La faccia umana della globalizzazione: il fenomeno migratorio

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Più che economico, la globalizzazione è un fattore politico. Essa affligge tanto i settori dell’economia quanto le persone che ci lavorano. Di conseguenza, nel lungo termine, la globalizzazione ha degli effetti enormi non solo sul commercio ma anche sull’immigrazione. Se ci si fa caso infatti, l’immigrazione non è che la faccia umana della globalizzazione. Ciò che resta difficile da analizzare è se i fenomeni migratori favoriscano una perfetta allocazione della forza lavoro nei e tra i Paesi, oppure creino un incremento della disuguaglianza nei Paesi di partenza e di meta.

Immigrazione intra-Stati

L’immigrazione dovuta alla globalizzazione si manifesta sia intra-Stati (da campagne a città) che inter-statale (solitamente dai Paesi in via di sviluppo verso quelli più sviluppati). L’immigrazione intra-Stati è un fenomeno antico che va avanti più o meno dalla prima rivoluzione industriale, iniziata a metà Ottocento in Inghilterra e diffusasi in Europa, negli Stati Uniti e Giappone nel corso del Novecento. Più recentemente, questi fenomeni migratori intra-Stato hanno interessato soprattutto la Cina (in termini di importanza globale), che ha praticamente vissuto tutte e tre le rivoluzioni industriali nell’arco degli scorsi vent’anni. Elaborando in questo senso, il settore primario cinese pesava per circa il 40% del PIL alla fine degli anni Settanta (prima della visita di Nixon e delle aperture di Den Xiao Ping) e oggi include solo circa il 7% del PIL. Questo fenomeno interessa molte altre nazioni in via di sviluppo, ma l’analisi del fenomeno cinese, data la sua importanza in termini numerici ed economici, da un’idea degli effetti della migrazione intra-Stato sulla società.

Immigrazione inter-statale: gli Stati di partenza

L’immigrazione inter-Stati, ovvero da uno Stato all’altro, è anche questo un fenomeno millenario che è tornato a intensificarsi dall’inizio del Novecento in avanti, sebbene cambiando nel corso del secolo fino ai giorni nostri. La prima e la seconda rivoluzione industriale interessarono gli Stati europei in surplus di forza lavoro (Italia in primis) verso nazioni in deficit di manodopera come gli Stati Uniti. Questa immigrazione era infatti soprattutto circoscritta a lavori poco qualificati nel settore primario e secondario. Dalla fine degli anni Novanta in avanti, il movimento migratorio ha subito una spinta considerevole a causa di un surplus di forza lavoro (leggi crescita della popolazione) nei Paesi in via di sviluppo, surplus molto maggiore in termini numerici rispetto all’Europa degli inizi del secolo e proveniente in maggior parte dall’Asia ma anche da Medio-oriente, Africa e Sudamerica. In Europa, i fenomeni migratori si sono evoluti a causa dell’invecchiamento della popolazione locale e dello sviluppo economico post-bellico. Da surplus di forza lavoro, l’Europa è ora meta di migrazione dal resto del mondo e, recentemente, è diventata anche meta di migrazione di forza lavoro qualificata, soprattutto dall’Europa post-sovietica dell’Est.

Stati di arrivo, tra liberalismo e nazionalismo

Sebbene sia molto complicato provare empiricamente gli effetti dell’immigrazione a livello macroeconomico, risulta necessario sviluppare delle considerazioni fattuali sul fenomeno migratorio che ha caratterizzato il dibattito nel passato recente dei Paesi riceventi. Come ripetuto negli articoli passati, la globalizzazione è un fenomeno spesso sottovalutato e trattato in modo approssimativo. Gli Stati non hanno più il potere di controllare autonomamente le sfide che i fenomeni globalisti – tra cui l’immigrazione – pongono, parzialmente eclissando il concetto westfaliano di sovranità nazionale che li ha caratterizzati per secoli.

