politica estera che il nuovo presidente statunitense Donald Trump vorrà intraprendere.

La politica filo cinese di Duterte rischia di minare alla base il consenso che egli ha costruito nell’elettorato grazie alle istanze relative alla sicurezza e al rilancio economico. I sondaggi riscontrano infatti come il 92% dei filippini abbia un atteggiamento positivo verso gli USA e come il gruppo sociale più filo americano in assoluto siano i militari.

Non sorprende quindi come Duterte abbia in programma politiche nettamente vantaggiose per l’esercito. Il nuovo presidente ha annunciato a più riprese di voler potenziare polizia ed esercito, assumento migliaia di nuovi effettivi e modernizzando le dotazioni dei due corpi armati.

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Esercitazioni congiunte dei due eserciti

Il professore filippino Aileen Baviera ha avvertito che la ricchezza che deriverebbe dall’ingresso della Cina nell’economia filippina rischia di scatenare un’ondata di corruzione istituzionale, spesso conseguenza dell’incontro tra gli ambiziosi imprenditori cinesi e i deboli substrati istituzionali delle Filippine.

L’amministrazione Duterte, a differenza delle precedenti, non è ancora stata coinvolta in scandali di corruzione ma, questo il nocciolo dell’avvertimento, parallelamente alla politica di investimento dall’estero dovrà migliorare nettamente la qualità istituzionale del suo Paese se vuole assicurare una crescita economica davvero capace di migliorare le condizioni di vita nelle Filippine piuttosto che arricchire esclusivamente una ristrettissima elitès.

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La politica estera di Duterte va ben oltre i rapporti con la Cina e a muoverla è ancora una volta il deteriorarsi del rapporto delle Filippine con gli Stati Uniti. Ad accelerare fortemente questo processo ha contribuito enormemente il rifiuto da parte di Washington di concludere una vendita di 26.000 armi da fuoco (già programmata) all’esercito filippino per le preoccupazioni sulle violazioni dei diritti umani nella politica interna della nuova amministrazione.

Duterte ha reagito furiosamente a questo annuncio, ribattendo che  avrebbe cercato nuovi partner internazionali. Questo nuovo alleato sembra essere Vladimir Putin, con cui ha avuto un incontro lo scorso 20 novembre al summit dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Il nuovo presidente ha dato il via a colloqui con la Russia per stipulare un patto di cooperazione e difesa, tanto che proprio in questi giorni vari ministri filippini sono in visita a Mosca.

Sempre a margine della riunione dell’APEC a Lima, Duterte ha annunciato di essere intenzionato a seguire la Russia nel ritiro della firma dallo statuto della Corte Penale Internazionale, come pure hanno minacciato anche da alcuni Paesi africani, accusando l’organo di essere filo-occidentale e ipocrita. Nel suo stile tagliente, infine, il presidente ha aggiunto seccamente che “Se Russia e Cina vorranno creare un nuovo assetto globale sarò sicuramente il primo a prendervi parte”. In questo senso è quindi da tenere sotto controllo l’OBOR, ovvero la nuova via della Seta che collega Russia e Cina

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Rodrigo Duterte nel 2017 sarà presidente del summit dell’ASEAN, l’associazione degli Stati del Sudest asiatico, che si terrà in primavera. Il leader filippino ha accettato la nomina, ribadendo quanto sia importante la cooperazione locale per la sua presidenza e i suoi programmi di politica interna ed estera. Durante il suo discorso di insediamento Duterte ha inoltre ribadito l’importanza del dialogo e l’integrazione tra i Paesi dell’associazione, e di questi con i comuni partner internazionali.

Duterte e i suoi consiglieri economici hanno suggerito come nella loro politica economica cercheranno nuovi legami commericali non solo in Cina ma anche tra altri Paesi del Pacifico, soprattutto Giappone e Corea del Sud, e questo processo sarebbe enormemente favorito dal miglioramente dell’integrazione economica guidato dall’associazione. Nei prossimi anni vedremo come si muoverà l’amministrazione, ma gli incontri tra Tokyo e Manila sono già iniziati.

In questo panorama in cui le Filippine sembrano essere il perno delle relazioni internazionali tra Cina e Stati Uniti è anche necessario prendere in considerazione il TPP (Trans Pacific Partnership), ideato da Obama e al cui interno rientrano sia Giappone che Filippine ma non la Cina. La risposta cinese è stata la creazione dell’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) che, volutamente, esclude gli USA. Le Filippine, secondo i movimenti diplomatici spiegati sopra, potrebbero essere attratti da questo nuovo soggetto se le relazioni con il gigante statunitense non dovessero più essere ottimali.

Molti cronisti, infine,  hanno parlato di un “effetto Duterte” che potrebbe allontanare altri Paesi della zona dagli Stati Uniti in una sorta di reazione a catena. Queste affermazioni sono chiaramente delle esagerazioni: la zona del Pacifico ha visto negli anni crescere l’interesse delle potenze internazionali nell’area e molti cambi al vertice dei governi dei Paesi, ma non è emerso un trend di atteggiamenti simili a quelli del presidente filippino.

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Fonti e Approfondimenti

Profilo di Duterte sull’Inquirer.net (filogovernativo): https://www.inquirer.net/duterte

Inchiesta “The Punisher” del TIME del 2002: http://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,265480-1,00.html

http://foreignpolicy.com/2016/10/17/what-rodrigo-duterte-is-giving-up-philippines-china-hague-south-china-sea/

http://thediplomat.com/2016/09/the-trouble-with-the-philippines-rodrigo-duterte/

http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-09-14/duterte-s-tilt-toward-china-risks-upending-u-s-strategy-in-asia

http://www.reuters.com/article/us-apec-summit-philippines-russia-idUSKBN13F09V

https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute

http://thediplomat.com/2016/11/is-the-philippines-triggering-a-duterte-effect-in-asean/

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