Disoccupazione ed esclusione dopo il carcere negli USA

US Prison labor
Federal Bureau of Prisons - Wikimedia Commons - Licenza CC0

Quando si parla del sistema carcerario statunitense spesso il focus è sulle condizioni strutturali che portano le persone a entrarvi o sul trattamento dei detenuti dentro le prigioni. Una terza faccia del prisma dell’incarcerazione di massa negli Stati Uniti è quella dell’esclusione sociale degli individui che escono dal carcere – su cauzione, sulla parola, per la fine della pena – e che si ritrovano in una società ostile nei loro confronti. Negli USA, infatti, esistono diversi meccanismi che contribuiscono a marginalizzare chi ha commesso un reato penale, con effetti negativi sul tasso di recidiva e, quindi, di reincarcerazione.

La disoccupazione dopo il carcere

Non è un segreto che la disoccupazione, e più in generale l’esclusione sociale, sia uno dei motivi che possono spingere una persona a commettere un reato, anche per pure necessità materiali. Idealmente, quindi, alle persone uscite dal carcere – rispettando quella che in teoria dovrebbe essere una funzione di rieducazione e reinserimento – dovrebbe essere tesa la mano nella ricerca di un lavoro, quindi di un posto nella società che possa garantire una vita quantomeno dignitosa. Chi esce dal carcere negli USA spesso si ritrova con migliaia di dollari di debiti che continuano ad accumularsi, per effetto delle spese processuali e del versamento di pagamenti per il mantenimento della libertà vigilata che gravano ancor di più sulle finanze individuali e rendono il trovare un lavoro una necessità ancor più impellente. Non a caso, diversi studi hanno dimostrato come l’accesso a misure di assistenza sociale sia efficace nel ridurre il tasso di recidiva di chi esce dal carcere.

Negli Stati Uniti, un Paese che tende invece a criminalizzare la povertà, anche in funzione di un’ideologia dominante piuttosto individualista e basata sul “farcela da soli”, il sistema mantiene un atteggiamento punitivo nei confronti degli ex detenuti ora in cerca di opportunità. Quasi tutti i cinquanta Stati permettono alle compagnie di chiedere ai candidati per una posizione se hanno commesso reati o sono stati in carcere. Questo, ovviamente, porta a un’enorme discriminazione nel mercato del lavoro, poiché chi ammette di avere la fedina penale sporca difficilmente viene considerato al pari di altre persone che hanno fatto domanda. Non è un caso che negli Stati Uniti il 27% delle persone che sono state incarcerate sia disoccupata – un dato più alto del tasso di disoccupazione nel picco della Grande Depressione degli anni Venti e Trenta, che toccò il 25% nel 1933. Il tasso di disoccupazione per queste persone è cinque volte superiore rispetto a una persona con la fedina penale pulita e, anche quando trovano un lavoro, la loro posizione è più instabile.

Il problema, come spesso accade negli USA, si interseca con quello etnico e razziale, nonché di genere: all’uscita dal carcere, neri e latinx subiscono queste discriminazioni in misura maggiore dei bianchi, come mostra la tabella sottostante. Allo stesso tempo, le donne subiscono discriminazioni più pesanti, a parità di appartenenza allo stesso gruppo razziale o etnico.

Disoccupazione per la popolazione generale Disoccupazione per le persone ex carcerate
Donne nere/afroamericani 6,4% 43,6%
Uomini neri/afroamericani 7,7% 35,2%
Donne bianche 4,3% 23,2%
Uomini bianchi 4,3% 18,4%

Fonte: Coloute, Lucius e Kopf, Daniel (2018). “Out of Prison & Out of Work: Unemployment among formerly incarcerated people”, Prison Policy Initiative.

Lo stigma della carcerazione, molto forte in generale e ancor di più negli Stati Uniti dove spesso questa è accompagnata a una radicata colpevolizzazione degli individui, si unisce quindi a quello razziale e di genere, creando un’intersezione di sistemi marginalizzanti che si rafforzano a vicenda.

Fuori dal carcere, fuori dal welfare

Lo stesso accade con il welfare, ovvero con le misure che potrebbero permettere l’accesso a strumenti fondamentali per la sussistenza – specialmente quando si esce da un carcere e si è, di fatto, nullatenenti – quali alloggi o buoni pasto pubblici.

Una riforma fondamentale in questo senso fu quella del democratico Bill Clinton che, nel 1996, fece passare il Temporary Assistance for Family Needs Programme. Questo prevedeva una durata massima di cinque anni per usufruire di misure di sostegno al reddito e, cosa più importante, legava l’accesso a queste all’ottenimento di un impiego. Ovviamente, per effetto dell’esclusione dal mercato del lavoro di cui sopra, molte persone uscite dal carcere si sono ritrovate sempre più impossibilitate ad accedere a misure di welfare che fino ad allora erano, almeno in teoria, garantite.

