Perù, la fine di Castillo mostra le fragilità di una democrazia da rifondare

@corrielibre - Wikimedia - CC BY 2.0
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Il Perù è giunto all’apice della crisi politica che da almeno 6 anni imperversa nel Paese. Il presidente campesino Pedro Castillo è stato deposto e arrestato dopo un tentativo di auto colpo di stato, come definito da Human Rights Watch.

Si è così conclusa la parabola del leader socialista del neonato partito Perù Libre, tanto rapida ad ascendere quanto a decadere. Il resto del suo entourage si è ben presto disperso, la vice Dina Boluarte ha quindi accettato un compromesso col Congresso; si voterà nel 2024.

Come avvenne due anni fa con Vizcarra, i sostenitori di un cambio radicale della classe politica e della Costituzione sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso. La violenta risposta delle forze di polizia non si è fatta attendere.

Polarizzati i fronti tanto in patria quanto all’estero: una forte denuncia contro il presidente golpista è pervenuta da Stati Uniti e OSA (Organizzazione degli Stati Americani). Sostegno e fiducia a Castillo sono invece giunti da molti dei leader progressisti della regione: Messico, Colombia, Bolivia e Argentina in primis con una dichiarazione congiunta delle loro cancellerie.

Il mantenimento dello stato di diritto è al centro del dibattito politico in Perù. Castillo ha usato come giustificazione del suo gesto proprio la sua salvaguardia, così come ha fatto il Parlamento. Nel mezzo, acquista un valore centrale la necessità di cambiare la Costituzione.

La debolezza “endemica” della democrazia peruviana

Tra le prime cause di questa doppia lettura del mezzo attraverso cui difendere e mantenere lo stato di diritto in Perù c’è la Costituzione del 1993. Uno statuto emesso quando lo stato di diritto in Perù non esisteva (un retroscena che rende molto controverso tutto il dibattito) e tutt’oggi in vigore nonostante le sue enormi lacune.

Lo studio di Gonzales Mantilla e Famiglietti sottolinea come la Carta costituzionale manchi di un valido contributo assembleare nella sua stessa redazione. Questo rende la natura stessa della Carta “aleatoria”, ovvero basata su prerogative irreali. 

Le prassi definite al suo interno tendono infatti a escludere la partecipazione popolare nella vita politica peruviana e quindi a favorire gli interessi dei gruppi di potere. Una struttura che piace molto all’oligarchia del Paese (la stessa che ha sostenuto Alberto Fujimori, fautore dell’attuale Costituzione), ma non a tutte quelle realtà che ne sono al di fuori, sia politicamente che geograficamente. 

Ciò che nasce dalla Carta costituzionale attuale è quindi una crisi di rappresentanza. Da questa ne deriva una difficile conciliazione degli interessi nel Paese e il mantenimento di uno status quo che favorisce i gruppi di potere concentrati nella capitale.

L’assenza della sinistra in Perù

Il cambio della Costituzione è divenuto tema di interesse nazionale e pendolo dell’opinione pubblica, come dimostrato alle scorse elezioni. Lo si è visto apertamente nel novembre del 2020, quando venne destituito Vizcarra e le massicce proteste popolari invocarono l’apertura di un processo costituzionale. 

Perù Libre, il movimento che ha supportato il successo di Castillo, aveva tra i primi punti proprio l’apertura di un’Assemblea costituente. Sullo stesso piano si poneva l’unica altra forza apertamente progressista del Paese, il Frente Amplio guidato da Verónika Mendoza.

Quando l’ex sindacalista vinse al ballottaggio, presto la situazione si rivolse contro di lui. La poca esperienza dei “suoi” negli ingranaggi della macchina democratica ha comportato in pochissimo tempo una serie di colpi difficili da sostenere. Il cambio in un anno e mezzo di decine di gabinetti, più di 70 ministri e 19 Consigli dei ministri hanno dato materiale al Congresso per chiedere in ben due occasioni la sfiducia.

Il mancato raggiungimento di un compromesso sui con le altre forze progressiste ha lasciato il sindacalista sempre più solo, chiudendo tutte le porte al suo programma politico sin dalla sua partenza.

Sulla base dei risultati, Castillo ha ritenuto l’unica strada percorribile quella estremista. La base della legittimità, secondo il presidente, era data dal voto.

La reazione internazionale

Seppur isolato in patria, non sono state poche le manifestazioni di sostegno che Castillo ha ricevuto nella regione. Con lui il gruppo ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe capitanata da Cuba, Bolivia e Venezuela) così come i governi di Messico, Argentina, Bolivia e Colombia. 

In una nota congiunta questi hanno scritto che il presidente è stato vittima di “un’ostilità antidemocratica” da parte dei poteri legislativi e giudiziari. Solo il cileno Gabriel Boric è andato in controtendenza, arrivando a rinnovare il sostegno per il nuovo esecutivo a guida Boluarte, ma evitando di definire Castillo come golpista attraverso la sua ministra degli Esteri, Antonia Urrejola.

