Nuove tensioni nel Mar Cinese Meridionale

Domenica 2 luglio, una nave statunitense si è avvicinata ad una delle isole del Mar Cinese Meridionale reclamate da Pechino. La cacciatorpediniere USS Stethem ha infatti volutamente navigato entro le 12 miglia nautiche (ossia il limite stabilito dalla Convenzione di Montego Bay per definire le acque territoriali di un paese) dalla costa dell’ isola di Triton (contesa tra Cina, Taiwan e Vietnam), suscitando le proteste del governo cinese.

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La cacciatorpediniere USS Stethem

La Cina ha risposto alla minaccia inviando come monito aerei e navi militari in pattugliamento. Il portavoce del Ministero degli Esteri Cinese, Lu Kang, ha inoltre dichiarato: «[gli Stati Uniti] hanno infranto la legge cinese e internazionale, violato la sovranità della Cina, perturbato la pace, la sicurezza e l’ordine  delle acque attinenti e messo a repentaglio le strutture e il personale delle isole cinesi». Lu ha in aggiunta sottolineato come questa mossa degli Stati Uniti costituisca una seria provocazione politica e militare, e che la Cina si reputa assolutamente insoddisfatta del comportamento degli USA.

Il passaggio della Stethem non è altro che la continuazione di una prassi che gli Stati Uniti hanno adottato da tempo per contrastare le pretese territoriali della Cina sui tre piccoli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale: Le Paracel, Le Spratly e la secca di Scarborough; sui quali reclamano la propria sovranità anche gli altri Paesi circostanti (Filippine, Malesia, Taiwan, Vietnam e Brunei).

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Di fatto, da anni la Cina ha avviato la costruzione di diverse strutture militari, tra cui ben sette isole artificiali nel complesso delle Spratly e tre campi di aviazione militari. Venerdì, nuove immagini satellitari pubblicate dall’Asia Maritime Transparency Initiative presso il Center for Strategic  and International Studies, un think tank di base a Washington, hanno messo in evidenza come Pechino stia incrementando ulteriormente la propria attività nel Mar Cinese Meridionale costruendo strutture radar e missilistiche sulle isole Mischief, Fiery Cross e Subi.

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La strategia adottata dalla Cina ha l’obiettivo di normalizzare la presenza del Drago Asiatico nel reclamato Mar Cinese Meridionale tramite la costituzione di così detti Facts on the Ground; ossia la presenza di un certo grado di attività e strutture cinesi tale da supportare le pretese di Pechino su queste acque.  Allo stesso modo, Washington tende a contrastare le iniziative cinesi attraverso diversi pattugliamenti militari nelle acque contese, denominati appunto Freedom of Navigation Operations (FONOP), per sottolineare  come  gli arcipelaghi contesi non facciano parte delle acque territoriali di Pechino.

Ma gli Stati Uniti non sono gli unici ad aver destato le proteste della Repubblica Popolare. Un peggioramento delle relazioni si è registrato verso la fine di giugno anche tra Cina e Vietnam, un altro dei Paesi coinvolti nelle dispute  territoriali del Mar Cinese Meridionale.

L’episodio in questione riguarda la cancellazione del quarto Border Defense Friendly Exchange, un evento di cooperazione militare tra Hanoi e Pechino che avrebbe dovuto  tenersi tra il 20 e il 22 giugno. Per l’occasione la Repubblica Popolare Cinese aveva inviato il generale Fan Changlong in Vietnam per una visita ufficiale il 18 giugno. Tutto si è svolto inizialmente come da copione, almeno in base a quanto dichiarato dai canali ufficiali di comunicazione dei due paesi, ma nonostante i toni di amicizia riportati, il generale Fan ha repentinamente lasciato Hanoi e annullato la partecipazione della Cina al Border Defense Friendly Exchange. Si è trattato molto probabilmente di un gesto di protesta in risposta alle operazioni di estrazione di petrolio vietnamite effettuate in una zona del Mar Cinese Meridionale Nota come blocco 136-03.