Di conseguenza, negli Stati di arrivo, l’immigrazione costituisce una causa di sconvolgimento che mina le basi percettive degli abitanti dello Stato, amplificando le insicurezze economiche e socioculturali che minano l’identità nazionale, portando spesso alla crescita di sentimenti nazionalisti e xenofobi. La percezione della dicotomia insider-outsider, ovvero della contrapposizione tra migranti e autoctoni, si sta esacerbando in risposta alla dinamica migratoria creata dalla globalizzazione. Questo fatto è totalmente contrapposto al “liberalismo incorporato” inseguito dai Paesi avanzati, caratterizzato da frontiere aperte al libero scambio e la possibilità di incorporare la forza di lavoro immigrata nell’economia domestica. I movimenti anti-globalizzazione si propongono quindi come una soluzione – spesso semplicistica e inadeguata – al fallimento delle responsabilità fondamentali degli Stati liberali nei confronti dei loro cittadini di fronte al fenomeno globalista. Non è un caso che nell’ultimo decennio siano nati e cresciuti esponenzialmente partiti di stampo sovranista, specialmente nel campo politico conservatore, che hanno costruito le loro fortune elettorali su temi legati alla gestione e alla soluzione del fenomeno migratorio in chiave nazionalista. 

I populismi non mancano di sottolineare i costi diretti dell’immigrazione in termini di sostentamento e protezione sociale, ma tendono a negare chiari benefici in termini di occupazione in settori contributivi spesso disattesi dai lavoratori locali, nonché relativi al versamento dei contributi, con ulteriori effetti positivi sul welfare nazionale. Ad esempio, basti pensare che nel settore agricolo dell’UE i lavoratori sono quasi esclusivamente immigrati e un terzo di essi non ha nemmeno un contratto di lavoro ufficiale, quindi sono sottopagati, spesso sottoposti a sfruttamento e difficili da proteggere. Inoltre, è necessario considerare che oltre alla questione strettamente economica trattata nell’articolo, l’apertura all’immigrazione è anche connessa a temi umanitari e di diritto internazionale, soprattutto per quanto riguarda la protezione che andrebbe garantita a rifugiati e richiedenti asilo. 

Conclusione

Gli effetti della globalizzazione sulla migrazione sono molteplici e in continuo cambiamento nel corso della storia. Gli ultimi vent’anni hanno visto un nuovo aumento dell’immigrazione dovuto all’apertura di nuovi mercati e alle trasformazioni demografiche nel mondo occidentale e nei Paesi in via di sviluppo. In questi ultimi essa ha cambiato fondamentalmente la struttura delle economie domestiche, la localizzazione geografica della forza lavoro e quindi anche della demografia stessa dell’immigrazione. Nei Paesi avanzati, come quelli dell’Europa occidentale e del Nordamerica, i benefici economici sono progressivamente diminuiti, mentre i costi politici e sociali sono aumentati significativamente. Tali fenomeni sono importanti e tangibili (dall’elezione di Donald Trump a Brexit) e la loro evoluzione potrebbe determinare il futuro economico e sociale di interi continenti in un futuro non molto lontano.

 

Fonti e approfondimenti

Baijpai, Prableen, “China GDP Examined: A Service-Sector Surge”, Investopedia, 22/04/2020.

Chan, Kam Wing. 2008. “Internal Labor Migration in China: Trends, Geographical Distribution and Policies”, United Nations.

Dauvergne, Catherine. 2017. “Making people illegal”. London: Routledge.

Denmark, Abraham, “40 years ago, Deng Xiaoping changed China — and the world”, The Washington Post, 19/12/2018.

Inglehart, Ronald, and Pippa Norris. 2017. “Trump and the populist authoritarian parties: the silent revolution in reverse, Perspectives on Politics”. 15(2): 443-454.

Messina, Anthony M. 2007.The logics and politics of post-WWII migration to Western Europe”. Cambridge: Cambridge University Press.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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