Il declino del Pivot to Asia

Dalla fine della seconda guerra mondiale la politica americana ha sempre influito in maniera forte sulle relazioni internazionali mondiali e gli spostamenti degli assi geopolitici e strategici. L’8 novembre gli Stati Uniti d’America eleggeranno il loro 45° presidente e questo implicherà un cambiamento netto riguardo alla politica estera del Paese, in discontinuità con quella del presidente uscente.

Barack Obama si è contraddistinto per una forte propensione a incentrare le proprie forze, sia economiche che militari, nel continente asiatico. Durante il suo primo mandato fu inaugurata la dottrina del “Pivot to Asia“, anche chiamata “svolta asiatica” (novembre 2011). La prima, grande, implicazione che questa svolta comportò fu l’alterazione della decennale politica di equilibrio delle forze militari tra i due Oceani (Pacifico e Atlantico) a uno squilibrio in favore della zona Pacifica.

Questo radicale cambiamento ha una spiegazione economica non indifferente. Dopo lunghi anni in cui la politica estera americana non ha avuto una vera e propria bussola ma è stata trasportata per la maggior parte dei casi da una irrazionale ideologia, Obama ha riportato la strategia economico-politica al centro delle relazioni internazionali degli USA. L’obiettivo principale, così come afferma Axel Berkofsky, è quello degli affari e della necessità di instaurare delle relazioni basate sull’ottimizzazione del profitto, lasciando da parte la questione ideologica.

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Possiamo riassumere il Pivot to Asia in sei punti fondamentali:

  1. Lo spostamento del 10% delle forze armate dell’Atlantico verso il Pacifico. In questo modo la flotta del PACOM è salita approssimativamente a 380,000 militari americani. La flotta pacifica consiste in 200 navi (incluse cinque portaerei), circa 1.100 aerei, 140.000 tra marinai e civili. La marina comprende anche due Forze di Spedizione Marina con un personale di circa 86.000 uomini e 640 aerei. Per quanto riguarda le forze aeree pacifiche comprendono complessivamente 46.000 piloti e più di 420 aerei. Inoltre sono presenti nel PACOM più di 1.200 uomini assegnati alle Operazioni Speciali.
  2. Il sostengo incondizionato al TPP, ovvero della Trans-Pacific Partnership. L’area di libero scambio coinvolge tutti quelli Stati che si trovano nella zona dell’Oceano Pacifico. La riduzione delle tariffe commerciali dovrebbe portare a favorire il commercio tra Paesi all’interno del TPP e quindi a trovare una via di fuga all’obbligo di commerciare con la superpotenza cinese.
  3. Il rinforzo dell’ASEAN, ovvero l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Fondata nel 1967 con l’obiettivo di creare una zona di libero scambio all’interno degli Stati dell’ex Indocina e che appartenevano, per la maggior parte, ai Paesi non allineati (definiti anche terzomondisti nell’accezione dispregiativa). Il sostegno USA con la presidenza Obama è il secondo, forte, segnale di una politica di containment nei confronti della Cina Popolare.
  4. Le relazioni sempre più forti con l’IndiaLa paura cinese ha raggiunto anche la più grande democrazia del mondo. Il Pivot to Asia si è in questo senso sposato in maniera perfetta con il “look east policy” indiano che si è ulteriormente rafforzato nel 2014 con l'”Act East” dell’attuale presidente indiano Narendra Modi. Le relazioni tra i due Paesi hanno vissuto quindi quello che viene definito il “riallineamento strutturale” che ha riportato ad azioni congiunte. Proprio nel 2016 Modi e Obama hanno concluso quattro accordi importanti riguardo difesa e condivisione di tecnologie. L’LSA (Logistic Supply Agreement), il CISMOA (Communication and Information Security Memorandum of Agreement), il BECA (Basic Exchange and Cooperation Agreement) e la cooperazione navale, che ha portato all’esercitazione congiunta dei due eserciti sotto la bandiera della sicurezza marittima.
  5. Il Giappone come perno asiatico. Dopo anni di confronti e di forzature gli Stati Uniti sono riusciti a far varare una serie di leggi nel 2015 al governo Abe riguardo la sicurezza nazionale. Queste leggi richiamano il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite riguardo al diritto all’autodifesa collettiva. In questo modo l’esercito giapponese è stato mobilizzato nuovamente e gli USA stanno convincendo il governo giapponese a prendere parte attiva riguardo all’autodifesa collettiva nella zona pacifica.
  6. La visita che il presidente Obama ha fatto in Paesi come il Vietnam, ex nemico numero uno, e il successivo abbandono dell’embargo sulle armi. Anche qui si può notare una forte impronta liberista da parte di Obama che archivia le distanze ideologiche che hanno portato negli anni ’50, fino al 1975, a una sanguinosa guerra tra i due Paesi.

Possono essere inoltre definite almeno due grandi contro indicazioni emerse dal dispiegamento del Pivot to Asia:

  1. Il risentimento della Repubblica del Popolo della Cina. Infatti il Pivot viene definito dal governo di Pechino “containment” cinese e nello specifico sta creando grandi tensioni diplomatiche tra gli USA e la Cina perché:
    –   Il rafforzamento delle zone di libero scambio taglia fuori Pechino nelle zone limitrofe. Il TPP e l’ASEAN creano quello che la Cina ha cercato di evitare per lungo tempo, ovvero discussioni multilaterali. Queste ultime danno più forza di contrattazione a quegli Stati che altrimenti sarebbero schiacciati senza problemi dalla Cina nell’ambito di discussioni bilaterali (quelle, ovviamente, preferite Pechino).
    –   Il riarmo del Giappone voluto da Washington si è fuso con altre due politiche del premier Shinzo Abe: il nazionalismo e il revisionismo storico. Questa commistione delle tre politiche ha portato a un’incremento della tensione (già alta) tra i due Paesi soprattutto su quei territori “contesi” come le isole Senkaku (Diaoyu secondo la denominazione cinese).
  2. L’allontanamento da parte delle Filippine dall’espansionismo americano. L’elezione di Duterte nelle Filippine ha infatti cambiato drasticamente quello che era stato creato dal Pivot di Obama. Dopo uno sforzo durato più di tre anni gli Stati Uniti erano riusciti a riaprire le comunicazioni con Manila nel 2014 riguardo alla materia di sicurezza regionale. L’apertura di Duterte a Pechino (per saperne di più) e un rafforzamento dell’asse Duterte-Xi Jinping fa paura agli USA.

