In Perù ha vinto il socialismo

Perù
@Gatodemichi; Licenza Wikimedia Commons

Dal secondo turno delle elezioni generali in Perù è uscito vincitore José Pedro Castillo Terrones: classe 1969, leader del partito d’ispirazione marxista Perú Libre. Con uno scarto di circa 70.000 voti, Keiko Fujimori, alla guida del partito di destra Fuerza Popular, è stata sconfitta al suo terzo ballottaggio consecutivo dal 2011. Ma la Señora K, contro cui pende un mandato di custodia cautelare, è pronta a dar battaglia in attesa dell’ufficializzazione.

Con una vittoria al fotofinish, si apre una nuova legislatura per il Perù, ma proprio per questo sarà così arduo l’esercizio del potere. Nel nuovo Parlamento, infatti, l’opposizione potrebbe compattarsi in un blocco ostruzionista che limiti qualsiasi cambio radicale (come quello della Costituzione, voluto da Castillo stesso) nella struttura politica del Paese. 

Testa a testa al ballottaggio

La vittoria di Castillo è stata annunciata dal candidato stesso solo a tre giorni dal voto e con più del 99% delle schede scrutinate, quando il suo lieve vantaggio era comunque tale da assicurargli la vittoria. 

A nulla sono servite le minacce espresse per tutta la campagna elettorale da Fujimori sul rischio dell’arrivo del comunismo in Perù. Ben poco hanno scalfito le dichiarazioni allarmiste dove si accostava Castillo a Maduro, con tutto ciò che ne può conseguire per l’immaginario collettivo. 

Alla fine, anche solo con un piccolo vantaggio, l’ex insegnante sindacalista è riuscito a ottenere la maggioranza, con un sorpasso avvenuto quando ormai mancavano solo il 10% delle schede da scrutinare, quelle delle zone rurali e quelle provenienti dall’estero.

Nonostante il plauso dell’Organizzazione degli Stati Americani rivolto agli organizzatori delle elezioni per il processo di trasparenza e per come le stesse sono state svolte, considerando anche l’attuale situazione pandemica, non sono mancate le accuse di brogli da parte della candidata sconfitta. 

Con l’hashtag #FraudeEnMesa sui profili social i sostenitori di Fujimori hanno accumulato le presunte prove dei voti falsati, raccogliendo anche il supporto di diverse testate televisive locali che hanno riportato alcune procedure ritenute non idonee. 

Presunti voti di persone decedute e schede bianche ricompilate hanno portato Fujimori a chiedere l’annullamento di circa 200.000 voti. Al momento la richiesta è ancora in sospeso e l’ONPE (Officina Nazionale dei Processi Elettorali) deve ancora pronunciarsi. Anche 17 ex presidenti dell’area hanno chiesto di attendere l’ufficializzazione, fino a quando non vengono risolte tutte le contestazioni. I capi di Stato di Bolivia, Argentina e Nicaragua, invece, non hanno esitato a congratularsi con Castillo sui social media per il suo successo.

Il nuovo presidente

Intanto, si delinea un futuro di rottura per il Perù, come presidente è stato infatti eletto quello che si può a tutti gli effetti dichiarare un outsider. Figlio di contadini analfabeti, apertamente socialista e alla guida di un partito d’ispirazione marxista, Castillo incarna gli ideali di diverse realtà sociali del Perù scontente dell’operato della classe politica degli ultimi anni.

La sua ascesa al seggio presidenziale era inaspettata. Prima del voto dell’11 aprile, infatti, il suo nome non compariva tra quelli papabili al ballottaggio. Secondo i più importanti centri di sondaggio nazionali, il partito Perú Libre era destinato addirittura a rimanere fuori dal Parlamento. 

La sua candidatura, invece, è stata accolta da oltre il 18% delle schede valide e in breve tempo le sue foto, che lo ritraggono immerso da una folla festante mentre si dirige a votare in sella al suo cavallo, hanno fatto il giro del Paese. 

Di estrazione sociale umile, oltre alla politica Castillo si dedicava all’insegnamento nella scuola primaria. Pur appartenendo all’area progressista, presenta molti caratteri marcatamente conservatori, specialmente nell’ambito dei diritti civili. Ha più volte sottolineato, anche durante i dibattiti pubblici, di essere contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso, contrario all’eutanasia e contrario all’aborto. 

Il suo interesse, afferma, risiede nel difendere in primis l’istituzione della famiglia e le tradizioni del “Paese che mi ha fatto nascere affinché lo difendessi”. 

Ma non per questo, ha sempre aggiunto, non si rimetterà alla volontà popolare. Pur non trovandosi personalmente d’accordo con determinate posizioni, ha sempre ribadito che permetterà che vengano discusse dall’Assemblea Nazionale Costituente, il primo e più importante punto del suo programma.

La lunga battaglia per il cambio della Costituzione

L’attuale Costituzione del Perù è stata approvata nel 1993 durante il governo di Alberto Fujimori, padre di Keiko. Da quando è stata emanata è stato oggetto di numerose contestazioni in Perù sia dal punto di vista dei diritti sociali che, più in generale, della formulazione stessa del potere statale. 

