Perché si manifesta in Perù: storia di una crisi istituzionale

Manifestazioni a Lima, Perù, il 12 novembre 2020.

Lo scorso 9 novembre il presidente della Repubblica del Perù, Martín Vizcarra, è stato destituito per accuse di corruzione dal Congreso, il Parlamento monocamerale del Paese. Al suo posto è stato nominato il presidente della stessa Assemblea, Manuel Merino. In meno di 24 ore, alla notizia del cambio ai vertici, i sostenitori del piano riformista di Vizcarra hanno quindi deciso di scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso, accusando il Parlamento di aver compiuto un colpo di Stato. Contro di loro si sono scagliate, con violenza, le forze dell’ordine, causando la morte di due ragazzi. 

Dopo sei giorni, anche a causa della repressione violenta contri i manifestanti, Merino si è dimesso e il 16 novembre è stato votato al suo posto Francisco Sagasti, rappresentante del Partido Morado, l’unico tra i partiti presenti al Congreso a votare compatto contro l’impeachment del presidente. Ben accetto dalle organizzazioni internazionali, così come dall’ex presidente Vizcarra, l’arrivo di Sagasti è stato accolto con maggiore ottimismo.

La speranza è che il suo governo, appoggiato dalla maggioranza dei partiti presenti nel Parlamento, possa guidare il Paese almeno fino alle elezioni dell’11 aprile 2021. Nel frattempo, in Perù persiste uno stato di caos, reso ancora più grave dall’attuale pandemia e dalla crisi economica che ne è conseguita.

Il voto per l’impeachment presidenziale

L’ormai ex-presidente Vizcarra è stato dimesso dal suo ruolo a causa di “incapacità morali”, almeno secondo la mozione approvata dal Congreso con 105 voti a favore su 130. L’incapacità morale o fisica, in base all’articolo 113 della Costituzione peruviana, è uno dei cinque requisiti in base a cui il Parlamento può deliberare per rendere il ruolo di presidente della Repubblica “vacante”, ovvero vuoto. Con l’approvazione della delibera, il presidente Vizcarra ha quindi dato le sue dimissioni, lasciando il suo posto al diretto successore, ovvero il presidente del Parlamento, Manuel Merino.

Questa procedura, però, è parsa a molti come una forzatura, per almeno due ragioni. La prima è puramente procedurale. Le cause della mozione, infatti, provengono da uno scandalo legato a delle tangenti che, secondo le opposizioni, l’ex capo di Stato avrebbe ricevuto quando era presidente della regione di Moquegua, nel sud del Paese, dal 2011 al 2014.

Sul possibile coinvolgimento dell’ex presidente nel caso soprannominato “club de construcción” è stata quindi aperta un’indagine e allo stesso è stato proibito di uscire dal Paese per 18 mesi. A coordinare l’investigazione l’Equipo Especial Lava Jato, un team di esperti sorto per indagare sui presunti affari illeciti nel Paese all’indomani dello scoppio del caso Lava Jato in tutto il continente. Ma, appunto, al momento non ci sono accuse nei confronti di Vizcarra  (che risulta solo indagato), motivo per cui si considera la scelta del Parlamento come una forzatura della norma costituzionale.

L’altra ragione riguarda la maniera in cui è stato letto lo specifico comma della Costituzione peruviana. Secondo la difesa del presidente stesso, infatti, si tratterebbe di un’errata interpretazione della Costituzione, per cui lo stesso voto potrebbe venire annullato se soltanto si aprisse un processo da parte del Tribunale Costituzionale. Eppure, per decisione dell’ex mandatario, questo processo non è ancora stato aperto.

Le reazioni della comunità internazionale

“Credo che la questione verrà comunque discussa dal Tribunale Costituzionale” ha spiegato Vizcarra in un’intervista a IDL-Reporteros. Soprattutto perché si tratta di una questione che “non ci stiamo ponendo solo noi peruviani, ma tutta la comunità internazionale”. La stessa comunità internazionale che ha seguito con apprensione l’evolversi della situazione nel Paese andino.

In particolare, sia il segretario generale dell’OSA (l’Organizzazione degli Stati Americani) sia gli osservatori dell’Onu hanno più volte sollevato dei dubbi in merito alle procedure attuate dal Parlamento. L’OSA non riconobbe il governo Merino, quando salì al potere, e si unì al coro di accuse alzato dall’Onu e da Amnesty International quando iniziarono le violente repressioni delle forze dell’ordine contro i manifestanti. 

Scesi in piazza per protestare contro l’ennesima crisi politica nel giro di pochi anni, i cittadini peruviani accusano il Parlamento di aver ordito un colpo di stato ai danni di un presidente che, nonostante tutto, sembrava volesse finalmente ristabilire lo stato di diritto in una classe politica che si sostiene su corruzione e clientelismo.

Le proteste e la repressione

Il popolo peruviano, deluso dall’operato della propria classe politica, stanco di decenni di malaffare e corruzione, alla notizia della destituzione di Vizcarra è sceso in strada e da più di una settimana continua a protestare. Pretende trasparenza, governabilità e la fine della corruzione. Per il Guardian si tratta della “più grande mobilitazione degli ultimi decenni in Perù” e nonostante le dimissioni di Merino, la prima e immediata delle richieste, continua a protestare ininterrottamente dal 10 novembre.