Su questo aspetto si è quindi aperto un ulteriore spazio di dibattito. Viene infatti da chiedersi come mai, in passato, non si sia levata la stessa ondata di sostegno. Ad esempio nel 2020, all’indomani della destituzione di Martin Vizcarra, quando si alzarono in tutto il Paese le stesse proteste per l’ostruzione del Congresso. 

Su questo c’è da capire che gioco stanno portando avanti i leader dei diversi governi progressisti della regione. Perché, invece di difendere a spada tratta un leader come Castillo, non ci si pone il problema di difendere la necessità di riportare stabilità nel Paese? 

L’impasse peruviano e la difesa della democrazia alla bisogna

La presa di posizione trasversale tra i leader progressisti della regione rimane difficile da sostenere. Dopotutto l’atto di Castillo di sciogliere il Congresso rimane una scelta volutamente anti-democratica e non c’è alcuna scusante che possa giustificarla. Piuttosto, la difesa di un gesto simile dà adito alla contronarrativa di chi, invece, ha tutto di guadagnato dal difendere la Carta del ‘93.

Primi in questo sono stati i fujimoristi. Difendendo il Paese dall’attacco alla democrazia di Castillo hanno potuto ergersi a difensori dei processi democratici (tralasciando il fatto che la Costituzione che loro difendono è stata redatta con gli stessi procedimenti autoritari tentati da Castillo). 

D’altra parte, sembra almeno dalle esperienze recenti, che sia complicata anche la via riformista. Tentata nella scorsa legislatura dall’ex mandatario Martin Vizcarra, è stata a sua volta osteggiata e infine bloccata da una forte opposizione parlamentare. 

Ora quella che per due anni è stata l’icona del riformismo costituzionalista viene ricordata come l’uomo del vacunagate e la sua figura politica ha perso gran parte del consenso che aveva acquisito al governo.

Pur condannando le scelte del sindacalista, Vizcarra continua la sua lotta a quelli che chiama in generale ‘congresistas’ (parlamentari) rei, in ultima istanza, di aver votato in maggioranza di posticipare le elezioni al 2024, nonostante la possibilità di effettuarle già a partire da agosto 2023.

Il suo intento rimane quello di presentare una lista per tentare di sfondare il cuore fujimorista ma le sue recenti implicazioni in diversi casi di corruzione e abuso di potere sembrano ormai aver affossato la sua credibilità.

La tendenza giustizialista come finta coerenza

In questo clima molto teso tra il potere legislativo (a trazione fujimorista) e il potere esecutivo di certo non si pone in un clima conciliatorio il potere giudiziario. Anch’esso travolto da diversi scandali di corruzione che hanno interessato le più alte sfere, i giudici peruviani hanno adottato in questi anni una pratica giustizialista molto dura nei confronti della classe politica. 

Seppur vero che negli ultimi 6 anni, dal caso Lava Jato in poi, la classe politica peruviana è stata inondata di casi di corruzione, la risposta è stata altrettanto travolgente. Tutti gli ex presidenti ancora in vita sono finiti immediatamente in carcere preventivo. Uno di loro, l’allora molto amato Alan Garcia, arrivò a suicidarsi quando il 17 aprile 2019 la polizia entrò in casa sua per arrestarlo.

Condannata alla reclusione anche l’ “eterna seconda” Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular (e figlia dell’ex dittatore Alberto). Più attenuata invece la reazione nei confronti dell’ex presidente Vizcarra, indagato per una serie di scandali di corruzione e sulla compravendita e utilizzo di vaccini. 

Il cambiamento necessario

Avviare un processo partecipato per l’apertura di un’Assemblea costituente per cambiare la Costituzione rimane per ora un sogno per il Perù. La classe politica continua a fare orecchie da mercante senza voler giungere a un accordo.

Dina Boluarte, vice di Castillo e ora prima donna presidente del Perù, si è presto affrancata dal suo leader seguendo un piano di compromesso col Congresso. 

La prima volontà del nuovo esecutivo è quella di ristabilire l’ordine nel Paese, sconvolto dalle proteste sorte all’indomani della destituzione di Castillo. A un mese di distanza le organizzazioni vicine al leader socialista non sembrano volersi placare. Si contano quasi 50 morti, centinaia di feriti, e sono stati segnalati diversi atti di violenza e violazione dei diritti umani.

Non si tratta di una questione ideologica quanto strategica: senza una nuova Costituzione il Paese continuerà a vivere questo clima di incertezza e sospensione. 

Lo chiedono i manifestanti che sono scesi in piazza per Castillo in questo mese, così come quelli che scesero in piazza in occasione della destituzione di Vizcarra. “Que se vayan todos” (che se ne vadano tutti), si vede spesso scritto su cartelli e striscioni.

Una reazione popolare quanto mai comprensibile di fronte allo “spettacolo” messo in scena negli ultimi anni dalla classe politica. Il Paese ha di certo bisogno di un cambio netto, in senso democratico. Un cambio senza il quale né un presidente, né un parlamento potranno mai operare al meglio per il Perù.

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