Nel corso dell’ultima legislatura, l’ex presidente Martin Vizcarra ha incoraggiato diverse riforme della Carta Costituzionale per garantire maggiore governabilità e rafforzare gli organi del potere peruviano a fronte dei continui casi di corruzione che stavano emergendo. 

Contro di lui, però, si mosse compatto il Parlamento, che lo osteggiò per tutta la durata del suo mandato. Nonostante Vizcarra riuscì a indire delle elezioni speciali per rinnovare i membri dell’Assemblea, alla fine venne deposto per “incapacità morali” e la sua campagna di riforme svanì, offuscata dai problemi più urgenti legati alla crisi economica e pandemica.

Da quello che, per i sostenitori di Vizcarra, venne definito un colpo di stato, nacquero numerose proteste in cui i manifestanti mostravano il loro sostegno a Vizcarra e l’interesse affinché si continuasse il progetto di riforme che lo stesso stava portando avanti.

L’elettorato, dopo aver assistito alla disgregazione della propria classe politica e visto cadere l’ultimo presidente per mano del parlamento, esigeva un cambio di marcia nella classe politica. Da manifestazioni di supporto verso Vizcarra, ben presto le esigenze si trasformarono nella richiesta di una nuova Costituzione che fosse più inclusiva e che desse maggiore governabilità al Paese.

Il malcontento generalizzato

La delusione nei confronti della classe politica si è prolungato nel corso di tutto il periodo di “interregno” guidato dal presidente Francisco Sagasti. Alla vigilia del voto dello scorso 11 aprile, sulla scheda elettorale erano presenti 23 simboli, molti dei quali sconosciuti alla maggior parte dei peruviani. 

La coalizione che aveva portato al potere Kuczynski era scomparsa, l’alternativa a sinistra si era riformulata, a sopravvivere erano rimasti, tra i partiti più considerati, Fuerza Popular di Keiko Fujimori e Acción Popular guidata da Yonhy Lescano

Sulla prima l’elettorato è sempre stato fortemente polarizzato. Se da una parte Fujimori può fare affidamento su una base molto fedele e compatta (tanto da andare per ben tre volte consecutive al ballottaggio), dall’altra è anche molto osteggiata. La sua vicinanza con il padre e le accuse di corruzione per cui stanno indagando nei suoi confronti la rendono una candidata da bloccare in qualsiasi modo possibile. 

Inoltre, Fujimori si trova in uno stato di libertà vigilata, non può uscire dal Paese ed è in attesa di un processo per i reati che le vengono contestati, che vanno dal riciclaggio all’associazione a delinquere, fino al falso e all’intralcio alla giustizia. 

Acción Popular, che era la grande favorita prima delle elezioni, è invece rimasta molto indietro. Sicuramente avrà avuto un ruolo la figura negativa di Manuel Merino, presidente ad-interim durante i feroci scontri tra polizia e manifestanti avvenuti dopo la caduta di Vizcarra, così come le posizioni poco conciliatrici con la massa in protesta e più favorevoli al mantenimento dello status quo.

Il ruolo di Castillo

In questo clima, Pedro Castillo si è inserito riuscendo a impersonare le speranze di diverse classi sociali del Paese. Un programma incentrato sul cambio della Costituzione, l’attenzione al settore agricolo e all’ambiente, così come all’educazione e alla sanità pubblica, lo hanno reso il candidato ideale per raccogliere le istanze dei giovani di Lima, così come delle classi contadine delle Ande.

Il Perù è il Paese con il più alto tasso di morti di Covid-19 in rapporto agli abitanti al mondo. Nonostante il duro colpo che la pandemia ha assestato (anche economicamente) alla classe media, alla fine la promessa di una nuova crescita da parte di Keiko Fujimori, a favore di un neoliberismo sfrenato, non è riuscito a prevalere.

 

Fonti e approfondimenti

ONPE, Presentación de resultados – Segunda elección presidencial 2021, www.resultadossep.eleccionesgenerales2021.pe.

Luciana Mazzini Puga, Las esterilizaciones forzadas en Perú y el peligro que regrese el fujimorismo, nodal.am, 04/06/2021.

Sebastian Ortiz Martínez, “Para mí, Venezuela es una democracia, Maduro viene del voto popular”, El Comercio, 14/07/2019.

Cecilia Barría, Elecciones en Perú: qué está en juego en las propuestas económicas de Pedro Castillo y Keiko Fujimori, BBC News Mundo, 04/06/2021.

Redazione, Quién es Pedro Castillo, el maestro de escuela y líder sindical de izquierda que competirá por la presidencia de Perú, BBC News Mundo, 13/04/2021.

Redazione, ¿Son viables las propuestas de Pedro Castillo y Keiko Fujimori?, El Comercio.

Denise Godoy, Juan de La Puente, analista y politólogo: “La polarización de esta segunda vuelta es estructural y profundamente antagónica”, NODAL.com, 03/06/2021.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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