Benjamin Netanyahu, un premier longevo e controverso

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Per i suoi sostenitori, è l’uomo forte della politica israeliana, che non teme di prendere posizioni scomode per il benessere del Paese. Per i suoi detrattori, è il simbolo del politico corrotto che sfrutta il proprio ruolo per il tornaconto personale e uno degli ostacoli al processo di pace tra Palestina e Israele. Benjamin Netanyahu, conosciuto anche come “Bibi”, è il Primo ministro più longevo di Israele, avendo ricoperto la carica per ben cinque volte. Si tratta dunque di un personaggio tanto influente quanto controverso. 

Tra coloro che ne criticano l’operato si trovano non solo gli arabi israeliani e palestinesi, ma anche porzioni consistenti della comunità ebraica.

Nel nome del padre

Benjamin Netanyahu è nato a Jaffa, oggi parte dell’area urbana di Tel Aviv, il 21 ottobre 1949 da una famiglia sionista. Il padre di Netanyahu, Benzion, credeva fermamente nell’idea del Grande Israele promossa all’inizio del secolo scorso dal sionista revisionista Vladimir Jabotinsky, che gettò le basi della destra israeliana. Secondo Jabotinsky, il territorio dello Stato ebraico doveva coincidere con il regno di Davide e includere non solo la Palestina, ma anche il Libano e buona parte della Giordania. Durante i suoi studi da storico, Benzion Netanyahu giunse inoltre alla conclusione che gli ebrei sarebbero sempre stati vittime di razzismo e che lo Stato di Israele dovesse proteggere i cittadini soprattutto da sé stessi e dall’illusorio senso di sicurezza sviluppato dopo le vittorie del 1948 e del 1967, per salvaguardarne l’identità e la cultura. Le idee paterne e la convinzione che il popolo ebraico fosse costantemente assediato da nemici, sia esterni che interni, hanno avuto forti ripercussioni sull’operato politico di Benjamin Netanyahu.

Negli anni Cinquanta, Benzion ottenne una cattedra di storia a Philadelphia e la famiglia Netanyahu si trasferì negli Stati Uniti. Dopo aver conseguito il diploma, nel 1967 Benjamin fece ritorno in Israele per il servizio militare obbligatorio e venne scelto per unirsi al Sayeret Matkal, un reparto d’élite specializzato nella raccolta di dati di intelligence e nel recupero di ostaggi. L’ingresso di Netanyahu nell’esercito coincise con la cosiddetta guerra d’attrito tra Israele ed Egitto: questo permise al futuro Primo ministro di partecipare a una lunga serie di operazioni e incursioni. L’esperienza con l’Israel Defence Force (IDF) durò cinque anni, dopo i quali Netanyahu tornò negli Stati Uniti per completare gli studi universitari in architettura, che interruppe brevemente nel 1973 per partecipare alla guerra dello Yom Kippur con il grado di capitano.

Legami di sangue e politica: l’ascesa di Netanyahu

Il 1976 fu un anno di svolta nella vita personale e professionale  di Netanyahu. Tra il 3 e il 4 luglio, l’esercito israeliano effettuò un’operazione per la liberazione dei passeggeri di un volo dirottato all’aeroporto ugandese di Entebbe da due palestinesi del Fronte di Liberazione della Palestina (FPLP) e due tedeschi del Revolutionäre Zellen. L’unica vittima israeliana fu il capo della missione di salvataggio, Yonatan Netanyahu. Traumatizzato dalla morte del fratello, Benjamin decise di tornare nuovamente in Israele, dove fondò un centro di ricerca su sicurezza e antiterrorismo. Questa attività gli permise, sei anni dopo, di essere nominato vice-capo della missione israeliana a Washington e poi ambasciatore presso le Nazioni Unite.

La carriera diplomatica si concluse nel 1988 con il ritorno in Israele, l’iscrizione al partito di centro-destra Likud e l’ingresso nella Knesset. Date le esperienze pregresse nell’esercito e negli Stati Uniti, Netanyahu venne subito tenuto in grande considerazione. Inoltre, l’alto livello di competenza nella lingua inglese lo resero uno degli interlocutori favoriti dei media stranieri in cerca di informazioni sulle posizioni politiche di Israele, specialmente durante il periodo della Guerra del Golfo.