 

In otto anni di presidenza Obama ha quindi lasciato un forte segno attraverso il Pivot to Asia con l’obiettivo di rinforzare lo spirito liberista americano. A poche settimane dal voto però ancora non si è delineato un vero e proprio successore di Obama dal punto di vista del proseguimento della politica estera sul fronte asiatico. Anche se Hillary Rodham (conosciuta col cognome del marito Bill Clinton) nel 2008 fu nominata Segretario di Stato da Barack Obama, non è così scontato definirla come suo naturale successore. Infatti la differenza di vedute tra il presidente e la odierna candidata alla presidenza è sempre stata molto netta. Le politiche di ritirata dai teatri di guerra che Obama ha voluto portare avanti per tutti e otto gli anni, proprio perché la conquista ha cambiato volto passando da un “hard power” interpretato dall’intervento militare a un “soft power” economico, sono l’opposto di quello che Hillary avrebbe voluto mettere in atto. Una politica estera forte è quello che potremmo aspettarci da una sua elezione.

Hillary Clinton Visits Troops In Bosnia

Clinton è molto più vicina di Obama alle visioni del PACOM (U.S. Pacific Command), ovvero il comando militare della zona del Pacifico. Tenendo presente il rinforzo di circa il 10% delle truppe nella zona del Pacifico, voluto da Obama con l’inaugurazione del Pivot to Asia, possiamo aspettarci uno stretto contatto in futuro tra la presidenza e i rami militari. Questa eventualità ha però portato a un forte risentimento di Pechino che si è sentita minacciata dal punto di vista economico, militare e politico. Inoltre, l’attuale comandante del PACOM è l’ammiraglio Harry B. Harris Jr., primo nella storia a essere comandante naturalizzato statunitense ma con origini giapponesi.

L’influenza americana che Obama ha provato a instaurare nel sudest asiatico in India e in Giappone potrebbe essere del tutto compromessa con l’amministrazione Clinton. Visite diplomatiche, patti e trattati per cercare di infondere all’interno dell’estremo Oriente un “rebalance” nei confronti della Repubblica del Popolo della Cina hanno portato anche a tensioni con Pechino, parzialmente risanate attraverso una lunga attività diplomatica. Hillary Clinton non ha dimostrato di preferire l’azione diplomatica a quella fisica. La “Hillary Clinton docrtine” è stata cruciale in alcuni interventi militari fin dalla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, per esempio in Iraq, Pakistan, Afghanistan, l’operazione contro Osama bin Laden, Siria. Molti di questi conflitti si sono decisi all’interno dell’amministrazione Obama, sia come intervento militare sia come ritiro di truppe dal teatro di guerra e Clinton potrebbe alterare nuovamente una situazione che sembrava dovesse pendere verso il ritiro delle truppe dal Medio Oriente per poter focalizzare energie, soprattutto economiche, verso l’Estremo Oriente.

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Dall’altra parte abbiamo un candidato, Donald Trump, che ha improntato la sua campagna elettorale soprattutto su un piano di isolazionismo forzato americano, ovvero esattamente il contrario di quello che è stato l’espansionismo economico dell’amministrazione Obama. La politica estera di Trump non ha colore, è oscura e non chiara. Una delle poche battute dedicate al panorama estero si è incentrata sulla sua conoscenza di un’arma segreta per sconfiggere lo Stato Islamico. Da questo si evince ancora di più quanto Trump non sia predisposto alla candidatura alla presidenza di uno Stato come gli USA. L’incapacità di cogliere lo spostamento degli assi geopolitici del proprio Paese dovrebbe quindi mettere in allarme sulla possibilità di una sua futura presidenza. Inoltre, se dovesse delinearsi una politica isolazionista dopo otto anni di politica estera dedicata al “rebalance“, additato dalla Cina nella sua accezione negativa di “containment“, potrebbe portare a gravi conseguenze all’interno dell’Estremo Oriente.

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APPROFONDIMENTI

https://assets.donaldjtrump.com/DJT_Radical_Islam_Speech.pdf

“Il Mondo di Obama. 2008-2016 l’America nello scenario globale”, P. Magri, a cura di, Milano, Mondadori, 2016

http://www.pacom.mil

http://www.defense.gov/Portals/1/Documents/pubs/20111101_NDAA_Report_on_US_India_Security_Cooperation.pdf

FONTI

http://www.tradingeconomics.com/japan/imports-from-united-states/forecast

http://www.tradingeconomics.com/japan/imports-from-china

http://www.tradingeconomics.com/japan/exports-to-united-states/forecast

http://www.tradingeconomics.com/japan/exports-to-china/forecast

http://www.pacom.mil/About-USPACOM/

The Legacy of Obama’s “Pivot” to Asia

The Hillary Clinton Doctrine

Hillary the Hawk: A History

Japan-China Relations: Post-Obama Pivot Outlook

Measuring the Legacy of American Resolve in Asia After Obama

US Election 2016: The View from Asia