Il presidente immortale di uno Zimbabwe morente: Robert Mugabe

Pochi giorni fa, nel giorno del suo compleanno, il presidente dello Zimbabwe, Robert Gabriel Mugabe, alla veneranda età di 93 anni, ha dichiarato che non ha nessuna intenzione di dimettersi, anzi, ha aggiunto che si candiderà di nuovo per le elezioni presidenziali del 2018. Il presidente Mugabe, dopo 37 anni di presidenza che lo hanno portato ad avere il primato come capo di stato più anziano del mondo, non accenna a dare cenni di cedimento e non si sente ancora pronto a decidere chi sarà il suo successore in seno al suo partito.

Robert Mugabe, nato il 21 febbraio 1924 a Kutama, in quella che ai tempi era la Rodesia del Sud (ora Zimbabwe), comincia a delinearsi come figura politica di spicco già a partire dalla giovinezza, quando il suo paese era sotto il dominio coloniale britannico.

Fu quando tornò nella Rodesia del Sud, nel 1960, dopo aver studiato in Sudafrica e dopo aver trascorso alcuni anni in Ghana lavorando come insegnate, che Mugabe delineò il proprio pensiero politico: già dichiaratosi marxista, trovando nel suo paese la popolazione nera in rivolta contro le leggi repressive del governo coloniale, collaborò alla formazione del partito ZANU (Zimbabwe African National Union), nel 1963 e l’anno successivo fu arrestato per “discorsi sovversivi” e fu condannato a dieci anni di carcere.

Non appena venne liberato si adoperò per scatenare la sanguinosa guerriglia anticolonialista che si protrasse fino al 1979. In quell’anno il governo britannico, con il Lancaster House Agreement, riconobbe l’indipendenza della Rodesia del Sud, già dichiarata unilateralmente nel 1965.

Nel 1980 si tennero le prime elezioni della Repubblica dello Zimbabwe e Mugabe, che correva con il suo partito, ormai ZANU-PF (dopo l’unione con il Fronte Patriottico), divenne presidente. Fu una grande vittoria, per lui e per il suo popolo. Nelle prime parole da presidente affermò che ormai dovevano amarlo tutti, anche coloro che lo avevano odiato fino a quel momento, anche i suoi oppositori politici, come il partito ZAPU di Joshua Nkomo, poi da lui stesso nominato vice-presidente.

Ma la fama e la gloria in politica sono più difficili da mantenere che da conquistare Mugabe si è macchiato di numerose colpe nei riguardi della sua stessa popolazione.

La riforma agraria

Il problema della terra e della distribuzione ineguale della stessa tra bianchi e neri è stato uno dei principali motivi che hanno spinto la popolazione nera a lottare per l’indipendenza. Il governo di Mugabe ha tentato di gestire questo cambiamento attraverso un lungo processo di redistribuzione seguendo la formula  willing buyer, willing seller. Questo ragionamento ipotizza che il proprietario voglia vendere il bene e che ci sia qualcuno disposto a comprarlo, anche se l’acquirente non esiste ancora nel momento della valutazione del bene stesso.

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Dal 2000 in poi il governo ha deciso di velocizzare la redistribuzione, di espropriare più terre possibile, il più velocemente possibile, senza tenere troppo conto di chi fossero i proprietari. Furono colpiti in particolare modo i pochi bianchi proprietari ancora rimasti, ma anche la parte della popolazione nera vicina alle fasce politiche che si oppongono al presidente. Quindici anni dopo l’inizio di questa politica agricola, Mugabe è stato costretto ad ammettere che il sistema non ha funzionato e anzi è stato un fallimento. La situazione attuale vede gli agricoltori, impreparati, proprietari di vasti appezzamenti di terreno, incapaci di gestirli e di renderli produttivi, contribuendo alla terribile recessione economica che ha colpito il paese negli ultimi anni.

