La ricerca dei pilastri americani in Medio Oriente

Gli Stati Uniti, a partire dalla seconda guerra mondiale, hanno sempre agito come super potenza nel quadrante mediorientale influenzandone politica e sviluppo. Sono passati diversi presidenti dall’Ufficio ovale ma la politica internazionale ha sempre mantenuto delle linee guida, fatta eccezione per due presidenti. Cerchiamo di capire queste linee guida, quali sono state le eccezioni e come si sta muovendo l’attuale presidenza.

Il sistema dei pilastri

La politica estera americana in Medio Oriente ha sempre avuto la necessità di andare a caccia di intermediari per cercare di portare avanti i propri interessi. Le popolazioni mediorientali dopo aver affrontato il colonialismo europeo non avrebbero potuto accettare un’ingerenza americana diretta. Di conseguenza la super potenza, all’indomani della seconda guerra mondiale, ha stretto forti alleanze con alcuni degli stati mediorientali, i pilastri,  tramite cui ha portato  avanti la difesa dei propri interessi.

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Alla fine della guerra fredda l’intero sistema mediorientale si posava su tre centri fondanti: Israele, l’Arabia Saudita e l’Iran. Guardando il mondo attuale l’ultimo dei tre nomi ci suona strano e distante, ma va ricordato che, prima della rivoluzione islamica del 1979, Teheran era un centro fondamentale per la politica estera americana, molto spesso preferito a Ryad.

Il problema maggiore alla base della politica dei pilastri risiede nel rapporto che si instaura tra super potenza e potenza regionale. Essendo la relazione molto stretta, come si può vedere ad esempio dai rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti, si viene a creare la possibilità per la potenza minore di ricattare quella maggiore.

Gli Stati uniti, ma come anche l’Unione Sovietica con i propri alleati, si sono trovati obbligati a supportare la volontà e le politiche di Iran, Arabia Saudita e Israele per non perdere un tassello fondamentale della propria alleanza in Medio Oriente.

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Gli approcci di Carter e Obama

 Dopo la rivoluzione del 1979 i pilastri sono diventati di colpo due lasciando il sistema di supporto americano in Medio Oriente privo di un sostegno fondamentale. Il presidente americano in carica in quel momento cruciale era Carter, uno dei due presidenti che hanno cercato di cambiare la politica dei pilastri.

Il presidente democratico in quegli anni aveva cercato di aprire relazioni con tutti i paesi disposti al dialogo, anche se in precedenza erano stati profondamente critici con gli USA. Questo atteggiamento di rottura aveva messo in crisi il rapporto speciale tra Arabia Saudita e Israele. Il fallimento di Carter arrivò per colpa della sfiducia che gli altri attori, come l’Iran sciita, nutrivano verso il suo atteggiamento di apertura, ma anche per colpa del clima interno agli Stati Uniti, soprattutto dopo la crisi degli ostaggi di Teheran,  che era estremamente avverso al dialogo.

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La stessa apertura è stata provata, nei suoi due mandati, da Barack Obama, cercando di mantenere relazioni bilaterali con tutti i paesi. L’esempio calzante di questa politica è stato il  raggiungimento del JCPOA, l’accordo con l’Iran sul nucleare, che ha riportato il paese al tavolo della diplomazia mediorientale dopo quasi trenta anni di esclusione.

Trump a caccia di pilastri

Dopo gli anni di Obama, Trump ha riportato alla Casa Bianca la storico principio di politica estera dei repubblicani facendo tornare di moda i pilastri e le alleanze infrangibili nel nome dell’interesse americano e del secondo paese, senza curarsi della pace o delle altre condizioni.

Il primo viaggio all’estero di Trump non a caso è stato in Medio Oriente e ha toccato proprio gli stati che, secondo l’amministrazione, dovranno essere le fondamenta americane nel quadrante: Israele e Arabia Saudita.

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Il regno saudita, che era sembrato appannato e indeciso negli ultimi anni, ha avuto una svolta dopo la visita del presidente e ha deciso di prendere con decisione una rotta aggressiva e forte nelle sue posizioni. Tutto questo è stato sancito dalla nuova nomina a principe ereditario del ministro della difesa Mohammed Bin Salman e dell’allontanamento del cugino Mohammed Bin Nayef, che invece aveva sempre mantenuto e consigliato un atteggiamento più prudente e mite. Trump ha promesso il suo appoggio totale, esemplificato dalla firma del più ricco contratto militare tra Arabia Saudita e Usa con le armi dirette in Yemen, ricevendo in risposta una linea chiara di politica comune, come nel caso del Qatar block, e riportando a casa un’assicurazione di fedeltà da parte del regno sunnita.

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Dopo Ryad Trump è arrivato in Israele. Il nuovo Presidente ha accettato tutte le richieste di Israele, ponendo come unico limite l’interesse americano di mantenere buoni rapporti con il mondo islamico, per non scontentare il pilastro Saudita. Questa idea è alla base del veto di Trump su due questioni che Netanyahu gli ha messo davanti.

La prima questione era legata agli insediamenti e alle nuove velleità israeliane di annettere una parte maggiore di West Bank. La seconda questione è legata alla posizione dell’ambasciata, che il presidente in campagna elettorale aveva proposto di spostare da Tel Aviv a Gerusalemme. Questa proposta aveva scatenato l’ira di palestinesi, mondo islamico e comunità internazionale.

Le fragilità del sistema dei pilastri

Una volta esposta la politica dei pilastri è necessario però valutare quali siano i rischi di un sistema così fragile. Il problema principale risiede nell’estrema avversità e conflittualità degli USA verso tutti gli altri paesi che siano competitori regionali di Israele e Arabia Saudita.

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Questa politica di alleanze così serrate è stato costruita ed ha retto all’urto durante la Guerra Fredda e nel momento, primi anni 2000, in cui i due stati alleati degli USA, erano veramente le due uniche due grandi potenze a livello regionale. Attualmente il sistema politico nel quadrante mediorientale è molto differente.

Il primo dato da tenere in conto è che attualmente vi sono due attori fondamentali come la Turchia e L’Iran che possono facilmente dirsi alla pari, se non superiori, a Israele e Arabia Saudita ( sempre togliendo dall’equazione l’atomica di Tel Aviv). Questa totale parità potrebbe rendere molto pericolosa una situazione di conflittualità tra potenze che hanno arsenali e economie, pronte a sfidarsi. 

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Il secondo dato che è cambiato nel tempo riguarda gli stati più piccoli, come ad esempio la Giordania, l’Oman e il Qatar. Nel tempo questi ultimi hanno migliorato la propria posizione e avendo così ampia scelta di centri di potere a cui legarsi non è sicuro che in futuro decidano di rimanere nelle storiche linee di alleanza che abbiamo  visto nel passato.

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Il terzo dato è la ridimensionata forza degli Stati Uniti che non possono più definirsi, né si sentono più una super potenza capace di affrontare qualsiasi nemico. La situazione potrebbe quindi diventare molto pericolosa se vi dovesse essere un’escalation e gli USA si dovessero trovare costretti a difendere i propri pilastri.

Approfondimenti

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2017/07/turkey-military-qatar-crisis-egypt-saudi-arabia-uae.html

http://www.middleeasteye.net/news/analysis-qatar-crisis-military-diplomacy-economy-689636344

https://www.foreignaffairs.com/articles/iraq/2017-06-24/anbars-illusions

https://www.foreignaffairs.com/articles/jordan/2017-06-23/green-blue-attacks-jordan

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