La scalata al potere di “Re Bibi”

L’ascesa politica di Netanyahu fu molto rapida, tanto che già nel 1993 assunse la guida del Likud. Due anni dopo, a seguito dell’uccisione del Primo ministro laburista Yitzhak Rabin, gli israeliani furono costretti a tornare alle urne. Nello stesso periodo, Hamas e Jihad Islamica si resero autori di una serie di attentati terroristici contro obiettivi militari e civili israeliani. I cittadini persero quindi fiducia nella sinistra, ritenendo che l’eccessiva apertura di Rabin e del suo vice Shimon Peres nei confronti dei palestinesi fossero alla radice degli attacchi. 

Approfittando della situazione, Netanyahu incentrò la sua campagna elettorale sullo  slogan “Pace nella sicurezza”. Il leader del Likud assicurò, da un lato, di voler continuare il dialogo con l’Autorità Nazionale Palestinese, promettendo dall’altro di mettere al primo posto l’incolumità dei cittadini israeliani. Per delegittimare il proprio avversario Peres, Netanyahu fece ricorso a una strategia semplice ma dal grande impatto visivo per la popolazione intimorita dai continui attentati: gli spot e i manifesti del Likud accostarono le immagini degli attacchi terroristici a fotografie di Peres con i rappresentanti palestinesi, creando un elementare rapporto di causa-effetto. Nel 1996 Netanyahu divenne così Primo ministro di Israele. La sua elezione stabilì un doppio record: divenne sia il premier più giovane del Paese che il primo a essere nato in Israele. Tutti i suoi predecessori erano infatti nati in Europa o nella Palestina mandataria, prima della fondazione dello Stato ebraico.   

Tuttavia, questo primo governo fu instabile. Il colpo di grazia arrivò il 23 ottobre 1998 dopo la firma del Wye River Memorandum tra Netanyahu e Yasser Arafat. L’accordo, a cui i due leader giunsero grazie alle pressioni del presidente statunitense Bill Clinton e del re Hussein di Giordania, riguardava la riconfigurazione di alcune porzioni dei territori occupati: il 13% della cosiddetta Area C (sotto la sovranità israeliana) avrebbe dovuto essere riconvertita in Area A (sotto il pieno controllo palestinese) o B (gestita congiuntamente). Un ulteriore 14,2% dell’Area B sarebbe infine divenuta di tipologia A. Sebbene solo una percentuale insignificante di questi territori subì di fatto modifiche, la firma del documento costò a Netanyahu la fiducia in Parlamento e la carica da Primo ministro; il vincitore delle elezioni che seguirono lo scioglimento del governo fu infatti il laburista Ehud Barak. Sconfitto, Netanyahu decise di uscire dal mondo della politica

Questo ritiro fu però solo temporaneo: nel 2002 Ariel Sharon, nuovo premier e guida del Likud, incluse Netanyahu nel suo governo come ministro degli Esteri e, successivamente, delle Finanze. Il partito si spaccò tre anni dopo a seguito della decisione di Sharon di ritirarsi dalla Striscia di Gaza; l’opposizione dei membri più a destra del Likud spinse il premier a lasciare il partito per fondarne uno nuovo, Kadima. A capo di coloro che avevano osteggiato l’evacuazione dei coloni e dei militari israeliani da Gaza vi fu proprio Netanyahu, che a seguito dell’uscita di Sharon assunse nuovamente la carica di  presidente del Likud. Sotto la sua guida, il partito si spostò progressivamente sempre più a destra. Con le successive elezioni nel 2009, Netanyahu riuscì a tornare a capo di un governo di coalizione con Kadima e Yisrael Beiteinu, dando inizio al mandato più duraturo mai raggiunto da un premier israeliano. Netanyahu vinse infatti anche le elezioni del 2013, del 2015 e del 2019. In tutte queste occasioni, dato anche l’assetto istituzionale di Israele, vennero formati governi di centro-destra di coalizione includendo gruppi sia religiosi che secolari. 

Come creare il nemico ideale

Per oltre 10 anni di governo, la questione palestinese e l’estensione degli insediamenti nei Territori Occupati sono rimasti in cima all’agenda politica di Netanyahu. 

Netanyahu ha fatto propria un’immagine dei palestinesi che li dipinge come violenti, estremisti e contrari a qualunque processo di pace che contempli l’esistenza stessa di Israele. Gli israeliani sono rappresentati come un popolo amante della pace, ma costretti a utilizzare la forza a causa di vicini bellicosi e desiderosi di sterminarli. La stessa Autorità Nazionale Palestinese è stata accusata di inculcare una cultura dell’odio verso gli ebrei. Già durante la firma degli Accordi di Oslo e Oslo II, Netanyahu si unì a quegli esponenti della destra ed estremisti religiosi che consideravano l’allora Primo ministro Rabin un traditore e un alleato dei musulmani pronto a consegnare Israele in mano ai ‘terroristi arabi’. Queste critiche culminarono il 4 novembre 1995 con l’uccisione dello stesso Rabin per mano di un giovane estremista ebreo.