Vi è inoltre un altro attore sullo scenario del Mar Cinese Meridionale che sta facendo sentire sempre di più il proprio peso: il Giappone. Tokyo ha infatti recentemente inviato in queste acque la JS Izumo, una nave da guerra porta elicotteri delle Forza di Autodifesa Marittima  del Giappone. Questo pattugliamento navale che durerà per tre mesi, costituisce un indiretto sostegno di Tokyo alle Freedom of Navigtions Operations degli Stati Uniti. Negli ultimi anni il Giappone ha inoltre incrementato la propria cooperazione militare con le Filippine e il Vietnam, sempre nel tentativo di arginare l’avanzata della Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Le ragioni che hanno portato il Giappone ad inserirsi in questo pericoloso contesto pur non affacciandosi direttamente sulla zona interessata sono principalmente due:

  1. Il 90 % delle importazioni di petrolio di Tokyo passano per il Mar Cinese Meridionale, rendendo il mantenimento della libertà di navigazione in queste acque un interesse vitale per il Giappone;
  2. Il governo giapponese considera ogni vantaggio acquisito dalla Cina nella disputa del Mar Cinese Meridionale come un incoraggiamento per Pechino ad agire nello stesso modo nel Mar Cinese Orientale, dove invece è in corso un’accesa disputa territoriale tra Giappone e Cina sulle isole Senkaku.
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La JS Izumo

Pur essendo la libertà di navigazione in queste acque un’assoluta necessità per il Giappone, Tokyo non ha ancora aderito ufficialmente alle FONOP. Uno dei motivi di tale scelta è riconducibile alla relativa limitatezza delle forze di mare giapponesi e alla volontà di Tokyo di non estendere eccessivamente il raggio delle proprie operazioni navali. Tuttavia, un forte motivo è anche costituito dalla volontà di non indispettire eccessivamente la Cina sualla questione delle isole Senkaku.

Nelle acque del Mar Cinese Meridionale è quindi in corso una lenta partita a scacchi nella quale al momento sembra essere in vantaggio la Cina. È passato ormai un anno da quando il 12 luglio 2016 la Corte permanente di arbitrato dell’Aia ha deciso di supportare la posizione delle Filippine, respingendo invece le pretese territoriali della Cina. Ma l’arbitrato dell’Aia resta tuttora non attuato da entrambi i Paesi. Da una parte infatti Pechino non ne ha riconosciuto la validità; dall’altra Manila, in seguito al raffreddamento delle relazioni con Washington, si è dichiarata favorevole ad una linea più morbida sulla questione (ignorando essa stessa l’arbitrato dell’Aia) in cambio di finanziamenti cinesi per la costruzione di infrastrutture.

La strategia ibrida della Cina si sta rilevando quindi molto efficace. Non sono tanto i  facts on the ground che rafforzano la posizione del Drago Asiatico nel Mar Cinese Meridionale, ma le possibilità di investimenti esteri messi sul tavolo dal progetto One Belt, One Road, ossia il colossale piano di sviluppo infrastrutturale promosso dalla Cina in tutto l’oriente, il quale fa gola alle piccole potenze regionali.

 

 

Fonti e approfondimenti:

http://thediplomat.com/2017/06/dead-in-the-water-the-south-china-sea-arbitral-award-one-year-later/

http://www.japantimes.co.jp/news/2017/07/03/asia-pacific/u-s-warship-sails-near-chinese-occupied-island-disputed-south-china-sea/ 

http://www.firstpost.com/world/south-china-sea-dispute-dragon-scrambles-ships-jets-to-warn-off-navy-destroyer-asks-us-to-stop-provocation-3769593.html

http://edition.cnn.com/2017/07/02/politics/us-navy-south-china-sea/index.html

http://news.abs-cbn.com/news/06/30/17/amid-chinas-sea-buildup-palace-says-duterte-non-combative

http://www.tehrantimes.com/news/414621/Japan-s-delicate-balancing-act-in-the-South-China-Sea

http://www.bworldonline.com/content.php?section=Nation&title=us-think-tank-weapons-system-firmed-up-in-chinese-structures-in-spratlys&id=14757

http://thediplomat.com/2017/06/is-a-new-china-vietnam-maritime-crisis-brewing-in-the-south-china-sea/

http://nationalinterest.org/feature/japans-delicate-balancing-act-the-south-china-sea-21343?page=2j 

http://www.nbcnews.com/news/world/china-accuses-u-s-warship-provocation-south-china-sea-n779221 

 

http://www.bbc.com/news/world-asia-40493277

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