Non è un caso che le misure di welfare siano l’oggetto di una restrizione così forte negli Stati Uniti, soprattutto nei confronti di questa categoria. In un Paese che già di per sé ha una visione del welfare come assistenzialismo, quindi sprezzante, ciò è ancor più vero per chi passa dal carcere. La mass incarceration (incarcerazione di massa) è stata infatti costruita, tra le altre cose, anche su una retorica piuttosto virulenta nei confronti delle persone che usufruivano di misure di assistenza sociale, in particolare afroamericane o latine.

Espressioni come welfare queen (regine del welfare) furono spesso utilizzate per attaccare le donne nere che, secondo i media, vivevano come “regine” sulle spalle dello Stato – quando, ovviamente, a loro era garantita solo la minima sussistenza. Allo stesso modo, un pezzo famoso di Pete Hamill, uscito nel 1989 a seguito del caso dei Central Park 5 (un gruppo di ragazzi afroamericani e latinx furono ingiustamente accusati di uno stupro, poi prosciolti) utilizzò questa dicitura per descriverli: «Venivano in centro (area di Central Park, ndr) da un mondo di crack, welfare, pistole, coltelli, indifferenza e ignoranza». Come si vede, il welfare è giustapposto a parole che indicano violenza, ignoranza e abuso di droghe, caratterizzando questo strumento di fatto come deviante. Allo stesso modo oggi chi esce dal carcere è fortemente ostacolato nell’accesso all’assistenza sociale per effetto della stessa cultura, col risultato però di acuire il disagio e la marginalizzazione di chi invece dovrebbe essere riaccompagnato nell’ingresso nella società, dopo aver scontato già una pena dura e inumana.

Le risposte della società civile

Negli anni, diversi movimenti – tra cui Black Lives Matter – hanno costruito delle piattaforme incentrate sullo smantellamento delle misure che riproducono l’apparato di esclusione sociale, che già è in buona parte responsabile per l’ingresso in carcere di molte persone, all’uscita da questo. Le cosiddette Ban the Box Campaigns (campagne per l’abolizione del box, ovvero lo slot da barrare indicando che la persona ha ricevuto una condanna penale) sono nate a fine anni Novanta e hanno avuto un successo discreto, seppur altalenante.

Alcuni Stati hanno abolito questo strumento in toto, come le Hawaii nel 1998 o la California nel 2018; alcune città, come San Francisco e Oakland hanno fatto lo stesso; infine, Obama eliminò questa pratica dalle domande di impiego federali nel 2015. Il problema però è che non solo alcune di queste misure si applicano solo all’impiego pubblico, non risolvendo quindi la questione nel privato, ma anche che sono localizzate solo in alcune parti, ancora minoritarie, degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, non eliminano i problemi di discriminazione interconnessi a quello nei confronti degli ex-carcerati, ovvero relativi al genere o alla razza/etnia delle persone. Come ha dimostrato questo studio, infatti, l’abolizione del box dalle domande di lavoro porta molti datori di lavoro a discriminare a priori sulla base di fattori soprattutto razziali, paradossalmente aumentando le discriminazioni all’ingresso del mercato del lavoro per le persone afroamericane, che sono discriminate a priori in ragione della maggiore probabilità, percepita da chi effettua le assunzioni, di essere state in prigione.

La soluzione non è quindi semplice, poiché è l’effetto di diversi fattori culturali, socioeconomici e politici che investono non solo il livello individuale – ovvero, non riguardano solo le decisioni di singoli datori di lavoro – ma sono strutturali e interconnessi. Per quanto le policy che eliminano gli ostacoli all’ottenimento di un impiego o del welfare siano desiderabili, è importante anche ricordare che queste, da sole, non saranno una panacea che risolverà il problema dell’incarcerazione di massa o della marginalizzazione delle comunità afroamericane.

 

Fonti e approfondimenti

Alexander, Michelle. 2010. “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness”. The New Press. New York.

Coloute, Lucius e Kopf, Daniel. 2018. “Out of Prison & Out of Work: Unemployment among formerly incarcerated people”. Prison Policy Initiative.

Doleac, Jennifer L. e Hansen, Benjamin. 2020. “The Unintended Consequences of “Ban the Box”: Statistical Discrimination and Employment Outcomes When Criminal Histories Are Hidden”. Journal of Labor Economics, 38, 2.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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