In molti casi, il premier israeliano ha bollato ogni critica alle proprie politiche come anti-israeliana, se non addirittura anti-semita. Uno dei bersagli più recenti è stata la Commissione ONU per i diritti umani: lo scorso febbraio, l’ufficio delle Nazioni Unite ha stilato una lista di 112 aziende, di cui 94 israeliane, operanti negli insediamenti illegali in terra palestinese. Il documento aveva un fine puramente informativo e non invitava al boicottaggio delle imprese, ma Netanyahu ha accusato comunque la Commissione di antisemitismo, mentre i suoi colleghi del Likud hanno fatto diversi parallelismi con l’Olocausto.

In questo processo di creazione del nemico, Netanyahu non ha esitato a ricorrere a informazioni distorte e spesso false. Uno degli esempi più clamorosi fu il discorso pronunciato nell’ottobre 2015 a proposito di Adolf Hitler: secondo il premier, il dittatore tedesco non aveva intenzione di sterminare gli ebrei d’Europa. Al contrario, voleva semplicemente espellerli dal continente. L’idea della Soluzione Finale sarebbe stata suggerita a Hitler dall’allora gran muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini. Una simile affermazione è completamente errata dal punto di vista storico: il religioso arabo aveva sì cercato un’alleanza con Berlino per contrastare la crescente immigrazione ebraica in Palestina, ma quando incontrò Hitler lo sterminio sistematico degli ebrei era già stato elaborato e avviato da alcuni mesi. 

Il sionismo revisionista sposato dalla famiglia Netanyahu vede il Grande Israele come la patria ancestrale di tutto il popolo ebraico, indipendentemente dalle vere origini delle varie comunità. Pertanto, l’appropriazione di sempre maggiori porzioni di territorio da parte dei coloni è considerata una sorta di diritto. Dalla sua prima campagna elettorale nel 1996, Netanyahu ha espresso la propria volontà di annettere i territori occupati della West Bank e fare di Gerusalemme (unificata) la capitale dello Stato ebraico. Inoltre, ha dichiarato esplicitamente di non avere alcuna intenzione di restituire alla Siria le Alture del Golan, occupate nel 1967 e annesse unilateralmente nel 1981. Questo rifiuto è stato giustificato come un’esigenza di sicurezza nazionale: il Golan permette infatti di monitorare eventuali spostamenti di truppe siriane verso il nord di Israele. Inoltre, le Alture sono fondamentali per l’approvvigionamento idrico del bacino del Giordano. Dal suo primo mandato Netanyahu ha infine rigettato sia il diritto al ritorno nei territori israeliani degli arabi fuggiti durante il conflitto del 1948 che alla fondazione di uno Stato palestinese indipendente.

La feroce opposizione all’indipendenza dei Territori Occupati si è ammorbidita nel 2009, quando Netanyahu  annunciò la propria volontà di arrivare a una soluzione a due Stati, purché quello palestinese fosse smilitarizzato in modo da non rappresentare una minaccia per Israele. Tuttavia, parallelamente a questa apparente apertura diplomatica – durata poco peraltro – Netanyahu ha sviluppato nei fatti una politica più aggressiva sugli insediamenti dei coloni nei Territori Occupati, rendendo sempre più esplicito il tentativo di annettere consistenti porzioni della West Bank. La presenza di cittadini israeliani in Cisgiordania è stato uno dei motivi principali dietro il  collasso dei colloqui di pace nel 2014. 

Il progetto di annessione ha ricevuto una spinta di incoraggiamento con l’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump. All’inizio del 2017, nello stesso anno in cui il presidente statunitense riconobbe Gerusalemme capitale, la Knesset approvò una legge per la legalizzazione retroattiva di circa 4.000 alloggi di coloni israeliani su terra palestinese, fino ad allora considerati illegali. Si è trattato di un atto inedito, con il quale Israele si è appropriato del diritto di legiferare su zone che, secondo la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non gli appartengono. Anche nel corso della campagna elettorale del 2019, Netanyahu ha insistito sulla necessità di annettere i territori della Cisgiordania occupati nel 1967, nonostante tale azione sia illegale dal punto di vista del diritto internazionale