Oltre al sostegno a Vizcarra, supportato da una buona parte dei manifestanti, nel corso dei giorni le istanze sono cambiate. Innanzitutto si chiede giustizia per i due ragazzi morti, uccisi dalle ferite riportate dai proiettili di gomma sparati dalle forze dell’ordine. Ma ormai le richieste immediate non bastano più e c’è chi inizia a chiedere più in generale la risoluzione dell’attuale crisi istituzionale con l’apertura di un’Assemblea Costituente.

Non basta appoggiare le riforme di Vizcarra, perché, come spiega la Confederación Nacional Agraria (CNA), è impossibile sperare in un cambio del sistema politico attuale se si continua a vivere “secondo le stesse regole della costituzione neoliberista approvata dalla dittatura di Fujimori”. Adesso, quindi, secondo la Confederazione è l’occasione giusta per cambiare la Costituzione del 1993 e fare del Perù uno Stato plurinazionale e pluriculturale. 

Insieme alla CNA vari collettivi, studenteschi o sindacali, si sono aggiunti al coro: ormai il problema non è più solo legato alla crisi politica ma è diventato una questione più ampia, la richiesta di una riforma più profonda. Si dovrebbe partire con un referendum ma il tempo e i soldi a disposizione al momento sono pochi: bisogna innanzitutto arginare i contagi da Covid-19 e risanare l’economia. Probabilmente nel poco tempo a disposizione Sagasti si occuperà solo di questioni d’urgenza.

Un governo di larghe intese

Nel Parlamento, intanto, un giorno dopo le dimissioni di Merino è stato subito scelto il suo successore, Francisco Sagasti. Il suo esecutivo è formato dalla maggioranza della galassia di partiti che è il Congreso peruviano, rappresentati dai tre vice presidenti scelti: Luis Roel Alva (di Acción Popular), Matilde Fernández (di Somos Perú) e Mirtha Vásquez (del Frente Amplio), a sua volta nominata presidente del Congresso. Insieme al nuovo presidente a governare il Paese un gabinetto formato da molti ministri dell’esecutivo Vizcarra.

Si tratta di un governo di larghe intese che avrà il compito di condurre il Paese alle prossime elezioni, ma che probabilmente non continuerà il progetto di Vizcarra volto alla risoluzione della lunga crisi che ha contraddistinto quest’ultima legislatura. 

La profonda crisi in Perù

Quella che sta vivendo il Perù, infatti, è una lunga crisi politica che ha raggiunto il suo apice con lo scoppio del caso Lava Jato ma che ancora oggi non si è conclusa. Dagli scandali che hanno portato all’arresto di numerosi politici, come la leader dell’opposizione Keiko Fujimori e il presidente eletto Pedro Pablo Kuczynski, accusati di ricevere tangenti illecite da alcune ditte di costruzioni per la realizzazione di appalti truccati. O gli scandali legati al potere giuridico, come nel caso degli audio intercettati tra i membri del Consiglio Nazionale della Magistratura, accusati dai giornali di traffico di influenze e corruzione. 

Una situazione in cui il governo Vizcarra ha cercato di porre rimedio attraverso un referendum per chiedere, tra le varie cose, il controllo dei finanziamenti pubblici ai partiti, una riforma sulle elezioni dei membri del Tribunale Costituzionale e un totale appoggio alle operazioni delle squadre speciali d’investigazione sui presunti casi di corruzione legati alle tangenti delle ditte Odebrecht e OAS.

Proprio perché non affiliato a nessun partito e perché in prima linea nella lotta contro la corruzione, il governo Vizcarra aveva guadagnato in pochi anni un grande supporto popolare. Supporto che dalle proiezioni dei sondaggisti si è poi dimostrato nel momento in cui il presidente è stato destituito. 

Ora il popolo in piazza pretende che si continuino le riforme avviate dallo stesso e che si apra una nuova stagione politica per il Perù, partendo proprio dalla riscrittura della Costituzione. Nel frattempo, però, al nuovo governo è chiesto anche di lavorare per contenere la pandemia da Covid-19, che in Perù ha fatto più morti che altrove, oltre che cercare di attuare delle misure per risollevare il Paese dalla conseguente crisi economica che lo ha colpito.

 

Fonti e approfondimenti

Gustavo Gorriti e Romina Mella, Entrevista a Martín Vizcarra, IDL-Reporteros, 14/11/2020

Gustavo Gorriti, Cómo derrocar un Presidente, IDL-Reporteros, 12/11/2020

Por qué el Congreso destituyó a Vizcarra y quién es Manuel Merino, el nuevo presidente, Nodal, 10/11/2020

Polémica destitución de Vizcarra en Perú | Masivas protestas, represión y preocupación de la CIDH, Nodal, 11/11/2020

Editorial, Golpe de Estado, La República, 10/11/2020

Redazione, Fiscalía abre investigación preliminar contra el expresidente Martín Vizcarra por el caso ‘Swing’, Gestión, 16/11/2020

Peru’s President Merino resigns after deadly crackdown on protesters, BBC News, 17/11/2020

Aram Aharonian, Perú ahogado en una crisis que lleva 30 años: ¿se hace camino al andar?, Nodal, 17/11/2020

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