Il 2008

Gli eventi del 2008 sono la macchia più nera della carriera politica di Mugabe agli occhi dell’opinione pubblica. Nel 2008 vi era un clima di grande speranza per lo Zimbabwe nell’anno delle elezioni, un nuovo tipo di elezioni. Nel 2004 era stato istituita una Commissione Elettorale con il compiti di controllo e si era inserito, a seguito di un emendamento dell’Elettorale Act del 2005, la necessità di maggioranza assoluta dei voti,  per vincere al primo turno, altrimenti si sarebbe ricorso ad un secondo turno.

Nulla andò come sperato: per un mese non si seppe niente dei risultati del primo turno, mentre la tensione inevitabilmente saliva nel paese. La Commissione Elettorale dichiarò la vittoria dell’oppositore di Mugabe, Morgan Tsvangirai, di Movement for Democratic Change, con poco meno del 48% dei voti contro il 43% dell’avversario, ma non era sufficiente, serviva un altro turno.

Morgan Tsvangirai

Mugabe capì che avrebbe perso le elezioni e iniziò la strategia del terrore. Gli scontri nel paese si intensificarono, ZANU-PF ricorse a tecniche intimidatorie per convincere (o costringere) la popolazione a votare per Mugabe. Le uccisioni, le violenze e la repressione divennero così frequenti che Tsvangirai decise che non avrebbe participato al secondo turno, per evitare la morte di altri cittadini. Mugabe rimase l’unico candidato ed ottenne più dell’85% dei voti. Il suo partito però non ebbe la stesso fortuna alle elezioni parlamentari, perse la maggioranza alla camera, anche se riuscì a mantenerla al senato.

Dal 2008 la figura del presidente liberatore scomparve sia per il suo popolo che per l’opinione pubblica internazionale.

Lo Zimbabwe versava già in condizioni estremamente critiche, l’inflazione era alle stelle, nel 2009 si applicò quella che viene chiamata economia del dollaro, si smise cioè di stampare moneta e si utilizzarono monete di importazione, dollaro statunitense, euro e il rand sudafricano. La situazione di iper-inflazione si è conclusa, ma la situazione economica del paese ne porta ancora gli strascichi.

Si è provveduto, dall’inizio del 2017 all’introduzione di bond notes, una sorta di titolo obbligazionari stampati dalla Reserve Bank of Zimbabwe, direttamente legati al dollaro, con un potere di scambio di uno a uno, un bond note per un dollaro americano. Si tratta di una politica rischiosa, data la totale differenza tra l’economia americana e quella del paese africano, ma di questo ne sono consapevoli il presidente e i cittadini, che stanno lentamente cercando di svuotare i propri conti,

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In uno stato in cui la disoccupazione sfiora il 90%, in cui la crisi economica non smette di fare danni, in cui nemmeno il governo ha la liquidità necessaria per provvedere al pagamento degli stipendi dei lavoratori pubblici, tutti sono ormai contro Mugabe. Persino i suoi vecchi compagni, i veterani della guerra di liberazione combattuta tra il 1964 e il 1979, lo accusano di tendenze dittatoriali. 

Il successore

“Loro vogliono che io partecipi alle elezioni. Se crederò di non poterlo fare lo dirò, così che il mio partito potrà sostituirmi. Ma per ora non posso dirlo. La maggior parte delle persone crede che non ci sia un sostituto, un successore che per loro sia accettabile.”

Con queste parole, il 21 febbraio, il giorno del suo compleanno ha confermato ciò che aveva affermato già nel 1980, quando fu nominato presidente, cioè che governerà fino alla sua morte. Proprio per questo motivo non si è adoperato a scegliere il suo successore. Nei corridoi del palazzo presidenziale si sentono dei nomi, ma nessuno è supporto da Mugabe.

I suoi più vicini sostenitori tifano per sua moglie, Grace, ma c’è un’ala del partito che vuole l’avanzata del vicepresidente, Emmerson Mnangawa. Intanto il partito (ZANU-PF) deve tenere conto dell’avanzata di altri diciotto partiti e i movimenti di cittadini, spesso trainati dai gruppi di studenti.

Tutta questa incertezza rende buia e pericolosa la prospettiva della morte del presidente che,  se mai avverrà, probabilmente non sarà la fine del suo potere e della sua influenza sul paese.

 

 Fonti e Approfondimenti

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