Per avere un’idea dell’impatto di un decennio di politica targata Netanyahu si può guardare a due dati in particolare. Nel 1993, all’epoca degli Accordi di Oslo, i coloni israeliani in Cisgiordania erano circa 116.000, nel 2019 il loro numero è salito a 768.000, compresi i 320.000 residenti a Gerusalemme est. Inoltre, secondo l’organizzazione B’tselem dal 2012 alla fine del 2020 sono stati demoliti nella West Bank (compresa Gerusalemme est) 3.900 edifici appartenenti a palestinesi; 1.468 di queste distruzioni hanno interessato strutture residenziali e lasciato senza dimora circa settemila persone. Le demolizioni e la presenza in ascesa  di insediamenti israeliani all’interno dei territori palestinesi rendono irrealistica la possibilità di realizzare  una soluzione a due Stati

Se la strategia adottata in Cisgiordania  è stata quella di una graduale occupazione, per  la Striscia di Gaza Netanyahu è ricorso a politiche ben diverse. A seguito della vittoria elettorale di Hamas nel 2007, il governo guidato da Ehud Olmert impose un blocco sulla zona, limitando il movimento di persone e beni. L’anno successivo Tel Aviv inviò le proprie truppe nella Striscia, causando la morte di circa 1.300 persone, oltre la metà dei quali civili. Tornato al governo, Netanyahu ha rinforzato l’assedio terrestre, aereo e marittimo di Gaza, preoccupato dal potere di Hamas e dalla vicinanza del gruppo all’Iran. Nella retorica del premier israeliano, Teheran è infatti un altro nemico giurato del popolo ebraico; tra 2018 e 2019 Netanyahu ha dichiarato in diverse occasioni di avere le prove di attività nucleari segrete iraniane, tra i cui scopi vi è ovviamente la distruzione di Israele.

Il blocco sempre più intenso della Striscia ha avuto gravissime ripercussioni economiche, sociali, sanitarie e psicologiche sui 2 milioni di abitanti che vi sono rinchiusi. All’inizio del 2019 il governo israeliano ha avviato i lavori per la terza e ultima fase dei 65 chilometri di barriera lungo i confini di Gaza. Il progetto include il blocco dei tunnel sotterranei usati dai palestinesi per superare il confine. Secondo Netanyahu, la barriera servirà a proteggere Israele dagli attacchi dei presunti terroristi. Il decennio appena trascorso ha infatti visto diversi conflitti tra Gaza e Tel Aviv, il più sanguinoso dei quali, nel 2014, è costato la vita a oltre 2.100 palestinesi e circa 70 israeliani

Non basta un nemico per unire un popolo

Nonostante Netanyahu continui a dominare  la scena politica israeliana,  non gode  del supporto di tutti i suoi cittadini. Anzi, alla vigilia delle quarte elezioni in due anni, il Paese rimane spaccato. Sebbene la maggior parte dei cittadini non nutra dubbi sulla capacità del governo di mantenere la sicurezza, secondo l’Israeli Voice Index pubblicato lo scorso 5 gennaio, solo il 36% della popolazione si è dichiarato ottimista rispetto al futuro della democrazia nel Paese

Quello che preoccupa è in particolare l’erosione degli ideali democratici su cui è stata fondata Israele. Il 19 luglio 2018, la Knesset ha approvato con una stretta maggioranza la Legge sullo Stato nazionale. In base a questo provvedimento, Israele è stata dichiarata patria storica di tutto il popolo ebraico, di cui Gerusalemme (unificata) sarebbe la capitale. Il diritto all’autodeterminazione all’interno dello Stato è divenuto prerogativa dei soli ebrei, escludendo non solo gli arabi (che formano circa un quinto della popolazione), ma anche le altre minoranze, come i circassi e gli aramei. Inoltre, gli insediamenti sono stati dichiarati un valore fondamentale, che necessita di essere promosso. Di fatto, la legge sancisce la superiorità dell’elemento etnocratico su quello democratico, mettendo in evidenza le faglie tra comunità ebraica e araba israeliana, ma anche quelle interne alla comunità ebraica israeliana. 

La differenza più significativa oppone gli ashkenazi, originari dell’Europa, ai mizrahi, provenienti invece dal Medio Oriente. I primi hanno costituito per molto tempo l’élite politica e culturale di Israele e ancora oggi sono considerati la parte più ricca e privilegiata della popolazione. Netanyahu ha approfittato di questo divario a seguito delle indagini per corruzione e frode risalenti al 2018 per difendersi dalle critiche dichiarando di essere stato vittima delle persecuzioni della sinistra liberale, definita “l’élite ashkenazi”. L’uso di una retorica di opposizione etnica che fa leva sul malcontento dei mizrahi nei confronti degli ashkenazi era già stata inaugurata da Menachem Begin, il primo leader del Likud ad assumere la carica di presidente del Consiglio dei ministri. Tuttavia, nessun governo ha mai intrapreso azioni concrete per migliorare le condizioni dei mizrahi

L’idea di un presunto complotto da parte dell’élite ashkenazi è comunque priva di fondamento. Coloro che si oppongono a Netanyahu costituiscono infatti un gruppo eterogeneo, includendo uno spettro politico che va dai liberali ai conservatori. Inoltre, il premier ha detrattori sia tra i gruppi laici che tra gli haredim. A partire dalla primavera 2020 alcune migliaia di cittadini israeliani si sono radunati settimanalmente a Gerusalemme Ovest, nei pressi della dimora di Netanyahu. In autunno, quando il lockdown nazionale ha reso impossibili gli spostamenti su lunga distanza, le dimostrazioni si sono estese anche in altre città. I manifestanti richiedevano a gran voce le dimissioni di “Re Bibi”, ritenuto inadatto alla carica di Primo ministro in quanto ancora sotto processo e a causa della pessima gestione della pandemia da Covid-19. Infatti, sempre secondo l’Israeli Voice Index, solo il 24% della popolazione ha ritenuto adeguata la risposta governativa alla crisi sanitaria. La stessa fonte riporta come solo il 12% degli israeliani creda che il governo sia stato capace di accrescere la fiducia dei cittadini nei confronti dei leader politici. Inoltre, l’Israeli Voice Index di agosto 2020 rivela come solo il 26% degli intervistati approvi l’etica personale del premier.

Elezioni in arrivo

Con le ultime elezioni, il 2 marzo 2020, si è creata una situazione peculiare. Il Likud aveva ottenuto la maggioranza dei voti, superando il partito Kahol Lavan (Blu e Bianco) guidato da Benny Gantz. Tuttavia, il numero di 59 seggi ottenuti non erano sufficienti per la creazione di un governo. I principali partiti arabi, uniti nella Joint List hanno così deciso di unirsi a Gantz, fornendogli la maggioranza necessaria a essere nominato premier. I membri più a destra di Kahol Lavan si sono però rifiutati di creare un governo con gli arabi, bloccando la formazione dell’esecutivo. Tuttavia, la pandemia da Covid-19 ha reso urgente la risoluzione di tale stallo. Il presidente Reuven Rivlin ha quindi mediato un’intesa tra Gantz e Netanyahu per creare insieme un governo di emergenza. I due candidati si sono accordati per alternarsi nel ruolo di premier ogni 18 mesi. Per il primo turno di questa rotazione, il posto da Primo ministro è stato assegnato a Netanyahu, mentre Gantz ricopre il ruolo di suo vice. L’unione tra Likud e Kahol Lavan è fallita però in meno di un anno a causa di disaccordi sul bilancio e sulla riduzione dei poteri del ministro della Giustizia. Il prossimo 23 marzo dunque gli israeliani saranno chiamati nuovamente alle urne e ancora una volta Netanyahu è in pole position per la premiership.

Fonti e approfondimenti

al-Jazeera, Benjamin Netanyahu: Who is Israel’s four-term PM?, 05/03/2108

al-Jazeera, Tens of thousands rally in Israel calling on Netanyahu to resign, 10/10/2020

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Hady Amr, Ilan Goldenberg, Kevin Huggard, Natan Sachs, How to fix Gaza, Brookings, 03/12/2018

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Anna Maria Bagaini, Giuseppe Dentice, Israele: se l’emergenza “salva” Bibi Netanyahu, ISPI, 23/05/2020

BBC, Golan Heights profile, 25/03/2019

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Nello del Gatto, Israele ancora alle urne anticipate: sarà una sfida tutta a destra, Affari Internazionali, 23/12/2020

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Internazionale, Netanyahu usa l’olocausto per fare propaganda, 22/10/2015

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Yolande Knell, Netanyahu focus of Israeli protests against ‘the king’, BBC, 14/08/2020

David Makovsky, Israel Announces New Units for Settlers and Palestinians, The Washington Institute for Near East Policy, 16/08/2019

Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, BUR, 2001

Meron Rapoport, La legge d’Israele, Internazionale n. 1192, 17/02/2107

Piotr Smolar, Senza Palestina, Internazionale n.1186, 6/01/2017

Ugo Tramballi, Colonie e antisemitismo, 21/02/2020

Editing a cura di Elena Noventa

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